diario in pubblico (si fa per dire, è come quando si fà la pipì in un angolo all'aperto di notte, inutile guardarsi intorno, tanto non c'è nessuno)

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domenica 30 settembre 2012

Il peso della coerenza di Christian Raimo (meno di 21 grammi)

Naomi Watts e Sean Penn alla fine di uno sfiancante confronto culturale (dal film 21 grammi)

Christian Raimo, uno dei componenti più autorevoli della generazione TQ, neo direttore dell'inserto culturale del nuovo quotidiano Pubblico, è uno che all'integerrimità morale ci tiene, lo sanno tutti, e lo dice bene nell'articolo dove spiega che il suo comportamento, da direttore, non sarà come quello di tanti che sfruttano i collaboratori e fanno pastette (qui). Nell'intervista che ha rilasciato ad Affari Italiani (clic) c'è scritto tra l'altro  così:   Nella scelta dei collaboratori, Raimo sta "pescando" dal suo ambiente. " Cito solo alcune firme che avremo: Nicola Lagioia, Francesco Pacifico, Marco Mancassola, Giorgio Fontana, mia sorella Veronica (scrittrice, ndr), Daniela Ranieri, Carolina Cutolo e Antonella Lattanzi "  >. Ora, a parte il " mia sorella Veronica ", che potrebbe essere il titolo di un prossimo film iconoclastico di Nanni Moretti:  chi ha scritto la prima importante recensione dell'atteso romanzo di Raimo, Il peso della grazia, uscita su Repubblica lo scorso 21 settembre, un giorno prima dell'uscita in edicola del decisivo inserto culturale del quotidiano Pubblico diretto da Raimo? Antonella Lattanzi, che tra l'altro risulta essere giovane scrittrice edita da Einaudi, la stessa casa editrice che manda in libreria Raimo. Che dire? Questi scribacchini mestieranti (fin qui si può!) andassero tutti a pigliarsela in der... si potrà? Naturalmente non riferito alle persone, che non sta bene, ma alle loro sempre meno  trasparenti azioni nel campo della produzione culturale italiana.

Post del critico ufficiale del blog,  Larry Francisco Romero Do Santos  Viendallumèr

giovedì 19 luglio 2012

Per Gigi Marzullo non c'è scampo




Walter Veltroni e un amico durante una delle tante avventure africane


Spiace per l'ottimo Marzullo, ma a  Rai completamente rinnovata, sarà Walter Veltroni a prendere il suo posto di uomo più banale d'Italia. Leggete qui.


Walter Veltroni sempre in Africa, durante una festicciola in onore del suo amico Massimo D'Alema, tenuto carinamente in mano un po' da uno un po' dall'altro ospite



Scoop: foto testimonianza dell'ultima pericolosa avventura di Walter Veltroni in Africa


Post di Larry Svizzero

mercoledì 9 maggio 2012

Cultura a 5 stelle


In questo post (clic) Paolo Nori, che è nativo di Parma, dove il candidato sindaco Federico Pizzarotti è  storicamente andato al ballottaggio, analizza la sezione cultura nel programma del Movimento 5 Stelle in quella città. Niente di che, si tratta di  normale delirio, in linea con gli altri punti del programma, locale  e nazionale. Mi domando anche io come sia possibile che a rappresentare il nuovo in un paese che dovrebbe essere moderno anche linguisticamente ci siano persone che si esprimono così. Aridatece i loschi magnaccioni di una volta...  che si esprimevano vergognosamente uguale, ma almeno sapevi che erano vecchi, e potevi sempre sperare nell'avvento del  nuovo...

martedì 6 marzo 2012

Il fine giustifica, ma i mezzi rimangono mezzi

gente che discute del futuro della gente che discute del futuro della letteratura.



Leonardo Sciascia, faceva dire a don Mariano Arena,  nel Giorno della civetta, che ci sono gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà.  Chissà cosa penserebbe oggi don Mariano. Io penso che siamo andati oltre, che c'è un'altra categoria almeno, da aggiungere alla lista, la tragicomica categoria dei mezzi quaquaraquà.

Fatemi riflettere   più o meno scherzosamente: se si comincia ad arrestare i critici, la letteratura si può salvare. Ma non basta: penso che   almeno a titolo dimostrativo andrebbe arrestato qualcuno della filiera industriale, nonché qualche scrittore abusante della pazienza dei tele aspettatori (campa cavallo...); poi andrebbero arrestati bondanti i lettori che in libreria comprano solo minchiate.

Gian Paolo Serino, lo dico subito,  è uno simpatico, così a occhio; tra l'altro la sua carriera è ora aperta a tutto, perché un uomo che è stato in prigione, in Italia, merita finalmente tutti gli onori; c'è da immaginare che  lo vedremo presto da Bruno Vespa, che farà costruire  il  modellino della redazione di Satisfiction, anzi due modellini: il primo della redazione quando la rivista veniva finanziata da Vasco Rossi; il secondo dopo che  Gian Paolo Serino ha dadaisticamente licenziato il suo editore. Potrebbe essere che ci sarà anche un terzo modellino, con la ricostruzione dell'appartamento di Serino - dove è avvenuto il suo arresto, preso con il sorcio in bocca - con particolari della  camera da letto, dove sarebbero state scattate le foto hard oggetto dell'ignobile ricatto a una ragazza che secondo la versione del critico  avrebbe dovuto consegnargli dei soldi per lavorare per lui (altro che dadaismo!).

