diario in pubblico (si fa per dire, è come quando si fà la pipì in un angolo all'aperto di notte, inutile guardarsi intorno, tanto non c'è nessuno)

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giovedì 1 dicembre 2011

L'alfabetismo in arrivo è peggio dell'analfabetismo di ritorno

 Altro che cervelli in fuga... bisogna ma combattere la piaga dei cervelli che restano!

Questi che la realtà e qui e là, quando essa non coincide con le loro stizzite teorie, dànno di barta  (si dice a Firenze per dire che dànno in escandescenza). Come Tullio De Mauro, che è un'autorità riconosciuta del mondo della scuola e degli studi sul linguaggio - mi sembra sia  stato anche ministro dell'istruzione, nonché traduttore del corso di linguistica generale di de Saussure.

Se sette italiani su dieci non capiscono la lingua, titola un'allarmata articolessa di Paolo di Stefano sul Corriere della sera (qui) sul peana lanciato dal linguista Tullio De Mauro
circa l'analfabetismo di ritorno (sempre meno preoccupante dell'alfabetismo in arrivo...). Poi il pregiato critico letterario spiega che non sanno leggere, gli italiani, generalizzando al massimo, ma in buona  sostanza intendendo indirettamente rammaricarsi del fatto che questi italiani qui non possono essere clienti degli editori che gli dànno lo stipendio (Di Stefano, si scherza! Io per altro come critico letterario la condivido quasi sempre, specie quando produce sintesi strepitose di questo tenore: " Mentre la Merini puntava tutto sull' ispirazione dall' alto, Saviano sembra scommettere sull' ispirazione dal basso, condannando gli altri veri scrittori alla sua stessa condanna: realtà e impegno. Come se bastasse un travaso acritico dal piano civile a quello estetico per fare vera letteratura. E come se l' etica non si trovasse altrove che nella realtà ". Ma in questo articolo sull'analfabetismo di ritorno, dottor Di Stefano,  mi sembra un po' svogliato, come avesse dovuto farlo per forza). Immagino.  Invece, io penso che se  sette italiani su dieci non capiscono la lingua vuol dire che è sbagliata la lingua, non che sono sbagliati gli italiani... Ovvero è sbagliata la  concezione normativa della lingua che hanno le massime autorità del mondo dell'istruzione. De Saussure, infatti, nel suo testo con il quale si fa convenzionalmente iniziare la linguistica come scienza moderna, dice espressamente che materia della disciplina è lo studio della lingua parlata (usata da persone vive), non l'imposizione di regole formali rigide attraverso la scuola, del resto a parlanti sempre prima formati dalla partecipazione alla vita sociale da soggetti riconosciuti (la soggettività sociale assegnata addirittura ai bambini è un'invenzione recente a fini di maggiori consumi; anche per maggiormente responsabilizzare gli adulti lavoratori, che se non fossero socialmente obbligati a venerare i bambini  farebbero forse più marachelle di quante ne fanno: come succedeva una volta...). A me sembra per esempio che i bambini, prima di andare a scuola a imparare con l'abbecedario, parlino benissimo, facendosi capire e ben dosando  elementi normativi appresi per emulazione (si dice così e si dice cosà, gli urlano in continuazione gli adulti, poco ascoltati...) coi naturali  elementi espressivi e descrittivi (creativi). Poi si sciupano...   Gli è strano... Sarebbe come se un bambino per strada sa giocare a pallone, poi più grandicello va al campo a giocare con la squadra e non sa più...

Io non ho mai incontrato una persona incapace di esprimersi. Come in teoria non c'è nessuno incapace di cantare, specie nell'Italia pizza e mandolino: e sarebbe bello, nella culla del canto e dell'arte,  vivere in città dove si comunica cantando... Come non ho mai incontrato nessuno incapace di esprimersi attraverso il proprio  corpo.  Ma ho incontrato tante umili persone che per avverse circostanze materiali non avevano potuto studiare. Ho incontrato anche giovani lavoratori sostanzialmente espulsi dal gioco dell'istruzione scolastica perché convinti, da insegnanti al limite della pratica criminale della propria professione, di essere incapaci di studiare (guarda caso tutte persone di fascia sociale medio bassa). Spiegavo loro che li avevano fregati. Erano miei amici  e mi facevano il favore - in un'epoca nella quale ancora non si erano espressi a pieno i trans, mischiando tutto  e attenuando di molto l'omofobia - di non considerarmi finocchio, a quei tempi  massima infamia, a causa del fatto  che avevo sempre libri in mano, più che altro di letteratura, anche quando si giocava a carte e sul tavolo ingombravano. Mi riconoscevano addirittura autorità pensativa, come i popolani con Eduardo nel film  L'oro di Napoli, dove spiega le differenze tra pernacchio e pernacchia (clic), e mi scuso per il paragone... Ci rimanevano male, i miei amici,  quando capivano il ragionamento. Spiegavo loro che  non era vero, che nessuno è incapace di studiare, né di apprendere, che è anche meno faticoso studiare belli rivestiti in una bella biblioteca che faticare indossando stracci in un brutto cantiere... che era solo una questione di pratica e di allenamento, come fare sport, che non c'è nessuno zuccone di natura, che ognuno può godere dei benefici dell'apprendimento, o della semplice lettura a scopo di svago. Del resto erano (e sono) tutte persone capacissime nella vita di svolgere attività più o meno impegnative, da costruire case, a fabbricare capi d'abbigliamento, a riparare macchine ecc. In genere capaci di apprendere attraverso la scrittura per quanto riguardava i loro interessi, dal motore dell'auto ai campioni dello sport. Qualcuno cominciò a leggere facendosi consigliare da me. Io li indirizzavo secco su Dostoevskij: non s'è mai lamentato nessuno. Ogni tanto, ridendo,  arrivavano da me con uno nuovo da indottrinare: Larry, questo non ci crede, spiegagli che ci hanno preso per il culo!

