diario in pubblico (si fa per dire, è come quando si fà la pipì in un angolo all'aperto di notte, inutile guardarsi intorno, tanto non c'è nessuno)
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venerdì 17 febbraio 2012
lunedì 6 febbraio 2012
Epistola prima a Christian Raimo (e ai giovani scrittori)
Credo sia la tenuta regolamentare da giovane scrittore italiano
Oggi credo di aver almeno in parte capito perché Goffredo Fofi lo scorso maggio, nella rubrica che teneva sull'Unità, scrisse quell'articolo molto duro con i giovani scrittori, domandandosi retoricamente se sono di destra (clic per leggere l'intero articolo).
Goffredo Fofi (dato che ci sono gli dico anche che è stato eccessivo a togliere il saluto ad Alfonso Berardinelli perché scrive sul Foglio)
Fofi, in quell'articolo severissimo, faceva delle analisi sui giovani (credo di rientrarci anche io, per poco, ma ci rientro) che mi sento di condividere, anche se scrivendo questo, prevedo, mi attirerò ulteriori offese di seminatore d'odio e qui e là. Dice sostanzialmente il decano della critica militante, dei giovani in generale:
- Senz’altro progetto che quello del privilegio per pochi e per i loro complici e servi e oggi, quel che è peggio, senz’alcuna preoccupazione per il futuro comune.
- Non è difficile distinguere all’interno di una generazione la destra, la sinistra e gli ignavi – questi ultimi “zona grigia” per eccellenza. massa più o meno supina o invadente, maggioranza silenziosa ieri, maggioranza chiassosa oggi nell’illusione che le dà il mercato di essere “protagonista” per il tramite del consumo.
Degli intellettuali e degli scrittori giovani, in particolare i secondi, dice questo:
- vedono che uno dei pochi modi per farsi strada è quello di inserirsi nei meccanismo della produzione di merci culturali o artistiche, dove persone non più intelligenti e dotate di loro hanno conquistato rapidamente fama e denaro.
- I giovani con ambizioni di scrittori sono oggi (chissà per quanto ancora) molto corteggiati e corrotti dal mercato, dalla “produzione”. Gli editori se li contendono e il risultato è l’invasione di merci ripetitive, scadenti, conformiste. Il flusso della merce impone superficialità e astuzia nella scelta degli stili e degli argomenti, gli editor spingono i migliori ad accettare la logica dei peggiori...
- Anche in letteratura domina “la destra”, e possiamo tranquillamente considerare i giovani scrittori come un altro dei tanti fenomeni “di destra” di questa Italia, visto che accettano questo stato delle cose e vi cercano il loro bene, il loro posto al sole. Non sempre è “giovane” chi afferma di esserlo e c’è oggi una gioventù scrivente e servile che è, benché perlopiù fatta da ignavi, perfettamente “di destra”.
Ora, Christian Raimo, che mi sembra si dichiari cattolico, la parola ignavia dovrebbe conoscerla molto bene. Ma fa finta di no. Almeno oggi, in una lunga articolessa uscita sul blog della casa editrice Minimun Fax (clic), Minima & Moralia, blog dal quale, curiosamente, appena dopo la vergognosa campagna che mi ha eletto... unico seminatore d'odio nelle patrie lettere, risulto interdetto. Per cui commento l'articolo di Raimo da qui, anche se mi sarebbe più comodo da lì, e sarebbe anche più serio... Ma, lo dico alle poche persone che mi seguono, non sono stato interdetto dai redattori di quel bel blog letterario. No, no, figuriamoci! Me lo dicono anche per mail che non ci pensano proprio a censurarmi, sopra di tutto se i miei commenti non sono offensivi. Infatti sono interdetto dal sistema, che mi ha oramai riconosciuto come spazzatura, e neanche i volenterosi e valorosi intellettuali di quella casa editrice possono farci nulla. In ogni caso, di essere spazzatura per il sistema lo so da sempre, quindi ci ho fatto l'abitudine a essere isolato, e non mi fa né caldo né freddo (almeno finché non mi vienghino a acchiappa' fino all'uscio di casa recando seco la forza pubbri'a... a que' punto potrei valuta' di fa' l'abiurativo)
Raimo dice e qui e là che l'hanno convocato a una riunione di grande editoria dove boss della Mondadori servivano il tè in livrea (la livrea ce l'avevano penso i boss) e camerieri potentissimi discorrevano del futuro del libro alla luce delle tecnologie e delle nuove forme di diffusione. Più o meno dev'essere andata così.