Così, immediato, a difesa di Serino va subito detto che non si capisce perché la ragazza, della quale si conoscono solo le iniziali, abbia consegnato il danaro se non ha ricevuto in cambio le foto (la difesa dice che non esistono più). Viene spontaneo domandarsi:  perché gli ha dato questo danaro, atto che subito dopo ha permesso ai poliziotti l'arresto del critico per estorsione? Sembra autofiction... Trovata pubblicitaria... Da uno come Serino bisogna aspettarsi di tutto, anche dal punto di vista dell'evoluzione della critica letteraria. Farà strada, siatene sicuri. 

Serino   fa critica su per giù a  questa maniera: chi gli sta simpatico è bravo e se non lo compri sei un idiota; chi gli sta antipatico fa cacare se lo compri sei un criminale. Non a caso scrive(va?) sul Giornale... (che però, questa volta gli va riconosciuto il merito, ricostruisce l’arresto di Serino in modo esemplare, clic qui)  Però se uno gli sta antipatico si inventa le  immagini più sfavillanti. Per esempio i seguitissimi  Wu Ming, il  collettivo di scrittori Wu Ming, li definì così, senza mezzi termini: associazione a delinquere di stampo immaginario. Il libro di Silvia Avallone lo definì una bara senza maniglie. I lettori di Saviano sono i veri camorristi. E così via.

Quello che penso della sua recente entrata da dietro a stroncare le ginocchia dell'avversario, nella sua recente  rubrica dal titolo i furbetti dell'inchiostrino, non gliel'ho mandato a dire: dissi direttamente a lui incrociato proprio quel giorno sul suo profilo facebook (clic per leggere il precedente post che avevo dedicato a Gian Paolo Serino). Si è trattato di una serie di articoli violentissimi sulla rivista on line   Satisfiction, contro colleghi critici e giornalisti, che stigmatizzava  loro pratiche, certo  poco eleganti, ma del tutto legittime nel malcostume generale che si vive in Italia, secondo me da sempre, secondo me in modo irrimediabile. Fu subito  interrotta, la rubrica. Anzi, il sito satisfiction.me, che faceva un lavoro quotidiano enorme,  è stato  immobile per diverse settimane, appena dopo l'avvio, immagino per ragioni paragiudiziarie (minacce di querela)  o interne (liti   per  soldi e stipendi). A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si indovina, diceva... Difficile non notare che l'interruzione del blog e la  vicenda giudiziaria avvengono una dopo l'altra poche settimane dopo l'apertura dell'inusuale rubrica sugli intrallazzi che avvengono sotto gli occhi di tutti nel  sistema editoriale italiano, rubrica culturalmente e politicamente sbagliata (anche se dal contenuto vero). Gli dissi, a Serino, che prendersela con un singolo è sbagliato quando è l’intero sistema a essere marcio. Infatti, anche adesso non si tratta di prendersela con Gian Paolo Serino, al quale del resto auguro di dimostrare la sua piena  innocenza,  ma con l’intero sistema della cosiddetta cultura, con l’intero sistema della nuova letteratura, che come sappiamo agisce  con il coltello tra i denti, che  bene impera anche attraverso l’uso militaresco dei lit blog, adoperati a favore di una o l’altra fazione in campo (non è vero - direi purtroppo - che non contano nulla: influenzano ignari lettori, formano e sformano paradigmi,  tendono a instaurarsi al centro del dibattito per ricavarne prebende, sottoforma di contratti editoriali. Tutto ciò è legittimo, per carità, ma questo è, questo sono, non l’opera pia della santa cultura che vogliono far credere di essere…). Ce lo vogliamo domandare dove siamo arrivati se un blog letterario e  una rivista letteraria vengono gestiti in maniera gangsteristica, con il capo che chiede danaro a chi vuol collaborare con lui, anche adoperando  mezzi di convincimento come il ricatto, anche facendo estorsione?

Serino opera in una città oscura come Milano, dove avvengono gran parte della schifezzerie politiche: lì nacquero il fascismo, il craxismo, il leghismo, il berlusconismo… e c’è da prevedere che quest’ultimo sarà una schifezza anche in uscita…  A Milano pure  operò (e opera?) Armando Verdiglione,  mascalzone  non privo di stile, autore di non imprescindibili testi teorici che editava la sua casa editrice, Spirali, stranamente ricchissima (poi si capì perché, quando i gendarmi  misero a lungo in prigione il filosofo che teorizzava un nuovo rinascimento attorno alla moda, il design, le nuove imprese di comunicazione, in una parola il socialismo riformista e trasformista di Bettino Craxi, contenuto in questo involucro di modernità), che attorno all’omonima rivista promuoveva sontuosissimi congressi ai quali partecipavano intellettuali e scrittori importantissimi, provenienti da tutte le parti del mondo, finanche Borges. Quel Verdiglione  lì che si diceva da se medesimo carissimo a  un monumento del pensiero a lui contemporaneo come  Jaques Lacan, ma  invece, dimostrarono le inchieste,  era  caro più ai mariuoli di tangentopoli. 

