diario in pubblico (si fa per dire, è come quando si fà la pipì in un angolo all'aperto di notte, inutile guardarsi intorno, tanto non c'è nessuno)

Visualizzazione post con etichetta Enzo del Re. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Enzo del Re. Mostra tutti i post

lunedì 21 novembre 2011

Altamante Logli e gli zingari felici

Altamante Logli

Ennio è tenace, mi marca stretto e mi costringe a pensare alla poesia, dalla quale io mi tengo da  tempo a distanza di sicurezza. Sicché mi verrebbe da dirgli di tanti poeti che ho a lungo frequentato. Scremando scremando mi verrebbe  da dirgli sopra di tutto di Dino Campana, di Arthur Rimbaud, di Robert Frost, di Gottfried Benn, di Velimir Chlebnikov, di Isidore Lucien  Ducasse Comte de Lautréamont (dei cui canti modestamente facetti una ignota  messa in scena teatrale, a puntate, per altro protagonista il poeta attore forse più grande dello scorso secolo). Ma poi penso che Ennio pensi che faccio lo smargiasso. E mi taccio. Però stamattina, per giri mii, ho incontrato Altamante Logli – mi sembra stia bene: iddio o qualunque sottoposto  continuino a trattarlo  come merita – l'uomo  che paridemerito con Carlo più mi ha fatto amare la poesia e la lingua, ché “ la lingua  gli ha da s'onare, Larry,   ri'ordatelo! Ché te tu se' più sognatore che s'onatore... “. Allora al fortiniano Ennio gliene voglio parlare, del pistoiese scandicciano  Altamante, il poeta anziano della mia tribù al quale ho dovuto e debbo  il massimo rispetto, anche se mi capiva poco, pevvia che gli ero troppo 'ulturale... Ma mi voleva bene, Altamante, del quale avrei potuto essere nipote, giacché lui s'ammogliò giovane: “ gli è fra po'o sessant'anni che trombo sempre la solita! “ mi disse una sera fintamente sconsolato. Non gli credetti, pensai volesse delicatamente rimproverarmi per certe mie saltabeccherie, più supposte che reali: considerava tradimento anche chiacchierare a lungo con una donna... Voleva bene a tutti e non gli garbava da' dispiaceri, in particolare, in quel contesto,  che io dessi dispiacere alla mia compagna, santa ragazza che  del resto lo aveva spesso amorevolmente attovagliato al desco di  casa nostra, e che, in sovrappiù,  si faceva con noncuranza cianci'are un po'ino.


Lo sento ancora oggi come un vero compagno, Altamante, nel senso che ci  dividetti  spesso il pane, per fortuna anche il companatico, e il vino... E la congrega di umorici  sfaccendati, ci dividetti, amanti della compagnia, nel senso del mangiare insieme, quante volte...   “ Drin! - Sì - - Larry, stasera  si 'a a cena! - -  Va bene! -  Clic. “ Quante gozzoviglie nelle peggio trattorie fiorentine! A pensarci ora, mi vièn l'ansia: (p)anici miei... Conventicola di funamboli della smisurata conversazione, (s)cacciatori del silenzio, s'ande'a sfrisio sfrisio alla  benedetta disperazione, a sfinirsi fino a raggiungere il più recondito pertugio di tante inconcludenti notti.


Dispiace che il tempo ti fa fare le  esperienze fondamentali in modo scombussalato (anche quelle più cretine, che non vanno sminuite nemmeno loro), disponendole cronologicamente in senso progressivo.  L'avessi ora a portata di mano, Altamante, saprei bene di cosa cazzo parlarci, invece della merda di politica, che si finiva sempre lì... (anche con mio padre, ora, saprei di cosa parlare... ché quanto sarebbe meglio incontrare i padri a rovescio, loro verso l'infanzia, tu verso la vecchiaia? Lo dico se mi ascoltano quelli che stanno discutendo come riformare la vita. In ogni caso le  madri va bene come sta ora, non facessero scherzi, i riformatori,  di farci fare incontri a rischio sensualità con le madri, coetanei nel mezzo del cammino...). Come saprei di che parlare con un altro enorme personaggio  che si portò appresso per un certo periodo la componente tecnico idraulica  della combriccola, il tarantolato Antonio Infantino, varie volte complice nella carriera del pure compianto Enzo del Re: invece ci si annusò, ma ci si diffidò reciprocamente (ne parlerò, del ritroso poeta musicale  Infantino, ne vale davvero  la pena).