Raimo dice che mentre lemme lemme si recavano al grande albergo 5 stelle con il collega Nicola Lagioia, si domandavano come mai proprio loro avevano invitato a una riunione di gente così importante che doveva riflettere sui problemi universali dell'editoria. Non se ne faceva una ragione. Ma invece, leggendo l'articolo si capisce il perché. Si capisce nel senso che lo capisco io, perché Raimo - per via che oggi è colpito dall'ignavia stagionale, che di solito va via in due o tre giorni anche senza pigliare medicine, basta stare protetti al caldo sotto le coperte - da solo non ci arriva. Infatti, a un certo punto dice: " qual è il motivo, dicevo, per cui ho deciso di pubblicare con Einaudi? Dirlo è semplice: è che ci sono persone come Paola Gallo o Marco Peano, che mi stanno aiutando a diventare uno scrittore migliore ".
Raimo dice e qui e là che l'hanno convocato a una riunione di grande editoria dove boss della Mondadori servivano il tè in livrea (la livrea ce l'avevano penso i boss) e camerieri potentissimi discorrevano del futuro del libro alla luce delle tecnologie e delle nuove forme di diffusione. Più o meno dev'essere andata così.
Raimo dice che mentre lemme lemme si recavano al grande albergo 5 stelle con il collega Nicola Lagioia, si domandavano come mai proprio loro avevano invitato a una riunione di gente così importante che doveva riflettere sui problemi universali dell'editoria. Non se ne faceva una ragione. Ma invece, leggendo l'articolo si capisce il perché. Si capisce nel senso che lo capisco io, perché Raimo - per via che oggi è colpito dall'ignavia stagionale, che di solito va via in due o tre giorni anche senza pigliare medicine, basta stare protetti al caldo sotto le coperte - da solo non ci arriva. Infatti, a un certo punto dice: " qual è il motivo, dicevo, per cui ho deciso di pubblicare con Einaudi? Dirlo è semplice: è che ci sono persone come Paola Gallo o Marco Peano, che mi stanno aiutando a diventare uno scrittore migliore ".
Christia Raimo e Nicola Lagioia sorpresi dal flash appena prima di andare alla riunione con i boss dell'editoria italiana
Oh, ci siamo arrivati. Avete visto che aveva ragione Fofi? Questo giovani scrittori - nemmeno quelli che hanno doti intellettuali importanti, almeno così si dice - non si rendono conto che vengono usati da 'O Sistema per portare a fondo le loro strategie commerciali. Alla massa sempre crescente di scrittori che preme alle loro porte, adesso gli editori vogliono far credere che i servizi editoriali sono necessari, assolutamente fondamentali per diventare scrittori autorevoli e affermarsi. Certo, lo sanno anche loro che sarebbe più comodo e redditizio vendere i propri libri su Amazon o in qualunque altra vetrina virtuale. Ma affermano, diciamo meglio contrabbandano, gli editori maggiori (e minori...) che solo attraverso i loro servizi, in particolare nel caso dei grandi editori, si diventa scrittori: solo i grandi editori sanno valorizzare uno scrittore, questo è il teorema che deve passare. Io penso invece che è il contrario (vi prego di credere che non ne faccio una questione personale: io, pressato da parenti e conoscenti, ho mandato un testo breve a 4 editori piccoli - no a Minimun Fax! - che nemmeno mi hanno risposto; l'ho mandato anche a un editore grande, che molto cortesemente mi ha risposto, ed è la Giunti di Firenze). Del resto gli editori, prevedo di nuovo, ben presto venderanno servizi agli aspiranti scrittori, senza nessuna vergogna (e faranno bene!). A maggior ragione e costo lo faranno se i giovani scrittori più qualificati intellettualmente e più impegnati intellettualmente continueranno a legittimarli e a far loro gratuita propaganda. Gratuita per modo di dire, diciamocelo senza ipocrisia, perché verranno o furono ricompensati attraverso i normali contratti editoriali. Almeno così pare fare Einaudi. Certo, anche in base al merito, perché Raimo scrive bene, lo sappiamo tutti; non quanto il suo collega di scuderia Nicola Lagioia, ma scrive bene. L'importante, sembra pensare la casa editrice Einaudi, è che gli scrittori ammessi al catalogo istruiscano a dovere gli scrittori meno dotati intellettualmente. E, sopra di tutto, gli aspiranti scrittori che attualmente, gioco forza, sono loro ammiratori e pendono dalle loro labbra: " qual è il motivo, dicevo, per cui ho deciso di pubblicare con Einaudi? Dirlo è semplice: è che ci sono persone come Paola Gallo o Marco Peano, che mi stanno aiutando a diventare uno scrittore migliore ".