Serino somiglia un po’ a Verdiglione, ci ha lo stesso cipiglio. Anche lui  si dice sempre caro a questo e quello, in particolare si diceva caro a Vasco Rossi, uno che conta anche di più di Bettino Craxi, a mio parere: sono amico di Bettino Craxi ti trovavi   un sacco di porte in faccia, nonostante tutto, e assai probabilmente la magistratura alla porta di casa (come fu); sono amico di Vasco Rossi ti apre porte e portoni, anche quelli dei cuori femminili dei quali Serino fa strage, come si vanta ancora  in questa avversa circostanza (come fanno gli impotenti?), a casa sua in facebook.… Che tristezza… Uno gli amici li può anche mostrare, per carità, ma solo se ha sbattuto in faccia loro la propria tenda di casa. Secondo me. A meno che non siano amici disgraziati suoi pari.

Ci vorrebbe Simenon, per dipanare questa storia, che questa sì è storia della letteratura, in particolare della letteratura italiana attuale, letteratura fatta da critici che bisogna addirittura pagare per lavorare alle loro dipendenze...  Un Simenon dei navigli, ci vorrebbe, ormai invecchiato oltre il naturale, assolutamente fuori servizio, anonimo come un pessimo nickname che tutti spernacchiano, arrivato per capriccio dalla sua protettiva Losanna, come fa da anni due tre volte a settimana, accompagnato e lasciato lì vicino dal suo autista, che non ha mai fatto caso ai capricci del suo datore di lavoro; un Simenon in tenuta da cieco, che si muove autonomamente ma a fatica, e che sta seduto tutto il giorno in una di quelle osterie che non  sono più osterie, che vaffanculo son diventate winebar, dove non  si può fumare la pipa, e nemmeno il sigaro (sigaro che come piaceva a Verdiglione piace mostrare a Serino): e allora cosa ci va a fare uno sano all'osteria se non si può fumare il sigaro, se non si può fumare la pipa e neanche una merda di sigaretta? Per questo le osterie sono divenute ben presto sanatori, rifugi per malati e per vecchi all’ultima attesa, come il Simenon che ci vorrebbe a noi, un Simenon calmo, oramai senza bollori sessuali, con il cuore ballerino sospinto da un imprecisato numero di by pass; un Simenon  succube di tutti i divieti e precetti medici, capace di passare un intero pomeriggio  a sorseggiare un unico calvados, e nemmeno finirlo, con l'oste che sbuffa mel sta sedu tut el giorn cu un bicièr... non spende un cazzo, questo vecchio di merda, e mi occupa un tavolo  tutto il giorno... Fa niente  se i tavoli sono quasi tutti liberi perché si riempiono solo la sera.

Insomma, questo Simenon qui che ci vorrebbe a noi, un pomeriggio vede arrivare una bella ragazza, sotto i cui grandi occhiali fumé intuisce begli occhi lacrimevoli, intuizione confermata poco dopo, a visiera protettiva abbassata, dalla visione ravvicinata delle  splendide nere fessure,  nella parte bianca arrossate da un pianto ancora  a stento trattenuto. L'oste non ha pietà, e chiede subitaneo l'ordinativo. Lei ha fame, chiede un panino qualsiasi e un gin tonic, incauta combinazione alimentare, specie in quella circostanza. Il gin non quello qualsiasi, ma quello di quella speciale marca, il migliore. L'oste scrive, e bofonchia da  avido commerciante ingobbito  che c'è da pagare una maggiorazione, per kel gin lì.  Lei non risponde nemmeno, forse non ha nemmeno ascoltato.  Il vecchio scrittore vorrebbe suggerirle di prendere acqua, con il panino, al massimo aranciata: l'alcol infatti aumenta la lacrimazione, in particolare il gin. Se lo ricorda, era l'effetto che faceva a una  mora quasi uguale, di bellezza faraonica imperiosamente trascurata, che aveva incontrato in circostanze simili in un club di Manhattan, negli anni più bui della sua infelicità. Ma lei, la ragazza di disperazione mora che ha ora di fronte, è di sicuro una che non ascolta le parole dei vecchi, nemmeno quelle non dette, che in fondo non ci vorrebbe nulla a rispondere con un sorriso anch'esso non fatto.

Il nostro Simenon fissa fisso, sotto i suoi tattici occhiali da cieco. È entrata  zampettando su inverosimili tacchi a spillo, assolutamente inadatti all'orario, alla giornata piovosa, al luogo. Naturalmente con in mano il telefono di ordinanza, sul quale non ha mai smesso di spolliciare.  Suonerie non se ne sentono, nemmeno vibrazioni. Si capisce che sta spedendo ma non ricevendo. Oppure sta ripercorrendo un archivio. Oppure ancora è collegata alla rete, che lo scrittore non sa proprio cos'è. Sì, qualche nipote gliel'ha fatta vedere, ma a lui la rete, i telefonini... sempre a scrivere... poi che cosa? Gli è sempre sembrata una scempiaggine scrivere senza guadagnare niente, perché per lui scrivere era stato guadagnarsi almeno quel che basta per sfamarsi, fin da ragazzino; poi, certo, si era arricchito, con quasi ognuna delle sue parole, come se ogni frase  che riusciva a organizzare fosse una scheggia d'oro strappata alle pareti vive di una miniera. 

