diario in pubblico (si fa per dire, è come quando si fà la pipì in un angolo all'aperto di notte, inutile guardarsi intorno, tanto non c'è nessuno)

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giovedì 23 febbraio 2012

Carmelo Bene, A NOI! A CHIIIII?! Ma mi faccia il piacere...


 Che cos'è il teatro

Il giornale glialtrionline sta facendo una campagna a favore (speriamo) di Carmelo Bene. C'è un appello a Vendola perché si compri la casa... penso per farci un vittoriale gestito dalle vestali della cultura Bene comune... quanto di più contrario allo stile e alla poetica del maestro... Bah, penso non sarebbe stato d'accordo neanche lui.

Il problema, secondo me, lo scrissi qualche settimana fa, sarebbe quello di dedicare a Carmelo Bene intere stagioni teatrali. Ripeto, potrebbero farlo a turno i maggiori stabili, almeno quelli diretti da artisti sensibili come Ronconi, Martone, Cecchi, Lavia. In ogni caso il problema sarebbe quello di far parlare il teatro, perché è all'interno di questa disciplina artistica che Bene si è espresso. Bene. Invece si parla solo della persona, delle sue apparizioni (?) televisive, del suo chiacchiericcio (compresa la sua non imprescindibile produzione di letteratura, teatrale e non). Succede perché dominare bene la materia di cui si occupava Bene bene è un casino forte, bisognerebbe essere maestri, o predisposti a dialogare coi maestri, almeno disposti a divenire spettatori postumi di un maestro. Invece... Vedere che l'appello a favore di Carmelo Bene porta come prima firma quella di Maurizio Costanzo, fa sinceramente cascare le braccia. Non tanto perché Costanzo sia un idiota, figuriamoci: Costanzo è un intellettuale raffinatissimo e coltissimo, ma non in grado di inesistere, almeno no di fronte a un'inesistenza di tale portata. Insomma, la mia impressione è che lo si piglia per la coda, forse addirittura per l'ombra della coda, quella dello showman dannunziano che Bene non è stato affatto, o che è stato solo per capriccio. Lo si fa, in definitiva, per pareggiarsi a lui, per innalzare sé stessi, in modo assolutamente sacrilego, abbassando lui... per farne carne da macello intellettual-giornalistico. E' brutto, perché il corpo di Bene non avvenne nell'attualità e nel mondano, avvenne nel teatro, che a troppi si è fatto misterioso, anche a troppi teatranti, che non a caso tacciono.

Chi sa il teatro, sa bene che Bene fu un grande innovatore del linguaggio, ma lo fu sopra di tutto perché applicò i principi dei grandi maestri del novecento che lo avevano preceduto, rimischiandoli, espellendo dai loro sistemi ciò che in scena non reggeva, l'epicismo Brechtiano, per esempio, certo formalismo Stanislaschiano, certi riduzionismi realsocialisteggianti o antropologizzanti. Si attenne più di tutto alla lezione di Nietzsche (prima di tutto quello ancora filologo della nascita della tragedia), Artaud, Mejerchol'd e Brecht. Fece a pezzi il feticismo attoriale, facendosi a sua volta attore feticcio, assai beffardamente (come fa, assai più pigro, Carlo Cecchi). Fece sopra di tutto a pezzi il feticismo testuale della nuova tradizione di regia critica, quella imperante in Italia, quella dei Visconti, Strehler, Ronconi ecc: fece di Shakespeare quel che più gli garbava, e non mise mai in scena un contemporaneo, neanche Beckett (figuriamoci il pessimo drammaturgo Brecht, del quale, tuttavia, Bene apprezzava assai gli scritti teatrali, che sono formidabili)

Chi sa il teatro sa che Bene non fu una meteora solitaria, ma uno dei componenti di un folto gruppo di artisti - vanno nominati almeno Leo de Berardinis, Perla Peragallo, Carlo Quartucci, Remondi e Caporossi - che a partire dagli anni sessanta cercò di combattere contro i burini a vento del teatro borghese italiano, quello che a tutt'oggi, purtroppo, ci propinano i teatri italiani: trombonismo attoriale e teatro pedagogico (oggi sotto forma di teatro civile...). Per cui gli italiani sanno leggere un'opera teatrale solo in due modi: la bravura degli attori e il messaggio. Bravi vengono in genere considerati gli attori che gigioneggiano in scena, quelli che fanno i gargarismi vocali, che ornano le parole della propria parte di trovate retoriche: vanno per la maggiore gli attori birignao, anche i comici birignao, finanche i giornalisti birignao (sono stati in tournée, negli ultimi anni, gli spettacoli di Roberto Saviano, Marco Travaglio, Massimo Fini, Corrado Augias, Oliviero Beha ecc) . Bravi vengono poi considerati i guitti, come è sempre stato, a partire da Dario Fo e Giorgio Albertazzi, che CB disprezzava (entrambi). Se tu ti in Italia ti sottrai a questo tipo di lettura,  come attore, sei nei guai. E questo è il motivo per cui attori forse un po' più onesti, ma onetamente mediocri, si sono rifugiati nel campo del messaggio, nel teatro da oratorio municipalistico,  da élite socialcivilistaindignata. E' così che attori che altrimenti sarebbero stati da seconda fila, come Paolini, Ovadia, Celestini sono riusciti a scavalcare, del tutto arbitrariamente, loro coetanei che non si sono piegati a essere ne attori gigioni birignao né attori socialimpegnati, per esempio Danio Manfredini, Claudio Morganti, Alfonso Santagata e Antonio Rezza, impegnati sì, ma a fare spettacoli che rispettino le stupefacenti innovazioni introdotte nella tradizione teatrale da tanti maestri del novecento, Carmelo Bene tra questi, rivoluzionando il teatro occidentale, che da 25 secoli si poggiava sui del resto solidi principi aristotelici.

Finale. Angela Azzaro, in un suo articolo sempre su glialtrionline, in gran parte condivisibile, dice che Carmelo Bene non si può dire che fosse di sinistra, perché non stava dalla parte degli operai. Non so, io sono strano, figlio di un operaio che si è massacrato con le miniere prima e con le fabbriche tessili poi, ma penso uguale a CB: quando chiude una miniera bisogna festeggiare, no protestare! Dice anche, la Azzaro,  immagino provocatoriamente, che Carmelo Bene lo possono usare tutti, quindi anche CasaPound - che se lo sta lentamente divorando, usandolo come vessillo, seppure solo per un giorno, al posto dell'altrettanto divorato Ezra Pound -. Non va bene, Azzaro, è nella logica appena descritta, umanizzare l'inumano, o il sovrumano, o il sottoumano; voler ridurre all'utilitaristico ciò che non è ad esso riducibile; al senso ciò che si significa solo come macchina di distruzione del sesno; all'io ciò che non è io... Oppure, peggio che mai, vuol dire spiritualizzare Carmelo Bene, renderlo simbolo di rinascita spirituale. Al contrario fu un artista concreto, direi quasi materiale, e che solo una pernacchietta avrebbe dedicato a questi nuovi fascisti, dei quali, io la penso così, non si sentiva affatto il bisogno in questo nuovo millennio, fascisti che come quelli del millennio vecchio credono, obbediscono, combattono... (penso anche che non si senta il bisogno di nuovi comunisti...)

Però la soluzione per CasaPound ce l'ho io, suggeritami dallo stesso Bene (di bene non ce n'è mai abbastanza): si chiamino CasaGiorgioAlbertazzi, che lui sì è vicino alla loro parte politica. In subordine, CasaDarioFo, che anche lui fu da giovane... e poi, destra, sinistra, non contano mica più... In questo senso, potrebbero addirittura chiamarsi CasaCacciari.