Per concludere, non bastava che pubblicassero con Berlusconi per fare resistenza e critica dall'interno... ora fanno anche pubblicità all'ottimo funzionamento delle industrie di... Berlusconi. Vabbè, loro dicono che è normale. Che in ogni caso loro sono impegnati nelle migliori iniziative sociali, dalla generazione di scrittori TQ al teatro Valle (secondo me, lo sa chi segue questo blog, esempi di involuzione culturale). Ma se poi arriva uno autorevole come Goffredo Fofi a dire provocatoriamente che gli scrittori giovani sono di destra, almeno nel senso che pensano solo ai fatti propri e a farsi una posizione, mica si devono troppo arrabbiare.
Non lavorerò mai! Gridava l'adolescente Arthur Rimbaud. Anche l'attore poeta Victor Cavallo gridava così. Anzi, no, il gioioso e disperato Cavallo gridava esattamente così: Non lavorerò mai! Con voi... Non lavorerò mai con voi...
Victor Cavallo
Post e autore del post in fase di correzione. Parola d'ordine: Ah, Basaglia! Seconda parola d'ordine: Bau!
Vialetto di casa della prossima residenza di Larry
Su Alfabeta 2 c'è una bella riflessione di Giorgio Mascitelli sulla questione editoria se(r)viziosa (clic)
dato che ci sono, oramai è il 12 febbraio, metto il commento che avevo lasciato su Alfabeta 2 intorno al giorno 8 febbraio. Anche loro devono avere un problema di SISTEMA, un problema di sistema grosso, ché i miei commenti non passano da tempo...
Bell'articolo, su cui riflettere a lungo (per sottrarsi alle grinfie degli industriali della carta stampata). Il dubbio che gli editori tendano a farsi grossi abbassando il livello degli scrittori editati, era venuto anche a me. E andrà sempre peggio, almeno a leggere questo articolo: a qualcuno si dirà che è giusto che paghi i servizi; ad altri che ringrazino iddio di essere pubblicati. Insomma, gli editori non cacceranno un euro... nemmeno quelli grandi, e guadagneranno a prescindere.
Mi permetto di lasciare il link a un mio modesto pezzo, che guarda la questione da un'altra angolatura, quella del collaborazionismo (parola forte, mi rendo conto, ma quando ci vuole ci vuole)
mercoledì 23 novembre 2011
La tassa sugli immobili, o dell'immobilismo progressivo
Logo scartato per il nascente Partito Social Immobilista
Immobili. Se si vòle sopra vivere, da facitori di parole o di fatti d'arte, bisogna stare immobili. Mi ricordo che lo scrisse Kafka, da qualche parte. Se è per questo anche il Conte Maurice Polydore Marie Bernard Maeterlinck, ancora prima... D’altra parte non si era denominata Accademia degli Immobili quella dei fondatori del teatro della Pergola in Firenze? Uno dei primi teatri cosiddetti all’italiana, mica pippi di fave! Che però, contrariamente alle meglio intenzioni dei promotori - che nessuno vòle mettere in dubbio - enorme danno feciano, passato del verbo fecere, e fanno al civile convivere, nonché, sopra di tutto, all’estetica teatrale... che anderebbàno, condizionale del verbo aìre, bombardati e fatti saltare in aria, i cazzo di teatri all'italiana, altro che occupati... Come diceva di voler fare il pur esteticamente moderato Carlo Cecchi al teatro del Cocomero, sempre in Firenze, per realizzare sulle rovine un'epocale messa in scena dell'Amleto, prima di dolorosamente fallire (dolorosamente per via dei numerosissimi talenti (...) e dobloni da restituire ai superbi creditori... se no meglio di fallire, nella vita, si dichiarò d'accordo anche il nobile lastrigiano, ‘un c’è verso fare). Comunque, gli antichi Accademici Immobili, che si feciano purtroppo fregare dagli architetti, si dèttano un motto che meglio ‘un pote’ano: in sua movenza è fermo.