Lui appena arrivato le  parla di   rinascimento culturale qui e là, una parola dietro l'altra, ritmo a carrarmato, senza pause. Dev'essere uno timido, abbastanza  ignorante, perché si esprime con la sicurezza degli ignoranti, ché meno hai da dire più sei sicuro di quello che dici. Tanto...  Lei s'è rimessa i grandi occhiali, forse per non far vedere che ora le scende  da ridere.  Boh. Lui è  uno piccolo, mica tanto bello, sembra neanche ricco, appena benestante, ma un benestante traballante, come un ... Anzi, dall'aspetto, sembra un poveraccio, unghia sporche e tutto.  Invece lei lindissima, nonostante la trascuratezza più esibita che reale: pelle bianchissima, pallore  accentuato da un uso accorto del fondotinta, poco prima risistemato nel bagno, dove si era recata a tre morsi di  panino mangiato, esibendo  telefono in una mano e  gin tonic nell'altra, e guardando diffidente il vecchio scrittore come a dire vecchio puzzolente non mi rubi mica nulla dalla borsa che lascio sul tavolo, che mica ci credo che sei cieco? La cinica ragazzina è certo  che non fa il volontariato a comunione e liberazione… Esibisce tutti capi apparentemente costosi, e poi anelli, orologio, braccialetto, catenine, orecchini; ma potrebbe  essere che si prostituisce, o qualcosa del genere, e che è una poveraccia pure lei, che per questo non ci fa caso a quanto sia strascicata  ogni parola del suo interlocutore, strascicato ogni suo gesto. Lui è piccolo, lei è alta, ancora di più sui suoi tacchi. Se lei è una prostituta, si dice la vecchia celebrità letteraria di cui tutti sono ignari, lui potrebbe essere il suo magnaccia: ecco perché sembra di benestanza traballante. I magnaccia sono generalmente piccoli, se lo ricorda quando frequentava le bettole di Liegi e Anversa. C'è il business, le dice, c'è il business,  cazzo!  Glielo ripete in continuazione. To be continued. May be. Polèssere.

Post e autore del post non corretti. 

venerdì 2 marzo 2012

Scripta volant

Error 404 - Non trovato


Il post di Christian Raimo era coraggioso assai, metteva in  discussione tante cose, che non riguardavano solo l'Università, ma il sistema cooptativo della cosiddetta qualità, del cosiddetto merito. Era iniziata una bella discussione, con interventi assolutamente sensati. Poi, puff, sparito. Come mai? Non era scripta manent?

giovedì 23 febbraio 2012

Carmelo Bene, A NOI! A CHIIIII?! Ma mi faccia il piacere...


 Che cos'è il teatro

Il giornale glialtrionline sta facendo una campagna a favore (speriamo) di Carmelo Bene. C'è un appello a Vendola perché si compri la casa... penso per farci un vittoriale gestito dalle vestali della cultura Bene comune... quanto di più contrario allo stile e alla poetica del maestro... Bah, penso non sarebbe stato d'accordo neanche lui.

Il problema, secondo me, lo scrissi qualche settimana fa, sarebbe quello di dedicare a Carmelo Bene intere stagioni teatrali. Ripeto, potrebbero farlo a turno i maggiori stabili, almeno quelli diretti da artisti sensibili come Ronconi, Martone, Cecchi, Lavia. In ogni caso il problema sarebbe quello di far parlare il teatro, perché è all'interno di questa disciplina artistica che Bene si è espresso. Bene. Invece si parla solo della persona, delle sue apparizioni (?) televisive, del suo chiacchiericcio (compresa la sua non imprescindibile produzione di letteratura, teatrale e non). Succede perché dominare bene la materia di cui si occupava Bene bene è un casino forte, bisognerebbe essere maestri, o predisposti a dialogare coi maestri, almeno disposti a divenire spettatori postumi di un maestro. Invece... Vedere che l'appello a favore di Carmelo Bene porta come prima firma quella di Maurizio Costanzo, fa sinceramente cascare le braccia. Non tanto perché Costanzo sia un idiota, figuriamoci: Costanzo è un intellettuale raffinatissimo e coltissimo, ma non in grado di inesistere, almeno no di fronte a un'inesistenza di tale portata. Insomma, la mia impressione è che lo si piglia per la coda, forse addirittura per l'ombra della coda, quella dello showman dannunziano che Bene non è stato affatto, o che è stato solo per capriccio. Lo si fa, in definitiva, per pareggiarsi a lui, per innalzare sé stessi, in modo assolutamente sacrilego, abbassando lui... per farne carne da macello intellettual-giornalistico. E' brutto, perché il corpo di Bene non avvenne nell'attualità e nel mondano, avvenne nel teatro, che a troppi si è fatto misterioso, anche a troppi teatranti, che non a caso tacciono.