Caro Nichi, salviamo la casa di Carmelo Bene (clic)

Un mese con Carmelo Bene. Corpo e voce contro la sobrietà. Di Angela Azzaro (clic)


Giusto per dire, non del tutto fuori luogo. Ieri lasciai un commento all'articolo di Angela Azzaro. Risulta ancora in attesa di approvazione...


Larry Massino
il 23 feb 2012
alle 18:47: 
Il tuo commento è in attesa di approvazione.
Bisognerebbe parlarne tanto, di Carmelo Bene, almeno per sottrarlo allo sciacallaggio. Non sono infatti d’accordo con l’articolista sul fatto che lo possono usare tutti. Almeno nel senso che capito bene, Bene, magari spiegato dal punto di vista del teatro (dove fu un grandissimo) e non dal punto di vista della tv e del gioirnalismo, con rispetto parlando, diverrebbe più chiaro chi lo può usare e chi no. No di certo chi fa battaglie retrograde in nome del valore della patria, della forza, dell’identità. Ci ho fatto un post che mi permetto di linkare.
http://accademia-inaffidabili.blogspot.com/2012/02/carmelo-bene-noi-chiiiii-ma-mi-faccia.html

Oggi si capisce meglio perché. Infatti, nello stesso sito, c'è una lunga intervista autocelebrativa a Maurizio Costanzo, su Carmelo Bene...

Intervista a Maurizio Costanzo su glialtrionline (clic)

Post in divenire, ultimo aggiornamento  il 24 febbraio alle 15.00

lunedì 6 febbraio 2012

Epistola prima a Christian Raimo (e ai giovani scrittori)

Credo sia la tenuta regolamentare da giovane scrittore italiano 

Oggi credo di aver almeno in parte capito perché Goffredo Fofi lo scorso maggio, nella rubrica che teneva sull'Unità,  scrisse quell'articolo molto duro con i giovani scrittori, domandandosi retoricamente se sono di destra (clic per leggere l'intero articolo).


Goffredo Fofi (dato che ci sono gli dico anche che è stato eccessivo a togliere il saluto ad Alfonso Berardinelli perché scrive sul Foglio)

Fofi, in quell'articolo severissimo, faceva delle analisi sui giovani (credo di rientrarci anche io, per poco, ma ci rientro) che  mi sento di condividere, anche se  scrivendo questo, prevedo,  mi attirerò ulteriori offese di seminatore d'odio e qui e là. Dice sostanzialmente il decano della critica militante, dei giovani in generale: 

- Senz’altro progetto che quello del privilegio per pochi e per i loro complici e servi e oggi, quel che è peggio, senz’alcuna preoccupazione per il futuro comune.

- Non è difficile distinguere all’interno di una generazione la destra, la sinistra e gli ignavi – questi ultimi “zona grigia” per eccellenza. massa più o meno supina o invadente, maggioranza silenziosa ieri, maggioranza chiassosa oggi nell’illusione che le dà il mercato di essere “protagonista” per il tramite del consumo.


Degli intellettuali e degli scrittori giovani, in particolare i secondi,  dice questo:


- vedono che uno dei pochi modi per farsi strada è quello di inserirsi nei meccanismo della produzione di merci culturali o artistiche, dove persone non più intelligenti e dotate di loro hanno conquistato rapidamente fama e denaro.

-  I giovani con ambizioni di scrittori sono oggi (chissà per quanto ancora) molto corteggiati e corrotti dal mercato, dalla “produzione”. Gli editori se li contendono e il risultato è l’invasione di merci ripetitive, scadenti, conformiste. Il flusso della merce impone superficialità e astuzia nella scelta degli stili e degli argomenti, gli editor spingono i migliori ad accettare la logica dei peggiori... 

- Anche in letteratura domina “la destra”, e possiamo tranquillamente considerare i giovani scrittori come un altro dei tanti fenomeni “di destra” di questa Italia, visto che accettano questo stato delle cose e vi cercano il loro bene, il loro posto al sole. Non sempre è “giovane” chi afferma di esserlo e c’è oggi una gioventù scrivente e servile che è, benché perlopiù fatta da ignavi, perfettamente “di destra”.


Ora, Christian Raimo, che mi sembra si dichiari cattolico, la parola ignavia dovrebbe conoscerla molto bene. Ma fa finta di no. Almeno oggi, in una lunga articolessa uscita sul blog della casa editrice  Minimun Fax (clic), Minima & Moralia, blog dal quale, curiosamente, appena dopo la vergognosa campagna che mi ha eletto... unico seminatore d'odio nelle patrie lettere, risulto interdetto. Per cui commento l'articolo di Raimo da qui, anche se mi sarebbe più comodo da lì, e sarebbe anche più serio... Ma, lo dico alle poche persone che mi seguono,  non sono stato interdetto dai redattori di quel bel blog letterario. No, no, figuriamoci! Me lo dicono anche per mail che non ci pensano proprio a censurarmi, sopra di tutto se i miei commenti non sono offensivi. Infatti sono interdetto dal sistema, che mi ha oramai riconosciuto come spazzatura, e neanche i volenterosi e valorosi intellettuali di quella casa editrice possono farci nulla. In ogni caso, di essere spazzatura per il sistema lo so da sempre, quindi ci ho fatto l'abitudine a essere isolato, e non mi fa né caldo  né freddo (almeno finché non mi vienghino a acchiappa' fino  all'uscio di casa recando seco la forza pubbri'a... a que' punto potrei valuta' di fa' l'abiurativo)

Raimo dice e qui e là che l'hanno convocato a una riunione di grande editoria dove boss della  Mondadori servivano il  tè in livrea (la livrea ce l'avevano penso i boss) e camerieri potentissimi discorrevano del futuro del libro alla luce delle tecnologie e delle nuove forme di diffusione. Più o meno dev'essere andata così.

Raimo dice che mentre lemme lemme  si recavano al grande albergo 5 stelle con il collega Nicola Lagioia, si domandavano come mai proprio loro avevano invitato a una riunione di gente così importante che doveva riflettere sui problemi universali  dell'editoria. Non se ne faceva una ragione. Ma invece, leggendo l'articolo si capisce il perché. Si capisce nel senso che lo capisco io, perché Raimo - per via che oggi è colpito dall'ignavia stagionale, che di solito va via in due o tre giorni anche senza pigliare medicine, basta stare protetti al caldo sotto le coperte - da solo non ci arriva. Infatti, a un certo punto dice: " qual è il motivo, dicevo, per cui ho deciso di pubblicare con Einaudi? Dirlo è semplice: è che ci sono persone come Paola Gallo o Marco Peano, che mi stanno aiutando a diventare uno scrittore migliore ".