Io pure, nel mio piccolo, sperimentai l’immobilismo progressivo, per non morire. Mi spiego (ma non mi spiezzo). Una volta successe che mi ero suicidato, perché ci furono dei giorni capricciosi che non mi garbava più vivere. Allora, volere o volare, me ne stetti comato immobile attaccato al respiratore. Che però, mi pareva... mi pareva che li sentivo, professori e parenti... ché mi dovevano, per esercizio di moderna carità, organicamente estrarre! SFORTUNATO! Te lo di'o io! Sfortunato chi poi avrebbe dovuto sopportarmi dal di dentro, ché gli avrei rotto i coglioni notte e giorno, eccome se glieli avrei rotti: sarei diventato organico, sì, come predicava Gramsci, intellettualmente organico... Ma organicamente insopportabile! Altro che...
In verità una volta successe che dovetti sperimentarlo due volte, l’immobilismo progressivo: quello già detto del letto di rianimazione attraccato al respiratore; e un secondo, nello stesso tempo, in un’altra volta ma nella stessa porzione di spazio, in cui facevo gli incubi di essere circondato dai peggio rettili, rettili in qualità e quantità inverosimili, di più, assolutamente di più dei rettili classificati nelle tassonomie dei rettili, di più anche di quelli solo virtualmente possibili, per dire quanti erano, rettili per niente innocui come vogliono far credere i dispiaciuti ma responsabili consulti dei coraggiosi professori e parenti, rettili di tutte le dimensioni e forme, ché a me nulla, a parte certe volte i parenti, mi sta sui coglioni come i rettili, ché infatti si dice parenti rettili... anzi, una cosa sì, mi sta sui coglioni più dei rettili, i professori di rettili.
Rettilacci dotati di maledetta e improvvisa mobilità... Che però, la voglio trasmettere a tutti l'esperienza: in quel quasi definitivo viaggio, se stavi fisso immobile, rigorosamente senza respirare - è questo il segreto - i rettili non ti aggredivano; magari sì, ti passavano addosso, ti si avvolgevano, ti si strusciavano, ma alla fine, prima o poi, se ne andavano... e te, se te lo ricordavi, potevi tirare il fiato. Anche se era più prudente restare fisso in apnea, perché presto presto, potevi starne certo, non si sa da dove, ne arrivavano degli altri...
In verità una volta successe che dovetti sperimentarlo due volte, l’immobilismo progressivo: quello già detto del letto di rianimazione attraccato al respiratore; e un secondo, nello stesso tempo, in un’altra volta ma nella stessa porzione di spazio, in cui facevo gli incubi di essere circondato dai peggio rettili, rettili in qualità e quantità inverosimili, di più, assolutamente di più dei rettili classificati nelle tassonomie dei rettili, di più anche di quelli solo virtualmente possibili, per dire quanti erano, rettili per niente innocui come vogliono far credere i dispiaciuti ma responsabili consulti dei coraggiosi professori e parenti, rettili di tutte le dimensioni e forme, ché a me nulla, a parte certe volte i parenti, mi sta sui coglioni come i rettili, ché infatti si dice parenti rettili... anzi, una cosa sì, mi sta sui coglioni più dei rettili, i professori di rettili.