Chi sa il teatro, sa bene che Bene fu un grande innovatore del linguaggio, ma lo fu sopra di tutto perché applicò i principi dei grandi maestri del novecento che lo avevano preceduto, rimischiandoli, espellendo dai loro sistemi ciò che in scena non reggeva, l'epicismo Brechtiano, per esempio, certo formalismo Stanislaschiano, certi riduzionismi realsocialisteggianti o antropologizzanti. Si attenne più di tutto alla lezione di Nietzsche (prima di tutto quello ancora filologo della nascita della tragedia), Artaud, Mejerchol'd e Brecht. Fece a pezzi il feticismo attoriale, facendosi a sua volta attore feticcio, assai beffardamente (come fa, assai più pigro, Carlo Cecchi). Fece sopra di tutto a pezzi il feticismo testuale della nuova tradizione di regia critica, quella imperante in Italia, quella dei Visconti, Strehler, Ronconi ecc: fece di Shakespeare quel che più gli garbava, e non mise mai in scena un contemporaneo, neanche Beckett (figuriamoci il pessimo drammaturgo Brecht, del quale, tuttavia, Bene apprezzava assai gli scritti teatrali, che sono formidabili)

Chi sa il teatro sa che Bene non fu una meteora solitaria, ma uno dei componenti di un folto gruppo di artisti - vanno nominati almeno Leo de Berardinis, Perla Peragallo, Carlo Quartucci, Remondi e Caporossi - che a partire dagli anni sessanta cercò di combattere contro i burini a vento del teatro borghese italiano, quello che a tutt'oggi, purtroppo, ci propinano i teatri italiani: trombonismo attoriale e teatro pedagogico (oggi sotto forma di teatro civile...). Per cui gli italiani sanno leggere un'opera teatrale solo in due modi: la bravura degli attori e il messaggio. Bravi vengono in genere considerati gli attori che gigioneggiano in scena, quelli che fanno i gargarismi vocali, che ornano le parole della propria parte di trovate retoriche: vanno per la maggiore gli attori birignao, anche i comici birignao, finanche i giornalisti birignao (sono stati in tournée, negli ultimi anni, gli spettacoli di Roberto Saviano, Marco Travaglio, Massimo Fini, Corrado Augias, Oliviero Beha ecc) . Bravi vengono poi considerati i guitti, come è sempre stato, a partire da Dario Fo e Giorgio Albertazzi, che CB disprezzava (entrambi). Se tu ti in Italia ti sottrai a questo tipo di lettura,  come attore, sei nei guai. E questo è il motivo per cui attori forse un po' più onesti, ma onetamente mediocri, si sono rifugiati nel campo del messaggio, nel teatro da oratorio municipalistico,  da élite socialcivilistaindignata. E' così che attori che altrimenti sarebbero stati da seconda fila, come Paolini, Ovadia, Celestini sono riusciti a scavalcare, del tutto arbitrariamente, loro coetanei che non si sono piegati a essere ne attori gigioni birignao né attori socialimpegnati, per esempio Danio Manfredini, Claudio Morganti, Alfonso Santagata e Antonio Rezza, impegnati sì, ma a fare spettacoli che rispettino le stupefacenti innovazioni introdotte nella tradizione teatrale da tanti maestri del novecento, Carmelo Bene tra questi, rivoluzionando il teatro occidentale, che da 25 secoli si poggiava sui del resto solidi principi aristotelici.

Finale. Angela Azzaro, in un suo articolo sempre su glialtrionline, in gran parte condivisibile, dice che Carmelo Bene non si può dire che fosse di sinistra, perché non stava dalla parte degli operai. Non so, io sono strano, figlio di un operaio che si è massacrato con le miniere prima e con le fabbriche tessili poi, ma penso uguale a CB: quando chiude una miniera bisogna festeggiare, no protestare! Dice anche, la Azzaro,  immagino provocatoriamente, che Carmelo Bene lo possono usare tutti, quindi anche CasaPound - che se lo sta lentamente divorando, usandolo come vessillo, seppure solo per un giorno, al posto dell'altrettanto divorato Ezra Pound -. Non va bene, Azzaro, è nella logica appena descritta, umanizzare l'inumano, o il sovrumano, o il sottoumano; voler ridurre all'utilitaristico ciò che non è ad esso riducibile; al senso ciò che si significa solo come macchina di distruzione del sesno; all'io ciò che non è io... Oppure, peggio che mai, vuol dire spiritualizzare Carmelo Bene, renderlo simbolo di rinascita spirituale. Al contrario fu un artista concreto, direi quasi materiale, e che solo una pernacchietta avrebbe dedicato a questi nuovi fascisti, dei quali, io la penso così, non si sentiva affatto il bisogno in questo nuovo millennio, fascisti che come quelli del millennio vecchio credono, obbediscono, combattono... (penso anche che non si senta il bisogno di nuovi comunisti...)

Però la soluzione per CasaPound ce l'ho io, suggeritami dallo stesso Bene (di bene non ce n'è mai abbastanza): si chiamino CasaGiorgioAlbertazzi, che lui sì è vicino alla loro parte politica. In subordine, CasaDarioFo, che anche lui fu da giovane... e poi, destra, sinistra, non contano mica più... In questo senso, potrebbero addirittura chiamarsi CasaCacciari.


Caro Nichi, salviamo la casa di Carmelo Bene (clic)

Un mese con Carmelo Bene. Corpo e voce contro la sobrietà. Di Angela Azzaro (clic)


Giusto per dire, non del tutto fuori luogo. Ieri lasciai un commento all'articolo di Angela Azzaro. Risulta ancora in attesa di approvazione...