Era comunista, Altamante. Quasi tutti s'èramo comunisti. Io anche, ma scettico. Lui ortodosso. Io scettico. Una sera gni dissi scorbutico che alla democrazia cristiana noi artisti minori si doveva di più che al partito comunista, perché alla DC non gliene fregava nulla di come si faceva l'arte... Invece  al PCI  sapevano tutto, anche come si faceva la poesia, chi la doveva  fare e chi no. Gni dissi  che per la ponderata politica culturale del  partito lui non gli era un poeta da pigliare in considerazione, gli era solo folklore. Ci rimase male. Però non se la prese tanto,  il PCI 'un c'era nemmen più... “ Oh perché tu di' 'n questa maniera, Larry, se quande si 'a a cantare alle feste dell'Unità v'è sempre pieno?! “ Gli spiegavo che per il partito l'arte le dove'a favorire i' processo di de'omposizione della borghesia... “ Icchè vòl'egli dire, Larry? Accident' a te e le tu 'orna, tu se' troppo filosofi'o! “ A peggiorare provavo a digli che lo zdanoviano Togliatti, dopo il quale poco era cambiato nel partito rispetto alla concezione dell'arte,  voleva  anche lui riportare all'ordine gli artisti che avevano perduto la strada dell'arte... e per questo sceglieva personalmente uno per uno gli scrittori e i poeti e i teatranti e i cineasti e i pittori e i musicisti che il partito doveva  sostenere, che in prima fila metteva l'aristocratico Visconti, il ritrattista di signore borghesi Renato Guttuso... “ Chieee?!!! “ Non mi voleva seguire... Poi non aveva nessun piacere nel prevalere nella discussione. Al massimo ti mandava a pigliartela nel culo. E rideva. A un certo punto mi parve di capire che fosse sempre stato più un  poeta (e un po' fava, lo battezzò il sodale più dissacrante) che un comunista: " Togliatti t'ha' ragione, Larry, 'un m'ha da'o considerazione! "


Ora,  stamattina, a pensare ai poeti, ai poeti che sono stati tutta la vita operai, o insegnanti, o impiegati, o dirigenti - o imprenditori, anche, perché no? -, chissà in quanti, come il destinato all'oblio Altavante Logli... o come l'invece celebrato   nei salotti marginali, in maniera a volte controproducente, più che altro per vieppiù lucidare il distintivo dei celebranti,  Luigi di Ruscio, del quale prescrivo la lettura a tutti gli inaffidabili del mondo, in particolare del libro appena sortito in Italia  “ Memorie immaginarie e ultime volontà ” (Senzapatria editore, se ne dà conto qui, con alcune anticipazioni del contenuto). Stamattina, a pensare ai poeti - dicevo prima di pigliare la curva -,  ai poeti che sono stati vivi vicino a noi, senza farla troppo lunga e senza nulla pretendere in cambio, né riconoscimenti né altro,   mi viene in mente di dire a Ennio e a Altamante:  c'ènno ' poeti e c'ènno le crassifi'he di qualità di poesia.


Quanto segue è preso da qui (clic)


Altamante Logli (1921-2007) di Pistoia, ma da sempre abitante a Scandicci. Una città cresciuta a dismisura nell'hinterland di Firenze, ma che ancora, nella sua zona collinare, mantiene l'impianto rurale.


Altamante Logli è uno dei principali maestri dell'ottava rima. Si dice che abbia insegnato l'arte a Roberto Benigni e, forse, anche a Francesco Guccini. In coda (e sulla stessa traccia di registrazione) della canzone capolavoro dell'ultimo album dei Gang, 4 maggio 1944 - In memoria, dedicata all'eccidio nazifascista di Monte Sant'Angelo, i Gang hanno inserito una sua composizione tra "Le voci della terra". Le altre voci sono quelle di Maria Cervi e di Gastone Pietrucci. Una composizione che non è riportata nel libretto dell'album, e che trascriviamo qui all'ascolto per la prima volta; non avendo titolo, glielo abbiamo dato noi.