Rettilacci dotati di maledetta e improvvisa mobilità... Che però, la voglio trasmettere a tutti l'esperienza: in quel quasi definitivo viaggio, se stavi fisso immobile, rigorosamente senza respirare - è questo il segreto - i rettili non ti aggredivano; magari sì, ti passavano addosso, ti si avvolgevano, ti si strusciavano, ma alla fine, prima o poi, se ne andavano... e te, se te lo ricordavi, potevi tirare il fiato. Anche se era più prudente restare fisso in apnea, perché presto presto, potevi starne certo, non si sa da dove, ne arrivavano degli altri...
Ebbene, restai mi sembrò intere epoche a meditare, ché a me che non volevo più vivere, per evidente contrappasso, anche i singoli battiti, traditori, mi si divisero in a loro volta intere epoche, epoche che non c'era in nessuna maniera verso di riempire. La presi bene... Decisi di inventarmi qualcosa di filosofi'o. Da immobile per forza, mi pascevo di pensare che stavo immobile due volte, in contraddizione tra di loro. Una volta per espressione di una certa eleganza, un certo aristocratico distacco da una vita concreta assolutamente insopportabile. Un’altra per plebeo istinto di sopra vivenza.
La storia l'anderèbbe avanti parecchio, ma mi fermo, pevvia che gli è l'ora di desinare.
Tutto questo per dire che chi fa danno alla società, specie nella società dell’arte, che è l'unica di cui ha senso occuparsi, son quelli sempre a giro, i mobili, no gli immobili, che stanno sempre bòni pe' conto suo. Perciò, tassare questi ultimi, come, si sente dire sempre più insistentemente, in questi giorni faranno i governanti novativi, lo trovo ingiusto. Lottiamo, inaffidabili compagni dell'Accademia, affinché almeno sotto una certa soglia l'immobilità sia mantenuta detassata.
Però guardarsi dai finti immobili!
lunedì 17 ottobre 2011
La felicità non guarda in faccia a nessuno (nemmeno la cultura)
vogliono la vostra felicità, non lasciategliela prendere
Nell'ultima sua esternazione a favore di un risollevamento morale del paese e dei cittadini, Roberto Saviano ha parlato di diritto alla felicità. Essendo egli un uomo di cultura, di variegata cultura, saprà benissimo che questo diritto è un valore fondante della cultura politica americana, scritto dai padri fondatori addirittura nella dichiarazione d'indipendenza.
Io diffido della felicità in generale, ma di una felicità distribuita dallo Stato, in particolare dallo Stato americano, ho totale ribrezzo. Gli americani, poi, a pensarci bene, mica mi sembrano tanto felici... Certo, quando gli va bene comprano a più non posso, ma in cambio sono costretti a essere ridicolmente patriottici e andare a fare guerre sanguinarie contro piccoli popoli, inventandosi pretesti assurdi. Per il resto mangiano abbastanza male, 'sti mericani, sono oltremodo grassi, campano in media quasi dieci anni meno di noi... per non dire che il loro gusto artistico, nonostante tutto, non si impone come vorrebbero, e produce poco in termini di percentuali di bellezza... al contrario in bruttezza, anche politica, non si fanno mancare nulla, nemmeno 2 milioni di cittadini in carcere (proporzione bianchi neri assolutamente sbilanciata a sfavore della minoranza nera)...
Da questa felicità che vuole beneficiare tutti, sono sempre stato il più possibile lontano, rivendicando piuttosto un diritto contrario, almeno quello a un'infelicità provvisoria. Più in particolare sono stato lontano dalla felicità “ concepita “ nei laboratori di comunicazione italiani, che si propaga mediante un'iconografia per me impauristica, quella della famigliola in armonia, del quartiere ordinato, del centro commerciale affollato, della gente in vacanza, delle gioie a comando dei programmi televisivi, e, peggio di peggio, dei dolori a comando, che ancora più legittimano il clima di falsa gioia che c'è in giro.