Larry Massino
il 23 feb 2012
alle 18:47
Il tuo commento è in attesa di approvazione.
Bisognerebbe parlarne tanto, di Carmelo Bene, almeno per sottrarlo allo sciacallaggio. Non sono infatti d’accordo con l’articolista sul fatto che lo possono usare tutti. Almeno nel senso che capito bene, Bene, magari spiegato dal punto di vista del teatro (dove fu un grandissimo) e non dal punto di vista della tv e del gioirnalismo, con rispetto parlando, diverrebbe più chiaro chi lo può usare e chi no. No di certo chi fa battaglie retrograde in nome del valore della patria, della forza, dell’identità. Ci ho fatto un post che mi permetto di linkare.
http://accademia-inaffidabili.blogspot.com/2012/02/carmelo-bene-noi-chiiiii-ma-mi-faccia.html

Oggi si capisce meglio perché. Infatti, nello stesso sito, c'è una lunga intervista autocelebrativa a Maurizio Costanzo, su Carmelo Bene...

Intervista a Maurizio Costanzo su glialtrionline (clic)

Post in divenire, ultimo aggiornamento  il 24 febbraio alle 15.00

martedì 7 febbraio 2012

Epistola prima sulla libertà di espressione (Marco Rovelli difende il diritto di espressione. Di Romeo Castellucci)


 Il comunista semplice Larry cerca di convincere i coriacei intellettuali di sinistra italiani che se si comportano a questa maniera gli è troppo facile dimostrare che se l'accomadano a proprio favore, come di solito fanno gli egoisti liberisti che credono nel darwinismo sociale  (quelli più a destra, intendiamoci, quelli più a destra...)

Marco Rovelli, il 28 gennaio scorso,  nella rubrica che tiene sull'Unità,  ha scritto un accorato articolo a difesa di Romeo Castellucci (clic per leggere intero articolo). Giusto, l'ho difeso anche io, qui e altrove, il diritto di esprimersi di Castellucci (e di chiunque, purché senza infrangere la legge). Il giornalista cantante anarchico scrittore Rovelli, dice che non è giusto attaccare uno spettacolo  per cristianofobia, anche se ci si ritiene offesi nella propria sensibilità religiosa. Men che meno si deve  invocare la censura. Giusto di nuovo, ci mancherebbe. Anche se i religiosi che potrebbero ritenersi offesi nella propria sensibilità, in Italia e altrove, son tanti, davvero tanti. A volte, penso,  bisognerebbe rassegnarsi al fatto che il torto dei tanti ha diritto di prevalere sulla la ragione dei pochi. Non sempre, ma a volte...

Però lui, Marco Rovelli, la coscienza a posto a posto, in questo senso della difesa della libertà d'espressione, non ce l'ha mica. Lo sanno in molti, in questa non tanto piccola comunità letteraria virtuale, che proprio lui mi ha escluso (censurato) dal circolo dei commentatori dell'iniziativa editoriale di cui è socio redattore, Nazione Indiana, usando a pretesto che mi sarei permesso di usare il termine BECERO (qui la discussione, ai piedi di un articolo del sociologo quasi omonimo del nostro, Marco Revelli). Che è vero, usai, ma solo  per definire il suo modo di liquidare gli interlocutori, e di usare termini sconvenienti per denigrarli ulteriormente, come persone e come intellettuali, definendo le loro argomentazioni AD MINCHIAM, due volte (peraltro riferito al pensiero del vecchio comunista riformista Emanuele Macaluso, che fu anche ottimo direttore del giornale che gli dà la libertà di esprimersi, a Rovelli...) e FUFFA. 

Buffo, molto buffo. O Boffo, ora non ricordo la parola giusta: il mio metodo mnemonico è Fallaci. Riflettendoci, Boffo, penso sia la parola giusta, non a caso, esempio del nostro recente storico di vittima dei seminatori d'odio, e non seminatore di odio a sua volta... Infatti, tornando a me e Marco Rovelli, è successo che avendo io provato a difendere le mie ragioni intellettuali nei suoi confronti da questo piccolo blog, che in proporzione a nazione Indiana - considerato a torto o a ragione il più importante e autorevole d'Italia in fatto di letteratura - è una mosca (no una cacca di mosca, però, come alcuni vogliono far credere ulteriormente offendendo: semplicemente una mosca), mi sono trovato INFANGATO addirittura dalle colonne di un giornale nazionale come l'Unità (al cui confronto, il mio blog, è una lucciola; ma no un blog  che piglia la lucciola per la lanterna; semplicemente una lucciola). 

Tanta, credetemi, fu la sorpresa di trovarmi infangato dalle sacre colonne dell'Unità (articolo ripreso e amplificato da Nazione Indiana, che aggiunse una bella foto di vomitata alle parole di Rovelli qui,  già di per sé violente e insultanti nei miei confronti, nella home page del blog letterario più cliccato d'Italia,  blog  dove fui identificato e processato, senza alcun diritto di difesa...), giornale che fin dalla mia infanzia consideravo il deposito più prezioso delle verità ultime, come mi aveva insegnato mio padre, comunista semplice come me (enfatizzo un po' per dare colore al pezzo). Anche il padre avrebbe sofferto tanto a leggere che il proprio figlio, educato bene, almeno alla causa politica, veniva definito seminatore d'odio,  di fatto unico seminatore d'odio nella folta comunità letteraria virtuale della nazione (che non è così lontana da quella reale, se si analizza un po', essendo che gli scrittori più importanti, negli ultimi anni, escono da attività di palestra su internet; un esempio per tutti è Roberto Saviano, per altro l'inventore del concetto di macchina del fango, scrittore che si è fatto le ossa proprio nella importante palestra Nazione Indiana, della quale risultava redattore fino a pochi mesi fa). 