ALTAMANTE LOGLI, IL POETA DI SCANDICCI


Ad avvicinare Benigni alla poesia estemporanea è stato uno che di rime in ottava se ne intende: Altamante Logli, pistoiese di nascita ma scandiccese di adozione, 85 anni da compiere proprio a maggio, di cui almeno una settantina passati ad inventar rime cantate. «Facevo il garzone a Cantagallo, avrò avuto sì e no 12 anni – racconta –. Fu lì che conobbi Nello Quaranti, un pecoraio che si dilettava a cantare in ottava. Fu lui a portarmi a una festa a Vaiano. Mi misero su un tavolino ed io partii. E non mi sono più fermato». All’epoca lo chiamavano il “poetino”, oggi è considerato il maestro nell’arte del contrasto, il duello verbale tra due poeti a colpi di rime alternate. «È un dono di natura, non si impara a scuola», dice Altamante, che di mestiere ha fatto l’operaio, un lavoro concreto perché, come ama ripetere, «il poeta un giorno mangia e tre sta a dieta». Una volta i contrasti erano su temi legati al mondo agreste: il padrone e il contadino, la nuora e la suocera (un tema questo per altro sempre attuale), maliziosamente allusivi (il doppio senso c’è quasi sempre, e nemmen troppo nascosto). Ma anche i poeti stanno al passo con i tempi: così sono nate le rime sulle torri gemelle, su Prodi e Berlusconi. «Sanno la Divina Commedia di Dante e tutto l’Ariosto a memoria e leggono quattro o cinque quotidiani al giorno – dice Lisetta Luchini –. Sono persone di grandissima cultura, anche se non l’hanno coltivata sui banchi di scuola». Nata con il teatro, brava chitarrista, Lisetta si è avvicinata agli stornelli quasi per caso.«La prima volta ho cantato a Firenze, al Giardino dei Ciliegi, per sostituire una persona – dice Lisetta –. Adesso quando canto mi sento libera. È il mio modo di essere veramente me stessa».


Lisetta è un po’ un’eccezione, di solito a far le rime si impara da piccini, ascoltando il babbo o il nonno. In casa Logli la tradizione potrebbe continuare: il nipote di Altamante, Mirko, si diletta a stornellare e sembra promettere bene. Ma il re dei poeti non è ancora pronto ad abdicare. Solo un mese fa era all’Università di Siena, a cantare davanti agli studenti. E il 1° maggio, fedele alla tradizione, andrà di podere in podere, a chiedere, ancora una volta, il permesso di cantare.




(tratto da Una tradizione che si rinnova)
[Introduzione di Altamante Logli]


...Questa poesia l'ho scritta n'i'mille e novecento quarantaquattro. Dopo tornato dalla guerra, venuto via dalla Francia. Mi ributtai a cantà' di poesia e scrissi...tra le prime storie che feci, feci questa poesia. Scuseranno se c'è qualche...attacco a certa gente, però...[parola incomprensibile]. Allora... Senza leggere.


Se si pensa alla spaventosa guerra
voluta da de' perfidi sovrani
per avere i' dominio della terra
distrùggano villaggi e corpi umani.
A questa brutalità i' cuor si serra
voluta [...] nel ripensare a' casi disumani
voi già un'infame dinastia
mise l'umanità all'agonia.

L'ùrtimo sforzo della borghesia
ne' popoli si cambian le opinioni
i proletari gli hanno preso i' via,
trionferanno in tutte le nazioni.
E' giusto l'eguaglianza la ci sia,
non più le guerre o le distruzioni,
ma ci sia la pace e i'lavoro,
la giustizia sociale e i' decoro.

Infin' a ché a i' potere ci stan loro,
infinché gli è questa crasse dirigente,
se 'un si metterà artro lavoro
in questo mondo 'un si risorve niente.
Sono accaparrator d'argento e oro,
La guerra gli resta conveniente,
marzagrando [*] operai e contadini
ingrandiscano possesso su' quattrini.

Va ricordato poi di Mussolini,
sì pieno d'arderigia [**] e d'ambizione,
lui chiamava tutti cittadini
la voleva aggrandì questa nazione.
La guerra si portò oltre confine,
e marzagrando le popolazione,
pell'espansionismo della sua dottrina
nel mondo fece una carneficina.