Se la vediamo da vicino, questa felicità che ci vogliono far ingurgitare a tutti i costi anche in Italia, non produce uomini e donne contenti: produce solo benessere economico nella fascia medio-alta della popolazione, e produce malessere più o meno marcato nelle fasce medio-basse. Il diritto alla felicità, insomma, altro non è che il diritto al benessere economico delle fasce medio-alte.
Nonostante i copiosi sforzi degli intellettuali, degli artisti e in particolare degli scrittori impegnati, le persone vive, sopra di tutto, chissà perché, quelle appartenenti alle fasce medio-basse della popolazione, che ne sono costituzionalmente escluse se non in minimissima parte, ritengono che il loro diritto alla felicità consista nell'accaparrarsi i migliori beni materiali: riparo, cibo, salute, foglio di carta per fare i concorsi o accedere ai piani alti del mondo del lavoro (a stipendi alti). Non lo scopro io che della vera istruzione e della cultura non gliene frega niente a nessuno. Tanto è vero che le persone vere, quelle vive, leggono pochissimo, si informano male, non vanno a teatro, ai concerti, alle mostre ecc. Non ci piace, ma è così. Queste robe qua sono riservate a una piccola avanguardia che fa parte o aspira a far parte della classe dirigente. Certo, tra gli interessati ai fatti espressivi sopravviverà una percentuale di persone appartenenti alla fascia medio bassa, che non nutrono nessuno ambizione di potere. Ma di che numeri stiamo parlando? Prendiamo ad esempio il teatro. In Italia si vendono 13 milioni di biglietti all'anno per eventi teatrali, che comprendono concerti, lirica, prosa, comici e musical nelle grandi arene o nei palazzetti dello sport, e quant'altro. Si tratta in media di una presenza a teatro ogni cinque anni. Non solo, siccome si tratta di numeri falsati, le presenze relative a fatti che abbiano un contenuto artistico almeno decente non credo superino il 20% della cifra suddetta. Quindi la presenza media a un evento teatrale con contenuto “ artistico “ decente si riduce a una ogni 25 anni. De che stamo a parla'? Gli italiani si recano a teatro sì e no 3-4 volte nella vita. Vuol dire che le persone vere, quelle vive, a teatro non ci vanno, alle proprietà salvifiche della cultura non ci credono. Vuol dire che il teatro si continua a fare nonostante l'ostilità del pubblico popolare, che evidentemente non si sente rappresentato da questa forma di arte, che ritiene appartenente alla élite borghese.
Per questo indigna, davvero indigna, che gli occupanti dei teatri, che dovrebbero essere preparati, colti, intelligenti, non si rendano conto che essere avvicinati al centro del dibattito politico come rappresentanti principali delle proteste è una maniera furba per falsificare gli avvenimenti. È una furbizia alla quale ricorrono i padroni del sistema politico-editoriale per svalorizzare l'insorgere di cittadini insofferenti di fronte all'espandersi dell'ingiustizia economica. Per via che quelli della cultura vengono percepiti dai cittadini italiani come stravaganti, in senso affettuoso dalle persone bendisposte, in senso dispregiativo da tutti gli altri, la stragrande maggioranza, che anche se non possono dirlo esplicitamente li considerano ancora peggio dei teppisti cosiddetti black bloc.
Ma che glielo devo dire io a tanti fior di intellettuali che dai teatri ci si può al massimo rivolgere alle avanguardie delle élites dirigenti delle quali facciamo parte, o delle quali aspiriamo a diventar parte il prima possibile, mi si perdoni la malizia, a seguito di servizi resi...