Ho incontrato fior di appena alfabeti che sapevano cantare tutto il repertorio lirico italiano, altri che sapevano vagonate di poesia a memoria, a partire da Dante.  Tutte persone  che gli articoli di giornale non li capivano (secondo me si erano intestarditi a star lontano da gazzettieri, educati com'erano a star lontano da dulcamara e fanfaroni).  Né tanto meno sarebbe stati promossi applicando a rigore le teorie culturali di quelli come il Professor De Mauro, che invece di allargare la lingua in modo da farci entrare più parlanti possibile, la restringono alle sue norme, e pazienza se dentro ci sta solo un cittadino su dieci (se va bene). Sarà un caso, ma risulta che anche gran parte della ricchezza sta nelle mani di un cittadino su dieci, i quali, a me pure risulta, hanno interesse come minimo a mantenere le cose come stanno. Potrebbe anche essere  che tra questi uno su dieci ci sia almeno il 90% di classe dirigente (secondo me anche gran parte dei famigli dei professori italiani, per non dire i facitori della cosiddetta cultura).

Il fatto è che quelli come l'esimio Professor De Mauro gli italiani non li vogliono espressivi, ma sottomessi alle norme della lingua scritta, che sempre casualmente è quella che dominano loro, insieme a quattro gatti di docenti e giornalisti che attraverso questo capitale possesso si descrivono vicendevolmente al centro della società. E insieme a quelli che fanno da vero le sorti della società, dirigenti, industriali, professionisti, banchieri e politici. C'è, insomma, nell'atteggiamento finto neutrale e finto scientifico di De Mauro, un sentimento di superiorità antropologica, una vera e propria ideologia da far valere contro gli straccioni di italiani che non si sanno esprimere in straniero (la lingua italiana imposta dall'alto delle istituzioni alle popolazioni che si esprimevano e si esprimono benissimo nelle loro lingue, equivale a imporre la lingua dell'invasore).

Gli stessi tribunali - se ci capitate fateci caso – premiano gli imputati che si sanno esprimere nella lingua italiana scolastica dei giudici, e aggravano la posizioni di coloro che si  esprimono nel proprio idioma, che per forza contiene odio nei confronti dell'autorità e delle istituzioni, dalle quali si sentono oppressi, a partire dall'imposizione di una lingua impoverita a fini di comunicazione, con la quale non si può esprimere un cazzo.

Pur non essendo un esperto di nulla, figuriamoci di una materia ostica come la linguistica,  ho letto abbastanza per essermi fatto l'idea che la disciplina  è stata sfigurata dai suoi applicatori sociali, a parte forse certe esperienze di sociolinguistica in America, fatte sul campo da insegnanti militanti, dove però, temo, ancora impera il generativo (di fatto spiritualista) Noam Chomsky, contro le davvero belle teorie inclusive del materialista  William Labov. La sociolinguistica quantitativa-urbana, per esempio, tende a considerare tutte le espressioni linguistiche di pari qualità, almeno  a fini espressivi e di giudizio sui quozienti intellettivi delle persone, in particolare degli studenti - i quali, detto fuori dai denti, non avrebbero nessun naturale obbligo di applicarsi nella lingua di comunicazione attraverso la quale si impongono socialmente i loro oppressori; certo, ce l'hanno se si vogliono fare spazio nella società nella quale le lingue di comunicazione sono inevitabilmente quelle dei dominanti; ma poi, questo spazio sociale, urbanamente e quantitativamente parlando, per gli oppressi o dominati c'è? 


Una esperta di linguistica,   pregiata inaffidabile mia collega di Accademia, che è stata una allieva del grande linguista e umanista rumeno  Eugenio  Coseriu, mi ricorda sempre che lui non finiva mai di ripetere che, come il clienteil parlante ha sempre ragione. Ma se il parlante ha sempre ragione, il torto chi ce l'ha?

Testo e autore del testo non corretti.