Christia Raimo e Nicola Lagioia sorpresi dal flash appena prima di andare alla riunione con i boss dell'editoria italiana 

Oh, ci siamo arrivati. Avete visto che aveva ragione Fofi? Questo giovani scrittori -  nemmeno quelli che hanno doti intellettuali importanti, almeno così si dice - non si rendono conto che vengono usati da 'O Sistema per portare a fondo le loro strategie commerciali. Alla massa sempre crescente di  scrittori che preme alle loro porte, adesso gli editori vogliono far credere   che i servizi editoriali sono necessari, assolutamente fondamentali per diventare scrittori autorevoli e affermarsi.  Certo, lo sanno anche loro che sarebbe più comodo e redditizio vendere i propri libri su Amazon o in qualunque altra vetrina virtuale. Ma affermano, diciamo meglio contrabbandano, gli editori maggiori (e minori...) che solo attraverso i loro servizi, in particolare nel caso dei grandi editori, si diventa scrittori:  solo i grandi editori sanno valorizzare uno scrittore, questo è il teorema che deve passare. Io penso invece che è il contrario (vi prego di credere che non ne faccio una questione personale: io, pressato da parenti e conoscenti, ho mandato un testo breve a 4 editori piccoli - no  a Minimun Fax! - che nemmeno mi hanno risposto; l'ho mandato anche a un editore grande, che molto cortesemente mi ha risposto, ed è la Giunti di Firenze). Del resto gli editori, prevedo di nuovo, ben presto venderanno servizi agli aspiranti scrittori, senza nessuna vergogna (e faranno bene!). A maggior ragione e costo lo faranno se i giovani scrittori più qualificati intellettualmente e più impegnati intellettualmente continueranno  a legittimarli e a far loro gratuita propaganda. Gratuita per modo di dire, diciamocelo senza ipocrisia, perché verranno o furono ricompensati attraverso i normali contratti editoriali.  Almeno così pare fare Einaudi. Certo, anche in base al merito, perché Raimo scrive bene, lo sappiamo tutti; non quanto il suo collega di scuderia Nicola Lagioia, ma scrive bene. L'importante, sembra pensare la casa editrice Einaudi, è che gli scrittori ammessi al catalogo istruiscano a dovere gli scrittori meno dotati intellettualmente. E, sopra di tutto, gli aspiranti scrittori che attualmente, gioco forza, sono loro ammiratori e pendono dalle loro labbra:  " qual è il motivo, dicevo, per cui ho deciso di pubblicare con Einaudi? Dirlo è semplice: è che ci sono persone come Paola Gallo o Marco Peano, che mi stanno aiutando a diventare uno scrittore migliore ".

Per concludere, non bastava che pubblicassero con Berlusconi per fare resistenza e critica dall'interno... ora fanno anche pubblicità all'ottimo funzionamento delle industrie di... Berlusconi. Vabbè, loro dicono che è normale. Che in ogni caso loro sono impegnati nelle migliori iniziative sociali, dalla generazione di scrittori TQ al teatro Valle (secondo me, lo sa chi segue questo blog, esempi di involuzione culturale). Ma se poi arriva uno autorevole come  Goffredo Fofi a dire provocatoriamente che  gli scrittori giovani sono di destra, almeno nel senso che pensano solo ai fatti propri e  a farsi una posizione, mica si devono troppo arrabbiare.

Non lavorerò mai! Gridava l'adolescente Arthur Rimbaud. Anche l'attore poeta Victor Cavallo gridava così. Anzi, no, il gioioso e disperato Cavallo gridava esattamente così: Non lavorerò mai! Con voi... Non lavorerò mai con voi...

Victor Cavallo

Post e autore del post in fase di correzione. Parola d'ordine:  Ah, Basaglia!  Seconda parola d'ordine: Bau!


 Vialetto di casa della prossima residenza di Larry


Su Alfabeta 2 c'è una bella riflessione di Giorgio Mascitelli sulla questione editoria  se(r)viziosa (clic)

dato che ci sono, oramai è il 12 febbraio, metto il commento che avevo lasciato su Alfabeta 2 intorno al giorno 8 febbraio. Anche loro devono avere un problema di SISTEMA, un problema di sistema grosso, ché i miei commenti non passano da tempo...

Bell'articolo, su cui riflettere a lungo (per sottrarsi alle grinfie degli industriali della carta stampata). Il dubbio che gli editori tendano a farsi grossi abbassando il livello degli scrittori editati, era venuto anche a me. E andrà sempre peggio, almeno a leggere questo articolo: a qualcuno si dirà che è giusto che paghi i servizi; ad altri che ringrazino iddio di essere pubblicati. Insomma, gli editori non cacceranno un euro... nemmeno quelli grandi, e guadagneranno a prescindere.
Mi permetto di lasciare il link a un mio modesto pezzo, che guarda la questione da un'altra angolatura, quella del collaborazionismo (parola forte, mi rendo conto, ma quando ci vuole ci vuole)

giovedì 1 dicembre 2011

L'alfabetismo in arrivo è peggio dell'analfabetismo di ritorno

 Altro che cervelli in fuga... bisogna ma combattere la piaga dei cervelli che restano!

Questi che la realtà e qui e là, quando essa non coincide con le loro stizzite teorie, dànno di barta  (si dice a Firenze per dire che dànno in escandescenza). Come Tullio De Mauro, che è un'autorità riconosciuta del mondo della scuola e degli studi sul linguaggio - mi sembra sia  stato anche ministro dell'istruzione, nonché traduttore del corso di linguistica generale di de Saussure.

Se sette italiani su dieci non capiscono la lingua, titola un'allarmata articolessa di Paolo di Stefano sul Corriere della sera (qui) sul peana lanciato dal linguista Tullio De Mauro
circa l'analfabetismo di ritorno (sempre meno preoccupante dell'alfabetismo in arrivo...). Poi il pregiato critico letterario spiega che non sanno leggere, gli italiani, generalizzando al massimo, ma in buona  sostanza intendendo indirettamente rammaricarsi del fatto che questi italiani qui non possono essere clienti degli editori che gli dànno lo stipendio (Di Stefano, si scherza! Io per altro come critico letterario la condivido quasi sempre, specie quando produce sintesi strepitose di questo tenore: " Mentre la Merini puntava tutto sull' ispirazione dall' alto, Saviano sembra scommettere sull' ispirazione dal basso, condannando gli altri veri scrittori alla sua stessa condanna: realtà e impegno. Come se bastasse un travaso acritico dal piano civile a quello estetico per fare vera letteratura. E come se l' etica non si trovasse altrove che nella realtà ". Ma in questo articolo sull'analfabetismo di ritorno, dottor Di Stefano,  mi sembra un po' svogliato, come avesse dovuto farlo per forza). Immagino.  Invece, io penso che se  sette italiani su dieci non capiscono la lingua vuol dire che è sbagliata la lingua, non che sono sbagliati gli italiani... Ovvero è sbagliata la  concezione normativa della lingua che hanno le massime autorità del mondo dell'istruzione. De Saussure, infatti, nel suo testo con il quale si fa convenzionalmente iniziare la linguistica come scienza moderna, dice espressamente che materia della disciplina è lo studio della lingua parlata (usata da persone vive), non l'imposizione di regole formali rigide attraverso la scuola, del resto a parlanti sempre prima formati dalla partecipazione alla vita sociale da soggetti riconosciuti (la soggettività sociale assegnata addirittura ai bambini è un'invenzione recente a fini di maggiori consumi; anche per maggiormente responsabilizzare gli adulti lavoratori, che se non fossero socialmente obbligati a venerare i bambini  farebbero forse più marachelle di quante ne fanno: come succedeva una volta...). A me sembra per esempio che i bambini, prima di andare a scuola a imparare con l'abbecedario, parlino benissimo, facendosi capire e ben dosando  elementi normativi appresi per emulazione (si dice così e si dice cosà, gli urlano in continuazione gli adulti, poco ascoltati...) coi naturali  elementi espressivi e descrittivi (creativi). Poi si sciupano...   Gli è strano... Sarebbe come se un bambino per strada sa giocare a pallone, poi più grandicello va al campo a giocare con la squadra e non sa più...