Prendiamo il teatro Valle, una delle esperienze politiche che stanno in tanti markettizzando a proprio favore. Mi taccio sulla qualità dei contenuti artistici proposti in questi mesi dagli occupanti, dicendo solo che non rappresentano affatto il meglio del teatro italiano, quello fatto dagli artisti che rischiano di più sulla loro pelle e che sempre sono stati lontani dalla greppia statalista (e dal quantomeno poco morale sistema di casting televisivo e cinematografico). Parlo invece degli aspetti economici e organizzativi. Il teatro Valle era nel circuito ETI, ente teatrale italiano chiuso per decreto ministeriale pochi mesi fa. Ebbene, l'ETI, per tanti e tanti anni, ha mantenuto lo status quo promuovendo il teatro più ingessato, contribuendo assai all'erezione delle barriere di accesso, che impedivano e impediscono al pubblico di venire a contatto con contenuti più interessanti e valenti dal punto di vista artistico, e ai teatranti più innovativi di ottenere le necessarie ribalte. Della chiusura dell'ETI, dunque, bisogna essere tutti contenti, come lo sarebbe Carmelo Bene (uno che i teatri li riempiva ma dall'ETI era osteggiato), che si batté a lungo contro di esso, chiedendone appunto la chiusura.
Meno contenti bisogna essere della chiusura di un teatro, a prescindere. Ben venga l'occupazione. Che però, pare, è venuta a difesa di interessi particolari, non di interessi generali. Cioè a difesa dei lavoratori del teatro, che sarebbero stati spostati in altre istituzioni o non fatti lavorare più, immagino, nel caso dei precari. Chiaramente non c'è nulla di male a difendere il proprio posto di lavoro, anzi... Ma di questo si tratta, di questo pare si tratti. In campo, del resto, c'era la proposta di soggetti privati per gestire il teatro con formule innovative, non so quanto efficaci. Ma tanto...
I fatti, in termini economici, sono questi. Il teatro Valle gestito dall'ETI costava alla comunità 2 milioni e mezzo all'anno. Sono pochi sono tanti? Non so. Per un teatro che non produce, ma accoglie solo distribuzioni, sono tanti, qualcosa come 7.000 euro al giorno di perdita per un numero di recite che difficilmente poteva stare sopra le 200 all'anno. Sta a significare che ogni recita rimetteva 12.500 euro. Non poco... Mi azzardo a dire che un qualunque soggetto privato, ai quali sono tendenzialmente contrario, potendo perdere tale cifra per ogni recita, proporrebbe cartelloni assai superiori a quelli proposti fino ad oggi, direi addirittura stratosferici. Se non dovesse elargire favori alle compagnie teatrali “ protette “... magari dai vicepresidenti del consiglio, o assumere personale ingiustificatamente, o chissà che altro.
Però, impresari a parte, possibile che in centro a Roma, in un teatro storico come il Valle, dove si fa teatro tradizionale, non si riesca a ridurre drasticamente la necessità di denaro pubblico? Si tratta di un teatro che ha 630 posti. Facendoci 200 recite all'anno si potrebbero fare 126.000 spettatori. Siccome fare sempre esaurito non è possibile, diciamo meno un 10% (che potrebbero divenire biglietti omaggio per i poveri). Si tratterebbe di 113.400 biglietti venduti. Se lo si facesse a una media di miserabili 20 euro si otterrebbero incassi per 2.268.000 euro, ai quali si dovrebbero lo stesso sommare i contributi degli sponsor e delle amministrazioni pubbliche, ma per quanto riguarda queste ultime solo in misura minima.
Ho sentito e letto di statuti novativi, di fondazione di un vago centro per la drammaturgia italiana, ma di soldi si parla poco. Se parlassero di soldi, gli occupanti del Valle, nei termini appena detti, sì che sarebbero benemeriti, sì che diverrebbero credibili. Invece, temo, vorranno gestire il teatro come rappresentanti del popolo, assolutamente contraddicendosi perché in democrazia tali lo sono solo quelli eletti mediante libere elezioni... Ma lo stesso esigeranno i soldi pubblici, da Stato, Regione e Comune, ignorando la potenzialità eversiva degli incassi... Lo faranno naturalmente in nome del diritto alla cultura e queste cazzate qui. Quello che è peggio è che gli otterranno, i pubblici anelli di finanziamento, ulteriormente danneggiando i teatranti più innovativi, sempre in nome del popolo che ha diritto sì a una cultura, ma, che cazzo, che sia una cultura comprensibile, vale a dire facile (cioè inferiore a quella degli occupanti e del loro pare ristretto circolo).