Son buffi, questi intellettuali di ora. O Boffi... nel senso che, magari  a loro insaputa, si rifanno al famoso metodo che porta il nome del celebre giornalista cattolico. Infangate infangate, qualcosa resterà.  Augghe a tutti gli indiani.

Ps: dato che sémo a parla' de catolichi, vojo pure da di' che più rabia de tuto me fano li ignavi.
Post e autore del post in fase correzionale.

mercoledì 25 gennaio 2012

Nuovi fascisti e vecchi tradizionalisti, Forza Nuova e CasaPound, Romeo Castellucci e Carmelo Bene

Essere o non essere fascisti?

Forza Nuova e Militia Christi? 20 persone? Di 20 persone parlano i giornali... o di 100 persone presenti alla messa tradizionalista celebrata dal padre lefebvriano don Floriano Abrahamowicz.  Mah! Nun me fa parlà... il Corriere la mette così:

Momenti di tensione in via Pier Lombardo a Milano, quando una ventina di militanti di Forza nuova ha provato a raggiungere il teatro Franco Parenti. I forzanovisti sono stati immediatamente circondati da polizia e carabinieri che presidiano in massa l'intera zona del teatro e quando si sono seduti per terra sono stati sollevati di peso e portati in via Svetonio dove intorno alle 20.15 sono stati identificati. Nel frattempo si è conclusa la funzione religiosa celebrata nella vicina piazzale Libia dal padre lefebvriano don Floriano Abrahamowicz a cui hanno partecipando un centinaio di integralisti cattolici provenienti dal Veneto e da Roma e legati in particolari ai movimenti Christus, Militia Christi, Italia Cristiana e Fondazione Lepanto.

Comunque... Il teatro era pieno. La stampa e la TV parlano finalmente di teatro. Come minimo c'è da auguararsi che gli imbecilli piglino di mira altri spettacoli...

Piuttosto, segnalo una cosa davvero grave per il nostro teatro: i fascisti nuovi di CasaPound si stanno sempre più impossessando della memoria di Carmelo Bene, meditando addirittura di passare dal nome CasaPound (per via che la figlia del poeta si è inviperita e li ha portati in tribunale) a CasaBene, con il consenso, a  quanto pare,  della sorella del grande leccese. Ciò avviene perché c'è un vuoto culturale enorme, nel senso che le istituzioni teatrali non si sono occupate, in questi anni, di nutrire la memoria degli spettatori e dei cittadini (ma direi anche dei teatranti, che probabilmente Bene lo trovano ingombrante, visto quello che producono, dal teatro civile alle nuove drammaturgie, che di nuovo purtroppo non hanno assolutamente nulla). Insomma, bisogna che le grandi istituzioni, i grandi teatri, si impegnino affinché il vuoto diventi pieno, per esempio intitolando un'intera stagione a Carmelo Bene, la prossima. Potrebbero cominciare i teatri diretti da Mario Martone, Gabriele Lavia, Luca Ronconi e Carlo Cecchi.


Link:

Corriere della Sera su CasaPound - Carmelo Bene:

Romagnanoi su prima Castellucci a Milano:

Romagnanoi su messa lefreviana davanti al teatro:


Quattro imbecilli e fascisti avrebbero cercato di impedire l'ingresso al teatro (averne!):


La versione del Giornale:


La versione dell'indignata speciale Conchita de Gregorio, dal blog Lipperatura:


La versione di Romeo Castellucci, dal sito Doppiozero:

http://www.doppiozero.com/materiali/scene/oltre-l%E2%80%99osceno-intervista-romeo-castellucci

La versione di Repubblica e Corriere

http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/messa-in-strada-o-messa-in-scena-e-finita-a-castellucci-tarallucci-modesta-protesta-34756.htm


Lo scrittore Tiziano Scarpa arriva al punto: non è sicuro che uscire dal campo della finzione faccia così bene al teatro. Clic

Sull'Unità intervengono la figlia di Carmelo Bene, Salome, e la moglie, Raffaella Baracchi, naturalmente contro l'utilizzo del nome. Clic

giovedì 17 novembre 2011

L’affaire Andrea Cortellessa

Porzione di moderno parco letterario


Sempre di letteratura, si parla, che al popolo interessa la letteratura. Infatti,  'n gopp allo abbastanza schizofrenico blog letterario Nazione Indiana (senza offesa parlando), va oggi in onda la resa sul sempre poco obiettivamente difeso Premio Dedalus (qui la discussione) di Pordenone legge (no logge). Vale a dire che non era frutto di repressi sabotatori  quanto abbiamo sostenuto  in numerose diatribe, l'ultima con il professor Cortellessa è qui. Leggendo leggendo   viene fuori che avevamo ragione a dire che il voto non essendo segreto è influenzabile: ce lo rivela l’autorevole Andrea Inglese,  coredattore dell'esperienza di Alfabeta 2 con lo stesso criticone,  almeno  così è scritto in  questo articolo qui a firma...  Andrea Cortellessa... 