Io non ho mai incontrato una persona incapace di esprimersi. Come in teoria non c'è nessuno incapace di cantare, specie nell'Italia pizza e mandolino: e sarebbe bello, nella culla del canto e dell'arte,  vivere in città dove si comunica cantando... Come non ho mai incontrato nessuno incapace di esprimersi attraverso il proprio  corpo.  Ma ho incontrato tante umili persone che per avverse circostanze materiali non avevano potuto studiare. Ho incontrato anche giovani lavoratori sostanzialmente espulsi dal gioco dell'istruzione scolastica perché convinti, da insegnanti al limite della pratica criminale della propria professione, di essere incapaci di studiare (guarda caso tutte persone di fascia sociale medio bassa). Spiegavo loro che li avevano fregati. Erano miei amici  e mi facevano il favore - in un'epoca nella quale ancora non si erano espressi a pieno i trans, mischiando tutto  e attenuando di molto l'omofobia - di non considerarmi finocchio, a quei tempi  massima infamia, a causa del fatto  che avevo sempre libri in mano, più che altro di letteratura, anche quando si giocava a carte e sul tavolo ingombravano. Mi riconoscevano addirittura autorità pensativa, come i popolani con Eduardo nel film  L'oro di Napoli, dove spiega le differenze tra pernacchio e pernacchia (clic), e mi scuso per il paragone... Ci rimanevano male, i miei amici,  quando capivano il ragionamento. Spiegavo loro che  non era vero, che nessuno è incapace di studiare, né di apprendere, che è anche meno faticoso studiare belli rivestiti in una bella biblioteca che faticare indossando stracci in un brutto cantiere... che era solo una questione di pratica e di allenamento, come fare sport, che non c'è nessuno zuccone di natura, che ognuno può godere dei benefici dell'apprendimento, o della semplice lettura a scopo di svago. Del resto erano (e sono) tutte persone capacissime nella vita di svolgere attività più o meno impegnative, da costruire case, a fabbricare capi d'abbigliamento, a riparare macchine ecc. In genere capaci di apprendere attraverso la scrittura per quanto riguardava i loro interessi, dal motore dell'auto ai campioni dello sport. Qualcuno cominciò a leggere facendosi consigliare da me. Io li indirizzavo secco su Dostoevskij: non s'è mai lamentato nessuno. Ogni tanto, ridendo,  arrivavano da me con uno nuovo da indottrinare: Larry, questo non ci crede, spiegagli che ci hanno preso per il culo!

Ho incontrato fior di appena alfabeti che sapevano cantare tutto il repertorio lirico italiano, altri che sapevano vagonate di poesia a memoria, a partire da Dante.  Tutte persone  che gli articoli di giornale non li capivano (secondo me si erano intestarditi a star lontano da gazzettieri, educati com'erano a star lontano da dulcamara e fanfaroni).  Né tanto meno sarebbe stati promossi applicando a rigore le teorie culturali di quelli come il Professor De Mauro, che invece di allargare la lingua in modo da farci entrare più parlanti possibile, la restringono alle sue norme, e pazienza se dentro ci sta solo un cittadino su dieci (se va bene). Sarà un caso, ma risulta che anche gran parte della ricchezza sta nelle mani di un cittadino su dieci, i quali, a me pure risulta, hanno interesse come minimo a mantenere le cose come stanno. Potrebbe anche essere  che tra questi uno su dieci ci sia almeno il 90% di classe dirigente (secondo me anche gran parte dei famigli dei professori italiani, per non dire i facitori della cosiddetta cultura).

Il fatto è che quelli come l'esimio Professor De Mauro gli italiani non li vogliono espressivi, ma sottomessi alle norme della lingua scritta, che sempre casualmente è quella che dominano loro, insieme a quattro gatti di docenti e giornalisti che attraverso questo capitale possesso si descrivono vicendevolmente al centro della società. E insieme a quelli che fanno da vero le sorti della società, dirigenti, industriali, professionisti, banchieri e politici. C'è, insomma, nell'atteggiamento finto neutrale e finto scientifico di De Mauro, un sentimento di superiorità antropologica, una vera e propria ideologia da far valere contro gli straccioni di italiani che non si sanno esprimere in straniero (la lingua italiana imposta dall'alto delle istituzioni alle popolazioni che si esprimevano e si esprimono benissimo nelle loro lingue, equivale a imporre la lingua dell'invasore).

Gli stessi tribunali - se ci capitate fateci caso – premiano gli imputati che si sanno esprimere nella lingua italiana scolastica dei giudici, e aggravano la posizioni di coloro che si  esprimono nel proprio idioma, che per forza contiene odio nei confronti dell'autorità e delle istituzioni, dalle quali si sentono oppressi, a partire dall'imposizione di una lingua impoverita a fini di comunicazione, con la quale non si può esprimere un cazzo.

Pur non essendo un esperto di nulla, figuriamoci di una materia ostica come la linguistica,  ho letto abbastanza per essermi fatto l'idea che la disciplina  è stata sfigurata dai suoi applicatori sociali, a parte forse certe esperienze di sociolinguistica in America, fatte sul campo da insegnanti militanti, dove però, temo, ancora impera il generativo (di fatto spiritualista) Noam Chomsky, contro le davvero belle teorie inclusive del materialista  William Labov. La sociolinguistica quantitativa-urbana, per esempio, tende a considerare tutte le espressioni linguistiche di pari qualità, almeno  a fini espressivi e di giudizio sui quozienti intellettivi delle persone, in particolare degli studenti - i quali, detto fuori dai denti, non avrebbero nessun naturale obbligo di applicarsi nella lingua di comunicazione attraverso la quale si impongono socialmente i loro oppressori; certo, ce l'hanno se si vogliono fare spazio nella società nella quale le lingue di comunicazione sono inevitabilmente quelle dei dominanti; ma poi, questo spazio sociale, urbanamente e quantitativamente parlando, per gli oppressi o dominati c'è? 


Una esperta di linguistica,   pregiata inaffidabile mia collega di Accademia, che è stata una allieva del grande linguista e umanista rumeno  Eugenio  Coseriu, mi ricorda sempre che lui non finiva mai di ripetere che, come il cliente,  il parlante ha sempre ragione. Ma se il parlante ha sempre ragione, il torto chi ce l'ha?

Testo e autore del testo non corretti.

mercoledì 9 novembre 2011

Brecht certe cose le sapeva. Sulle classifiche Pordenone legge.

Ore 8.40. Rigore, notoriamente, è quando arbitro fischia. Ma qualità, quand'è? Tutti sanno, anche chi non ha nessuna intenzione di leggere un libro in vita sua,  che ci sono queste classifiche di qualità che fabbrica la ditta Pordenone Legge, attraverso una giuria composta da 200 cosiddetti grandi lettori. Ma siami (pl) sicuri sicuri che i modi con cui queste classifiche vengono prodotte  siano a loro volta di qualità? E se non lo fossero, come potrebbero attribuire patenti di qualità? Non sarebbe, quella attribuita agli autori da loro scelti, solo una qualità apparente, uno smalto ulteriormente mortificante spalmato sulle  marginalizzate opere che si vorrebbero invece mettere più vicine al centro, un simulacro di qualità utile a far comunque sovrastare i meccanismi della produzione di quantità, ma, in definitiva, i meccanismi oppressivi del sistema di produzione dominante?

Stamani mi alleo con Brecht. Mi alzo e vado a prendere gli scritti teatrali (che piacevano anche a Carmelo Bene, il quale, artisticamente parlando, non fu affatto un dissacratore, ma solo uno che applicava i migliori risultati della scienza sperimentale dei maestri che lo avevano preceduto, dei quali fu massimo testimone; certo, inventando a sua volta...). Fatto.
 