Andrà malinconicamente a finire, temo, che prima Renzo Arbore non aveva accesso al cartellone del Teatro Valle, e invece ce l'aveva il problematico Carlo Cecchi; poi ce l'avrà Renzo Arbore a danno di Carlo Cecchi, l'artista che fa il miglior teatro di tradizione, e infatti i teatri li riempie, ma senza fare sconti “ culturali “ a nessuno, tanto meno al cosiddetto popolo. Oppure andrà a finire che ci faranno la drammaturgia loro senza pubblico, ma però faranno la cultura... Dalla quale, da questo modo di interpretarla, mi sento pure di stare alla larga, di consigliare i miei cari di starne alla larga. Giacché la cultura, come la si pratica in Italia, è lo stesso della felicità: per affermare i propri non sempre indiscutibili principi non guarda in faccia a nessuno.
Ps del 13 nov 2011: andatevi a leggere questo articolo, a proposito di rivoluzione culturale al Teatro Valle occupato. Anche questo, dove pontifica Franco Cordelli, che del resto ha un'ottima idea di teatro, al limite della celebrazione dei misteri di antica memoria, anche se di teatro teatro, della rivoluzione novecentesca avvenuta in questa disciplina artistica, se n'intende poco (come tutti i letterati prima di lui, Raboni compreso), per sua stessa ammissione... e forse da qui la sua originalità.
Ps del 13 nov 2011: andatevi a leggere questo articolo, a proposito di rivoluzione culturale al Teatro Valle occupato. Anche questo, dove pontifica Franco Cordelli, che del resto ha un'ottima idea di teatro, al limite della celebrazione dei misteri di antica memoria, anche se di teatro teatro, della rivoluzione novecentesca avvenuta in questa disciplina artistica, se n'intende poco (come tutti i letterati prima di lui, Raboni compreso), per sua stessa ammissione... e forse da qui la sua originalità.
lunedì 11 luglio 2011
Aldo Fabrizi parla della cultura in Italia
Il grandissimo comico romano aveva previsto tutto di quello che sarebbe successo alla cultura italica a seguito dell'avvento dei pubblici fidanziamenti, in termini di affollamento e di caos attorno alle sue fonti (clic), i tanto vituperati politici, che invece, sotto sotto... inconsciamente, li vogliono tutti come lenoni, intendo dire protettori, senza offesa per nessuno. I rivoluzionari occupanti del teatro Valle di Roma, vogliono addirittura il Presidente della Repubblica come garante del loro modesto progetto di gestione futura del teatro, teso a favorire una nuova drammaturgia (non sanno nemmeno cos'è, almeno alla luce delle scoperte formali novecentesche, quelle che hanno messo in atto artisti come Carmelo Bene, Leo De Berardinis, Carlo Cecchi, Peter Brook, Bob Wilson, Eimuntas Nekrosius, Heiner Muller e altri che non sto ad annoiare con elenchi in ogni caso incompleti), non sia mai che facciano qualcosa all'insaputa delle Istituzioni, magari contro la loro repellenza a qualunque forma di libertà creativa (clic). Questi rivoluzionari qui vogliono più Stato, non gli basta quello che c'è stato finora, rappresentato da Gianni Letta, il clericale protettore del teatro più sciagurato che si pratica in Italia, quello cosiddetto di prosa che riempie i cartelloni dei principali teatri, Valle compreso, attraverso la pratica pastettara degli scambi tra i teatri produttori, sostanzialmente i Teatri Stabili, che assorbono gran parte delle risorse pubbliche. La verità è che la libertà creativa, a questi rappresentatori dell'ovvio, non gli serve. Basta vedere i nomi degli artisti più impegnati nell'occupazione. Ci mancava pure Jovanotti... giusto preludio al trionfale arrivo di Walter Veltroni, il peggior politico italiano, di cui gli occupanti stanno mettendo in atto la nefasta ideologia culturale.
La raffinata metafora di Aldo Fabrizi smistatore ritengo valga anche per l'attuale dibattito letterario, inispecie per il recente gruppo TQ, affollato da cooptati trenta quarantenni, che si sentono poco protetti e richiedono supplementi di lenonità istituzionale.
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