Sulla ristessa [***] strada si cammina,
'e vogliano rifà i' romano impero,
povera Italia mia, terra latina,
a servizio tu sei dello straniero.
I' capitale e tutta quella trina
accompagnato sì dall'alto clero,
con tutto questo covo di signori
son l'agonia de' lavoratori.



[1944]




Altamante si interrompe e dice: Questa la piddiava (****) foco...L'è un'artra rima perché ho paura mi dìin noia, capito...e gli ho messo 'un po' i' fascismo...


Canto in ottava rima scritto ed eseguito da Altamante Logli
in Il seme e la speranza dei Gang [2006]




In questo filmato qui (clic) canta brevemente Altamante Logli, al centro,  con Realdo Tonti, a sinistra,  e un altro poeta, a destra,  che non conosco.


mercoledì 8 giugno 2011

Adoro il lavoro ma detesto la fatica: Enzo del Re se n’è andato.


Adoro il lavoro ma detesto la fatica. Adoro il lavoro ma detesto la fatica. Adoro il lavoro ma detesto la fatica. Adoro il lavoro ma detesto la fatica. Dispiace che un artista che lancia slogan come questo, sui quali si potrebbero costruire nuove civiltà, un artista delicato come Enzo del Re, se ne sia andato, ancora abbastanza giovane dal punto di vista anagrafico e giovanissimo dal punto di vista artistico. Dispiace pure che viveva, come si dice,  in perfetta solitudine, considerato nella sua cittadina, Mola, alla quale dava lustro in tutto lo stivale, poco più che un... molestatore. Dispiace soprattutto perché il governatore novativo Niki Vendola, che governa la Puglia da appena sei anni, non abbia fatto in tempo a inserirlo nell’onda del rinascimento pugliese, costruendogli una piccola casa dei suoni popolari, dove poter lavorare con lentezza, come piaceva a lui, dove poter tramandare il proprio innovativo lavoro sulle tradizioni musicali e sul  dialetto, del resto sulla scia del grande Matteo Salvatore. Mi auguro che per pudore non gliela costruiscano dopo, una casa, quelli del culturale, a fini miserabilmente propagandistici. Anzi, se gliela dovessero costruire, mi propongo come organizzatore  di un gruppo di artisti teppisti per demolirla coi fiori, con le mazze e con  gli sputi.

Certo, Enzo del Re era un minoritario per vocazione, si occupava di temi  minori come lavoro, operai, movimento, suoni del popolo, lingua e dialetto. Quando negli anni ’70 aveva raggiunto un po’ di popolarità, faceva le serate con il cachet di una giornata di lavoro di un metalmeccanico. Insomma, faceva robe così, assolutamente elitarie. Si fosse occupato di crisi esistenziali degli architetti, come tutti gli artisti impegnati, si sarebbe meritato un posto d’onore nei salotti indignati della tv italiana. Ma così com’era...
Io per gli sfruttatori non voglio fare niente. Per la classe lavoratrice, alla quale mi onoro di appartenere, sono disposto a sacrificare la ma vita, ma per i padroni non voglio fare un cazzo.
Qui, una bella intervista audio a Enzo del Re, realizzata da radiondattiva, dalla quale è tratto il ragionamentino appena sopra.


Qui un mio recente post su Enzo del Re

sabato 26 febbraio 2011

Sono tutti contenti perché a Sanremo avrebbe vinto la poesia: Enzo del Re




Parliamo oggi di poesia e canzonette. Era tanto che volevo parlare di Enzo del Re. Al contrario, Roberto Vecchioni non lo classificherei tra i poeti, semmai, senza volere offendere,  tra gli insegnanti di scuola media di poesia, assolutamente  deleteri, in tutti i sensi, perché  in un primo momento allontanano i ragazzi da un pratica tra le più antiche e nobili, sia a causa della poca severità con la quale la insegnano sia  a causa dell’abbassamento del valore poetico alla propria quasi sempre moderata  intelligenza di professori-poeti. Più o meno.