Ora la dico grossa. Se, secondo la figlia Lietta, uno dei dispiaceri più grossi della sua vita (di Giorgio Manganelli), è stato di non poter dire a Pasolini che scriveva male, che cosa, Manganelli stesso, si sarebbe oggi rammaricato di non poter dire ad alcuni critici che dicono di prenderlo a modello?  
Giorgio Manganelli fu, non solo a mio avviso, uno degli spiriti più magnificamente leggeri dell'ultimo secolo letterario e culturale. Ma questo lo si deduce dalla sua scrittura, non certo dalla letteratura critica su di lui, la quale si contraddice proprio a partire dalla scrittura (che vuol dire anche dal pensiero, non facciano i furbi parandosi dietro al fatto che non saper scrivere, al giorno di oggi, è una necessità dettata dal bisogno di sopravvivenza, che insomma, sarebbe solo un peccato veniale...).   
Apro gli scritti teatrali di Bertolt Brecht, PBE Einuadi, 1962. Vi cerco materiali a sostegno dei miei dubbi circa la non qualità del sistema di produzione dei fabbricatori della qualità. Pag 26: illudendosi di possedere un apparato che in realtà li possiede, essi difendono un apparato che non controllano più, che non è più - come essi continuano a credere – un mezzo che serve i produttori intellettuali, ma un mezzo che si rivolge contro di essi, contro la loro produzione (quando cioè questa produzione persegue tendenze proprie, nuove, non corrispondenti o addirittura contrarie a quelle dell'apparato). Essi sono ridotti allo stato di fornitori. Il valore della loro produzione finisce per essere misurato a una scala che ha per base la nozione della smerciabilità. Da qui l'uso invalso di esaminare ogni opera d'arte sotto l'aspetto della sua convenienza all'apparato, e di non preoccuparsi se l'apparato sia, o no, conveniente all'opera d'arte. Si dice: “ questa o quell'opera è buona “; e s'intende senza dirlo: “ buona per l'apparato “. Ma quest'apparato è determinato dalla società esistente, e assimila solo ciò che gli permette di sussistere in questa società. Si potrà dunque discutere di tutte le novità che non abbiano un carattere minaccioso per le funzioni sociali di quest'apparato, quella cioè del divertimento serale. Non si potrà invece discutere di tutte quelle novità che tendono a fargli mutare funzione, vale a dire situare diversamente l'apparato nella società, per esempio connettendolo alle istituzioni d'insegnamento o ai grandi organi di pubblicazione. Attraverso l'apparato la società assimila ciò che le serve per riprodursi. Così, nel migliore dei casi, l'apparato lascerà passare una “ novità “, che porti al rinnovamento, ma non mai al cambiamento della società esistente, buona o cattiva che sia la forma di questa società.
I più evoluti non pensano nemmeno a cambiare l'apparato, perché sono convinti di avere a disposizione un apparato che serve ciò che essi liberamente inventano, un apparato, dunque,  che si trasforma da sé con ogni loro nuovo pensiero. Il fatto è che la loro invenzione non è libera: l'apparato adempie la propria funzione con loro o senza di loro, i teatri lavorano ogni sera, i giornali escono x volte al giorno; essi assimilano ciò di cui hanno bisogno; e hanno semplicemente bisogno di una certa quantità di materiale (nota fondo pagina: I produttori, invece, sono totalmente condizionati dall'apparato, sia economicamente che socialmente,  esso monopolizza la loro azione, e i prodotti degli scrittori, dei compositori, dei critici, assumono sempre più il carattere di materia prima. Il prodotto finito è quello che esce dall'apparato).  
Fanculo a Brecht, che altro posso dire io? Ore 9.32, pubblico sul blog, poi vado a fumare.      Ps: il libro di Brecht è di 241 pagine... 

sabato 24 settembre 2011

Nietzsche e i guidatori di bolidi


un bel libro

Nel popolo italiano quelli della cultura sono pochi pochi, lo sappiamo tutti. Esso  è formato da incolti, da appena appena alfabetizzati che se va bene leggono i libri di barzellette (quelli mediocri, intendiamoci). Nel mezzo a minoranza colta e maggioranza  gnorante resiste  un'esigua rappresentanza  di scettici, li componenti della quale vorrebbero tanto ci fosse più cultura, almeno nel senso dell'amore per l'arte e l'espressione, ma non si fidano della minoranza mercantile che praticando la cultura ne vuole ottenere il massimo di beneficio, anche in termini di diritto a condurre la società; di quella minoranza che prima cerca di imporre alle maggioranze il principio che debbono comandare i colti (l'illuminismo pragmatico scalfariano), poi si descrive e si fa descrivere, in genere  da propri dipendenti o fiancheggiatori,  come massimamente colta...

Sappiamo tutti che fra quelli della cultura non c'è alcun accordo, che anzi, la tendenza è quella di dividersi per visione del mondo, capacità intellettuale, corrente artistica, relazioni importanti, età, esperienza, titoli, opere prodotte, risultati di pubblico, appartenenza a logge, loggette e porticati. Quelli accusano quegli altri, e si tolgono il saluto, e te vendi perché fai schifo, e te sei invidioso, e io mi rivolgo alle masse, e il mio pubblico... sono abbastanza patetici... Non a caso, per trovarne uno intellettualmente onesto, tra quelli della cultura, bisogna farsi spazio tra miriadi di teste di cazzo che tendono a proteggere la propria o perina o l'appartenenza a uno o l'altro dei branchi in campo.

Ora, i considerati analfabeti, sapessero quello che sanno certi scettici, avessero visto quello che hanno  visto
certi scettici, la prosopopea di quelli della cultura la farebbero letteralmente sparire, presi dalla furia ne farebbero sparire anche tante testimonianze (fu il terrore di Nietzsche alla notizia falsa che circolò in Europa circa la distruzione del Louvre da parte dei comunardi; rispetto alla quale falsità giornalistica il filosofo baffuto si rifiutava di incolpare la povera gente per l'eventuale atto iconoclasta, e si domandava: sono o no colpevole quando godo della cultura di cui la classe povera è priva?). Ma non lo sanno... ancora, non lo sanno... altrimenti gli analfabeti si incazzerebbero parecchio, e brandirebbero contro i sedicenti colti qualcosa di più pesante dei libri di barzellette... Possibile che i componenti la minoranza colta  questo non lo capiscono? Possibile  non capiscano che possedere la cosiddetta cultura, peraltro  quasi sempre in senso narcisistico, è al giorno di oggi soltanto una questione di gusto, che in nulla supera il gusto di chi sa giocare a pallone o nuotare o guidare un bolide? Possibile che i sedicenti colti vogliano acquisire il diritto definitivo al comando inducendo i barbari analfabeti alla distruzione di qualche opera di cultura, in modo da accusarli per sempre di essere colpevoli del crimine contro la cultura e poterli governare quali esseri inferiori?

I guidatori di bolidi, appunto: prendiamo loro come esempio, questi individui particolari, questi tipi singoli  che penso piacerebbero allo stesso Nietzsche. Essi sono forse  gli individui con più autorevolezza riconosciuta dalla maggioranza dei cittadini,  maggioranza  che sarebbe meglio definire stramaggioranza, la quale  fino ad oggi mantiene il diritto al voto... Mettiamo che i guidatori di bolidi, avendo preso il posto dei guerrieri di una volta, intendessero occupare il centro della società e governarla coi propri principi: noi più intellettivi non avremmo il diritto di essere scettici, nonostante le loro indiscutibili capacità e nonostante  il consenso dal quale sarebbero circondati?  E sì che nella visione del mondo dei guidatori di bolidi non mancherebbe nulla, né in termini scientifici né in termini umanistici, per organizzare la società in modo efficace e forse anche bello. Infatti,  un guidatore di bolidi deve avere doti umane non comuni e sfruttare tutte le proprie capacità per avere successo, psicologiche e fisiche (non risulta ci sia una metafisica dei guidatori di bolidi); del resto, dal punto di vista scientifico, nel mondo dei guidatori di bolidi si fa tanta ricerca, e difficilmente un buon ricercatore viene escluso perché non fa parte di un branco, men che mai può venire escluso a priori un buon guidatore (lo so che in certi casi bisogna investire molto per dimostrare le proprie doti; ma non è uguale nel circuito della cosiddetta cultura?)

Vabbè, non mi paga nessuno, chi vòle capi' capisce...  

sabato 17 settembre 2011

Spartacus


 " Tutto questo casino per stare alla fine dalla loro parte? "
Dapprima non mi fidavo di quelli che dicevano le cose che condividevo. E feci bene, perché smisi subito di farmi guidare dai grandi editorialisti, che sostanzialmente scrivevamo e scrivono prendendo a prestito i luoghi comuni dalle teste dei loro lettori paganti, per farli sentire intelligenti... Mi parvi furbino a non cascarci. Ma fu faticosissimo farmi un'idea coerente su qualsiasi cosa avvenisse, e fui tante volte tentato dall'abbandonarmi all'acquisto di idee industriali preconfezionate, magari industrie di nicchia come il cinema che loro dicevano d'essai, fatto coi soldi dello Stato, che vuol dire fondamentalmente all'interno  delle forme relazionali che decide lo Stato, compresi compromessi e corruzioni di tutti i tipi. Per fortuna non lo feci mai definitivamente l'irresponsabile atto di rinchiudermi in una o quell'altra nicchia (più onesto l'isolamento completo),  e continuai a fare i miei pensieri senza diventare mai ortodosso a un ordine, convinto che il problema non è nemmeno  quello di rivolgersi a fornitori di pensiero meno cinici, perché anche loro, troppi di loro, prendono a prestito dai loro lettori, che sembrano meglio solo perché sono di meno... certo, incorrevo spesso in gravi incidenti cogli stessi amici, che a volte non sopportavano l'originalità, magari a ragione, perché mica esiste un pensiero autolegittimante...

La questione dell'apprendere si pone in termini corporali (ciao Massimo). Ci sono degli enunciati che ti possono nutrire (come insegnava Simone Weil) e altri, la maggior parte, no, anzi, ti succhiano proteine e calorie senza che tu te ne accorga. In questo senso, essendo ognuno di noi prima di tutto un lettore, non si sa quanti siano gli autori che ti succhiano enunciati per scrivere i loro compitini giornalistici o letterari. Difficile difendersi... Per questo motivo, potrebbe essere, sono tanti quelli che si definiscono stupidi e si rifiutano di leggere, riparandosi, letteralmente riparandosi, dietro il muro della loro supposta mancanza di intelligenza. La verità è che non gli manca l'intelligenza, agli stupidi, i quali, invece, comportandosi così, dimostrano di averne da vendere. Infatti, potete osservarlo tutti: se mettete in circolazione enunciati che possano nutrirli, se ne ciberanno, come è naturale che sia, anche i considerati stupidi, dimostrando di non esserlo poi in modo così definitivo... Il fatto che si rifugino nello sport, per esempio, la dice lunga, perché nello sport più di tanto non si può fregare, bisogna essere davvero meritocratici, mica  è possibile impedire di saltare a chi salta, di correre a chi corre ecc. come invece, purtroppo, avviene nel resto della società, che prima o poi sarà spazzata via in malo modo da questi esseri diversamente amanti della cultura che a torto, assolutamente a torto, vengono ritenuti inferiori e autoritariamente spinti a gonfiar repressione  nelle periferie urbane e sociali. Questi qua, però,   vanno da tempo accumulando forza fisica, frequentando palestre e facendo sport... temo che  quando sarà il loro momento non guarderanno in faccia a nessuno, avrai voglia a dirgli che la  paratassi tua è più corretta della paratassi di quegli altri...
A questo punto mi tocca fare l'elogio di Fabrizio Corona. Mai avrei creduto di poter arrivare a tanto... Invece, tra Corona e Sofri figlio, mi tocca scegliere Corona. Dico Sofri così a caso,  uno che si dà da fare, tutto sommato simpatico, che io altrettanto simpaticamente definisco il direttore del Figlio... ma potrei fare nomi e cognomi a iosa. Solo perché la di lui sposa, Daria Bignardi, fu umiliata dal Corona medesimo che durante un'intervista le disse letteralmente: “ se dovessi vivere come vivi tu mi ucciderei! “ Senza che la nota e autorevole presentatrice fosse capace di ribattere alcunché, che so, un semplicissimo anch'io dovessi vivere come vivi tu... 
I Sofri e le Bignardi, io stesso per certi versi, siamo portati ad avercela con la gente come Corona perché sarebbero rozzi. Ma così non è. Perché loro rispettano in tutto e per tutto il mondo che li accoglie (e ci respinge...). Siamo noi che non ci va bene nulla! Non solo, esseri capricciosi, fin da piccoli abituati a inventar ragionamenti e parole per difendersi e semmai prevalere su chi pretende di esercitar autorità su di noi, ci siamo trasformati da ribelli in sofisti, in quanto tali massimi esperti e portatori d'acqua dell'autorità alla quale il linguaggio che noi adoperiamo per ribellarsi appartiene. Per questo talvolta ci premiano, le autorità, perché aumentando e rinnovando il grado di sofisticazione del linguaggio aumentiamo il loro potere insidiato giustamente dalle maggioranze rozze delle quali i Corona fanno parte. E' per questo che i  più o meno rozzi ce l'hanno così tanto con noi  più o meno colti: ci considerano collaborazionisti dei loro aguzzini, che sarebbero minoranza battibile non avessero tutto quell'inarrivabile arma che è il linguaggio... Come se sapessero, i  più o meno rozzi, che il nostro lavoro, in quanto produttori di enunciati, è quello di fabbricare parole che demoliscano le naturali ambizioni di rovesciamento dei poteri  da parte dei veri sottomessi all'autorità. Altro che rivoluzionari... siamo dei parolai... e dei servi... Spartacus all'incontrario, ecco quello che siamo.

martedì 13 settembre 2011

Massimo Rizzante esterna contro il presente assoluto (una delle conseguenze del realismo estetico)