Per non mandarla  a dire, a Sanremo non ha vinto la poesia, ma un professore di poesia, che è diverso, molto diverso. Vecchioni, che sappiamo tutti ha scritto canzonette belle come  Luci a San Siro,  non è Leonard Cohen, e se è per questo  non è nemmeno Tricarico, che se proprio volevano far vincere la poesia stava lì a portata di mano, pur con una delle sue canzoni meno riuscite  (se volevano far vincere la più  bella canzone, cosa  che non succede mai, facevano invece vincere i La Crus).

Hanno  voluto far vincere Roberto Vecchioni, ritengo,  perché rappresenta la poesia controllabile, affidabile, strumentalizzabile. Non per caso  il cantante professore si è affrettato a dedicare la vittoria alle donne e alla società civile.

Da tempo penso e in qualche modo so che lo show business italiano è tutto in mano a poteri che cercano di orientare la pubblica opinione  a favore di valori che sottostanno ai loro interessi, anche quelli poco trasparenti (tutti sanno che la cosiddetta camorra sta dietro al successo di alcuni artisti napoletani, essendo che ne hanno finanziato la nascita e, in alcuni casi, siamo venuti addirittura a sapere che piccoli boss sono autori di canzoni degli stessi artisti oramai di fama internazionale). Il mio dubbio è che la canzonetta  di Vecchioni non sia solo una canzonetta, che nasconda infatti  contenuti noti solo in certi circoli, contenuti prodotti e diffusi a fini propagandistici. In questo senso,  secondo me, uno dei  capi mandamento  della canzonetta italiana, Mario Luzzatto Fegiz, sul corrierone dei poteri a posto che non se ne può parlar male, semmai parlar male  del  capitalismo puzzone... classificò primo Vecchioni il giorno dopo il debutto sanremese. Dico contenuto criptico nel senso che la canzone probabilmente dice a chi deve ascoltare, immagino a fin di bene,   cose che a noi comuni immortali sfuggono. Un po’ come il Viva Verdi del periodo insurrezionale, che voleva dire, come  sappiamo tutti, viva vittorio emanuele re d’italia. Già ieri si cominciava  a scrivere che non si sa a chi è riferito il bastardo che sta sempre al sole  contenuto nel mediocre testo avvolto nella parola AMORE. Anche Benigni, il re dello show business embedded,  parla sempre di amore, facendo stranamente finta di ignorare, da praticante  di Dante Alighieri, ciò che diceva un secolo fa lo studioso Luigi Valli nel suo “ Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d'Amore “, cioè che quando Dante e i poeti dello stil novo parlano di amore, è alla loro difficile militanza politica che si riferiscono, non certo alle belle donne di cui da sempre si innamorano vano o invano i poeti medesimi.

Passiamo alle canzonette-poesie. Quando vedo e leggo questi poeti di ora lamentarsi che  i loro libri vendono poco perché, adducono, la poesia non interessa più a nessuno, mi irrito. Qualche volta dico loro pazientemente che non è possibile togliere la  poesia al popolo, nemmeno l'arte, purché sia stata prodotta per loro, come una qualunque cattedrale. Infatti, i ragazzi si ripigliano ciò che gli viene maldestramente tolto dalla porta scuola, rientrando dalla finestra  canzonetta, ascoltando di brutto i cantanti poeti, nostrani e foresti,  primo fra tutti Fabrizio De André.


Ma se di poesia nelle canzonette vogliamo parlare, bisogna parlare dei più bei dieci minuti della tv nel 2010. Mi riferisco alla partecipazione di Enzo del Re al concertone del primo maggio. Solo in scena, cantando a cappella,  accompagnandosi col battito delle mani su una sedia, il vecchio ragazzino riuscì a emozionare centinaia di migliaia di persone in piazza e non so quante davanti al teleschermo, io tra questi che  ignoravo l’esistenza dell’artista pugliese. Mi pensavo che i giornali di sinistra, nonché i programmi tv attribuiti alla sinistra culturale, si affrettassero a recuperare il tempo perso per far diventare Enzo del Re, in poche settimane,  un poeta conosciuto da tutti come evidentemente merita, del resto chissà da quanti anni. Invece no, miserabili come  e peggio di sempre, hanno taciuto, a dimostrazione ancora una volta che sono prima di tutto loro ad affossare la cultura, oscurando qualunque gesto artistico contenga naturale vitalità, magari collegabile a immaginari e bisogni popolari. Perché?