momenti di dialettica letteraria nel  blog Nazione Indiana

In attesa che s'infiammi  la prossima polemica tra realisti e immaginisti, tra organici e inorganici, tra affidabili e inaffidabili, nell'internet cultura italiana succede poco, salvo l'affacciarsi di un nuovo sito che si chiama le Parole e le Cose, nel quale si esprimono menti di tutto rispetto, a partire da Walter Siti. La cosa più eclatante mi pare la seguente:   nel primario blog letterativo, Nazione Indiana,  infuria una ben significativa  polemica contro un commentatore “ paria “ come Ennio Abate, il quale,  un po' polemicamente, lo ammetto, invitava l'impegnato  blog, un mesetto fa, ad occuparsi di Libia, e il blog, in tutta risposta, disse a lui di scrivere un articolo sulla Libia, ma poi, quando lui l'ha scritto, gli hanno detto che non gli piace che è scritto male  e qui e là. Allora lui l'ha pubblicato da altre parti, il suo un po' troppo esteso articolo,  per esempio nel suo blog Moltinpoesia, nel quale sostiene a ragione che l'intervento della Nato a favore dei ribelli è una schifezza politica e giuridica; ma insiste con gli amministratori del blog NI dicendo scrivetelo voi, in base a quanto scriveste nello scorso marzo    è vostro dovere farlo che ci tenete tanto alla responsabilità evvia evvia. Loro lo infamano, povero Abate, esce tutto il servizio d'ordine per pestarlo (tutto in verità no, manca Alcor...), per dire che la Nazione, che io chiamavo scherzosamente fazione e dalla quale mi sono pur a dispiacere dimesso come commentatore, si comporta bene e che non censura e che ha diritto di parlare di cosa vuole  e di pubblicare uno scritto o meno a seconda dell'insindacabile giudizio dei suoi redattori (ci mancherebbe!). Vedremo come va a finire. Abate insinua che gli indiani non possano parlare di Libia chissà in base a quale superiore ordine al quale non possono fare a meno di ubbidire. Secondo me fa male a insinuare, a meno che non mostri le prove di quello che dice, anche se in definitiva  e in astratto una simile insinuazione potrei avergliela suggerita io stesso, l'avessi avuto a portata di conversazione...

Invece, uno dei pochi  indiani ai quali secondo me è sempre dovuta la massima attenzione, Massimo Rizzante, oggi esterna, come fa con misura certosina, anche se non con il migliore   dei suoi articoli; questa volta sulla biennale di Venezia e sull'arte contemporanea,  e soprattutto sull'appiattimento del tempo. Tra gli scrittori impegnati si parla finalmente di estetica (in verità lo fanno in pochissimi, Rizzante è uno di questi), però solo a  sorta di pecorelle messe tra un programma importante e l'altro... aspettando l'avvento dell'etica in prima serata, che  ci scasserà il cazzo per tutto l'inverno e anche primavera finché non faranno spazio a certi critici e scrittori, sedicentisi impegnati o promettentisi impegnandi, nei migliori scranni del sistema editoriale (dato che ci sono più culi che poltrone, tutto sta a vedere se Veltroni cederà qualche torre...), e, peggio ancora,  finché non finiranno le nuove trasmissioni tv di.

Si parla finalmente del presente assoluto nel quale sembra esser caduta la nostra disgraziata epoca, così culturalmente corretta. In verità sa bene, Rizzante, che la negazione e manipolazione del tempo passato è una tecnica politica ampiamente usata dal potere  di tutte le epoche a fini di dominio delle masse; come  sa bene che quello che lui descrive è l'effetto della manipolazione dell'arte per mezzo della cultura (in particolare del  realismo estetico!),  che non è affatto neutrale, sopra di tutto quando è finanziata dallo Stato, che ci ha i suoi luridi interessi a fare in modo che nella società, anche quella artistica, le cose vadano a suo favore, in un certo modo e non in un altro.

Nel mondo reale, direi meglio  nei mondi reali, i processi storici avvengono lentamente e non in maniera lineare, ce lo hanno insegnato filosofi come Nietzsche e Foucault, storici come Braudel, biologi filosofi  come Jaques Monod (sticazzi!). Quindi Rizzante fa male a irrigidirsi sulla riapertura al tempo passato e al tempo futuro, che ci riporta al modernismo politico, alla teleologia cristomarxiana e al destino ultimo dell'uomo, all'evoluzionismo. Così  non se ne esce.  All'appiattimento  sul tempo presente favorevole alle soggettività  dominanti (i proprietari delle narrazioni, vecchie e nuove...)  si deve esteticamente ribadire  con il mettere in campo il tempo molteplice,  tempo disponibile all'infinito e al plurale. Certe cose non potrebbero succedere se solo  si adoperasse  un concetto più difficilmente manipolabile come quello di tempi, tempi al plurale, che pigliassero  forme sempre diverse a seconda della varie soggettività che in essi si rappresentano. A partire dai tempi interiori di ogni singola opera d'arte.

Nel mondo dell'arte, anche la cosiddetta contemporanea che ho conosciuto benino, la schiuma è tanta; a volte pare bella, ma schiuma rimane... se ci si entra a contatto ci si accorge che spesso,  appena sotto la cresta, contiene rifiuti e tanta roba marrone.  Quindi non capisco  perché uno studioso preparato e smagato come Rizzante si meraviglia tanto se Vittorio Sgarbi, dico, Vittorio Sgarbi, fa una biennale di merda.  Del resto,  a Rizzante gli piacevano di più le Biennali dei critici più titolati e più accomodati nel circo accademico? Non lo so. Temo però che la sostanziale collusione nella visione del mondo tra élites di benpensanti di destra e élites di benpensanti di sinistra sia roba che va avanti da più d'una generazione, anche artistica. Le élites, detto tra noi, hanno avuto e  hanno tutto l'interesse ad affermare esteticamente un presente assoluto nel quale loro sono al centro, nel quale si sono furbescamente affermati sia come gestori del sistema da demolire che come suoi riformatori...

Il presente assoluto, vorrei dire non solo a Rizzante, si va espandendo in questo cazzo di paese almeno da trenta anni, attraverso  certe mal interpretate teorie postmoderniste, che hanno fatto considerare impresa, politica, editoria, cultura e arte un tutt'uno, escludendo, fatalmente, ogni voce critica dal gioco, escludendo la possibilità stessa di fare critica, ma soprattutto escludendo dal gioco della produzione di soggettività intere categorie sociali difficilmente collocabili fuori da una concezione moderna della storia ( concezione giustamente e grazie, addio,  fuori gioco), mi riferisco prima di tutto agli operai, e, per estensione, a tutti coloro che aspirano ad avere un lavoro salariato, ai danni dei quali, soggetti deboli...  si è fatto un gioco molto raffinato, un'acrobazia che sembrava impensabile, escludendoli addirittura dal tempo, per meglio dire escludendo dal sistema editoriale che sempre alle élites appartiene le narrazioni dei tempi periferici nei quali si svolgono le loro vite. Ri sticazzi...

Insomma, Rizzante tanto di più non poteva fare, visto il contesto, ma la sua critica feroce di ogni forma di realismo estetico, che sarebbe impossibile senza un appiattimento delle narrazioni sul tempo presente (che sarebbe meglio dire centrale), è assai apprezzabile anche questa volta. Chissà in quanti gli risponderanno e vorranno dibattere con lui comprendendo il suo discorso... di solito sono pochi.

L'articolo è da leggere clic non fosse altro che per la citazione di Josif Brodskji: l’estetica viene prima di tutto, dell’economia, dell’etica, della politica (che fatta da un redattore di NI ci ha la sua valenza...)

domenica 10 aprile 2011

E' la realtà che bisogna spegnere (la tv è innocua)


Da un'intervista al regista e drammaturgo Heiner Muller (a cura di Oliviero Ponte di Pino)

È difficile pronunciare grandi frasi, ma se il teatro ha una funzione è quella di rendere la realtà impossibile. Non mi interessa la riproduzione della realtà sulla scena ......... Mi interessa al contrario difendere la scena dalla realtà, portare in scena un'altra dimensione, un altro spazio, un altro tempo. Nell'ottenere questa distanza dalla realtà, c'è una sorta di godimento, un vero e proprio divertimento. Si tratta di togliere gli spettatori dalla realtà in cui vivono per fargliene vedere un'altra: lo straniamento brechtiano non è altro che questo. Riso e pianto possono ottenere questo effetto: instaurare un altro rapporto con il vissuto.

martedì 8 marzo 2011

La novella del merito


C’era una volta quelli che decidevano il merito da attribuire a ogni persona meritevole,  esseri irrimediabilmente a posto sui cui gropponi gravava il peso della selezione sociale. Risalire a chi aveva scelto essi stessi come distributori di merito altrui è piuttosto complicato, ma basti dire che a suo tempo già si discusse invano circa il  come mai coloro che li avevano scelti come loro successori erano stati scelti e così via.

Primaditutto c’era una stranezza. Tra quelli che decidevano il merito non c’era neanche un povero. Poi la solita furberia maschile: poche donne...

La novella è finita. Veniamo al dunque. Che infatti, lo sapete  tutti, non riguarda il criterio di scelta dei meritevoli, che quelli è ovvio che si scelgono per intelligenza e percorsi formativi. Il problema è capire le ragioni di esclusione tra queste schiere di eccellenti. Il primo criterio di esclusione è senz’altro la poca soma uguaglianza con quelli della schiera dei meritevoli giudicanti. Poi si escludono le donne in gran quantità, come da tutti accettato, inspiegabilmente anche  dalle donne stesse, che altrimenti sarebbero non solo nel numero superiori ai maschi ovunque. Poi si escludono quelli troppo eccellenti, come è giusto che sia: li si esclude spesso anche includendoli in ambienti per loro tossici, cercando di limitare i danni della loro insana libertà creativa, che comunque, questo tipo di funambolo asociale, accidentàllui, più ostacoli trova più mègliora.  Poi si escludono quelli di dubbia etnia, non si sa mai: cosicché i meritevoli nostrani mai e poi mai si troveranno a dover competere con luridi meritevoli forèsti. Poi c’è il criterio dell’affidabilità: qui, pernonsbagliare, si fa come per la selezione dei carabinieri, si analizza bene la provenienza sociale, e ci si informa bene su almeno tre generazioni di avi affidabili, che vuol dire servili per chi non l’avesse ancora capito, ancora meglio se perunaragioneoperlaltra ricattabili. Poi si escludono quelli che non hanno alcuna protezione, perché, questo è il ragionamento, se certi meritevoli non ci hanno nessuno che li raccomanda una ragione ci sarà pure. Evvia evvia.

Conchiudo con una domanda. Gli eccellenti eccellenti, quelli che tra i meritevoli scartati  se la sono un po' cercata, crescono a costo di morire di gigantismo, a volte in povertà davanti agli uomini ma non importa... gli esclusi di talento normale, invece, una volta esclusi dalla giuria di quelli che attribuiscono il merito, magari dopo i ricorsi ai quali hanno diritto, che fine fanno?

sabato 26 febbraio 2011

Sono tutti contenti perché a Sanremo avrebbe vinto la poesia: Enzo del Re




Parliamo oggi di poesia e canzonette. Era tanto che volevo parlare di Enzo del Re. Al contrario, Roberto Vecchioni non lo classificherei tra i poeti, semmai, senza volere offendere,  tra gli insegnanti di scuola media di poesia, assolutamente  deleteri, in tutti i sensi, perché  in un primo momento allontanano i ragazzi da un pratica tra le più antiche e nobili, sia a causa della poca severità con la quale la insegnano sia  a causa dell’abbassamento del valore poetico alla propria quasi sempre moderata  intelligenza di professori-poeti. Più o meno.

Per non mandarla  a dire, a Sanremo non ha vinto la poesia, ma un professore di poesia, che è diverso, molto diverso. Vecchioni, che sappiamo tutti ha scritto canzonette belle come  Luci a San Siro,  non è Leonard Cohen, e se è per questo  non è nemmeno Tricarico, che se proprio volevano far vincere la poesia stava lì a portata di mano, pur con una delle sue canzoni meno riuscite  (se volevano far vincere la più  bella canzone, cosa  che non succede mai, facevano invece vincere i La Crus).

Hanno  voluto far vincere Roberto Vecchioni, ritengo,  perché rappresenta la poesia controllabile, affidabile, strumentalizzabile. Non per caso  il cantante professore si è affrettato a dedicare la vittoria alle donne e alla società civile.

Da tempo penso e in qualche modo so che lo show business italiano è tutto in mano a poteri che cercano di orientare la pubblica opinione  a favore di valori che sottostanno ai loro interessi, anche quelli poco trasparenti (tutti sanno che la cosiddetta camorra sta dietro al successo di alcuni artisti napoletani, essendo che ne hanno finanziato la nascita e, in alcuni casi, siamo venuti addirittura a sapere che piccoli boss sono autori di canzoni degli stessi artisti oramai di fama internazionale). Il mio dubbio è che la canzonetta  di Vecchioni non sia solo una canzonetta, che nasconda infatti  contenuti noti solo in certi circoli, contenuti prodotti e diffusi a fini propagandistici. In questo senso,  secondo me, uno dei  capi mandamento  della canzonetta italiana, Mario Luzzatto Fegiz, sul corrierone dei poteri a posto che non se ne può parlar male, semmai parlar male  del  capitalismo puzzone... classificò primo Vecchioni il giorno dopo il debutto sanremese. Dico contenuto criptico nel senso che la canzone probabilmente dice a chi deve ascoltare, immagino a fin di bene,   cose che a noi comuni immortali sfuggono. Un po’ come il Viva Verdi del periodo insurrezionale, che voleva dire, come  sappiamo tutti, viva vittorio emanuele re d’italia. Già ieri si cominciava  a scrivere che non si sa a chi è riferito il bastardo che sta sempre al sole  contenuto nel mediocre testo avvolto nella parola AMORE. Anche Benigni, il re dello show business embedded,  parla sempre di amore, facendo stranamente finta di ignorare, da praticante  di Dante Alighieri, ciò che diceva un secolo fa lo studioso Luigi Valli nel suo “ Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d'Amore “, cioè che quando Dante e i poeti dello stil novo parlano di amore, è alla loro difficile militanza politica che si riferiscono, non certo alle belle donne di cui da sempre si innamorano vano o invano i poeti medesimi.

Passiamo alle canzonette-poesie. Quando vedo e leggo questi poeti di ora lamentarsi che  i loro libri vendono poco perché, adducono, la poesia non interessa più a nessuno, mi irrito. Qualche volta dico loro pazientemente che non è possibile togliere la  poesia al popolo, nemmeno l'arte, purché sia stata prodotta per loro, come una qualunque cattedrale. Infatti, i ragazzi si ripigliano ciò che gli viene maldestramente tolto dalla porta scuola, rientrando dalla finestra  canzonetta, ascoltando di brutto i cantanti poeti, nostrani e foresti,  primo fra tutti Fabrizio De André.


Ma se di poesia nelle canzonette vogliamo parlare, bisogna parlare dei più bei dieci minuti della tv nel 2010. Mi riferisco alla partecipazione di Enzo del Re al concertone del primo maggio. Solo in scena, cantando a cappella,  accompagnandosi col battito delle mani su una sedia, il vecchio ragazzino riuscì a emozionare centinaia di migliaia di persone in piazza e non so quante davanti al teleschermo, io tra questi che  ignoravo l’esistenza dell’artista pugliese. Mi pensavo che i giornali di sinistra, nonché i programmi tv attribuiti alla sinistra culturale, si affrettassero a recuperare il tempo perso per far diventare Enzo del Re, in poche settimane,  un poeta conosciuto da tutti come evidentemente merita, del resto chissà da quanti anni. Invece no, miserabili come  e peggio di sempre, hanno taciuto, a dimostrazione ancora una volta che sono prima di tutto loro ad affossare la cultura, oscurando qualunque gesto artistico contenga naturale vitalità, magari collegabile a immaginari e bisogni popolari. Perché?