Inglese, che è un giovane bravo saggista, anche se spesso secondo me ci ha torto (anche a censurare i miei interventi che lo mettono in difficoltà), è anche uno dei principali soci del club Nazione Indiana, dove oggi  ci rivela delle magagne circa il  più vasto critico d’Italia - all’interno del quale, nella parte est, mi pare, notoriamente, c’è il più grande parco letterario d’Europa,  che comprende biblioteche,  case editrici, librerie, dipartimenti universitari, riviste ecc. Tutto,  insomma, fuorché i superflui scrittori... 

Saspens. Cosa rivela il sempre moderatissimo Andrea Inglese, tirandosi forse la zuppa sui piedi? Rivela ciò: " dopo essere stato lettore e sostenitore del Dedalus, oggi ho chiesto però di cancellarmi dalla lista. Tra i motivi che mi hanno spinto a questa scelta, ve n’è uno che ha contato più di tutti. Chi mi ha dissuaso è stato paradossalmente uno degli organizzatori del premio, Andrea Cortellessa. Ho avuto con lui uno scambio su un libro che volevo recensire, e che è stato votato a più riprese nelle classifiche. Io conosco l’autore di questo libro e lo stimo, conosco tutta la sua produzione letteraria, e ho già scritto su di lui. Sono quindi, da questo punto di vista, un lettore Dedalus modello: cerco di votare ciò che meglio conosco e cerco di parlare pubblicamente di ciò che voto. La reazione dell’amico Andrea è stata per me incomprensibile. Mi ha detto che io mi ero sbagliato a votare, perché quello non era un libro che meritava di andare votato. E che, siccome ciò era un fatto oggettivo e indiscutibile, me e quelli come me che l’avevano votato l’hanno fatto in mala fede ". Mi sembra abbastanza chiaro... Forse finalmente capisce, il criticone Cortellessa, perché gli ho scritto l'altro giorno che un voto, una volta saputo dagli organizzatori del voto, non è segreto e non è definibile come democratico.

Cortellessa pare avergli risposto, a Inglese,  che è un ingrato, però mediante ragionamento un po’ ambiguo che corre l'obbligo riportare. " Stringendo: non mi pare sensato di voler uscire per questi motivi dal Lettorato. Se poi vorrete farlo comunque, come in passato hanno fatto altri autori per altri motivi (dall’impazienza generalizzata nei confronti del lavoro dei loro coevi all’impazienza, più che comprensibile, proprio per questo genere di incomprensioni), ovviamente vi ringraziamo per l’aiuto che avete comunque voluto darci in questi due anni. Non senza – aggiungo a corollario della discussione sul “riconoscimento” di cui nel precedente commento in dialogo con Mozzi – personalmente assai rammaricarmi per aver fruito, ancorché in minima parte, degli effetti benefici di questa travagliata creatura senza voler continuare a sostenerla anche ora "... Intervento  contorto, a me pare, suscettibile di smentita... l'ha notato anche l'ottimo architetto semplice (no grande) Gianni Biondillo, autore dello strano  post che mette in discussione l'intero impianto del  premio Dedalus...  che però, da autore noir, aggiunge saspens... difatti  non si dimette platealmente, come immagino avrebbe fatto piacere al suo sodale Andrea Inglese... To be continued

Ps: mi domando da tempo perché certi  criticoni si affannano tanto a stilare classifiche di qualità e  a dare patenti di qualità a scrittori lontani dal centro della scena, zingari (ho visto anche degli zingari felici), che invece magari starebbero bene anche per i fatti propri, ché per un artista è sempre meglio soli che ben accompagnati. Una prima risposta ce l'ho. Lo fanno per mettersi in evidenza, per mettersi loro stessi al di sopra degli scrittori, nel senso che senza il supporto idraulico degli scrittori... non esisterebbero critici... Da qualche parte uno di loro, o un loro affiliato, non ricordo,  mi ha dato il dispiacere di leggere che i critici sarebbero superiori ai romanzieri, per via che ci avrebbero più strumenti tecnici... Che vi devo dire? 

Ps2: giusto per dire che non siamo completamente pazzi da andare su un blog solo per  perdere tempo per aver ragione sui criticoni della letteratura (avendoci da scrivere...), segnalo che Nazione Indiana è comunque una importante comunità di facitori di parole, secondo me la più interessante, e che numerosi interventi sono di livello notevole. Per esempio quello di oggi di Ivan Arillotta (qui). Penso che se non si facessero deviare dalla politica... non si piccassero di fare gli scrittori e intellettuali impegnati... che d'altra parte uno scrittore dev'essere  impegnato solo a scrivere bene... se pensa bene è anche meglio, ma bene bene, altrimenti si mette al livello dei giornalisti... giacché uno scrittore che scrive così così è spesso sopportabile, ma uno che pensa così così non è mai sopportabile.

mercoledì 9 novembre 2011

Brecht certe cose le sapeva. Sulle classifiche Pordenone legge.

Ore 8.40. Rigore, notoriamente, è quando arbitro fischia. Ma qualità, quand'è? Tutti sanno, anche chi non ha nessuna intenzione di leggere un libro in vita sua,  che ci sono queste classifiche di qualità che fabbrica la ditta Pordenone Legge, attraverso una giuria composta da 200 cosiddetti grandi lettori. Ma siami (pl) sicuri sicuri che i modi con cui queste classifiche vengono prodotte  siano a loro volta di qualità? E se non lo fossero, come potrebbero attribuire patenti di qualità? Non sarebbe, quella attribuita agli autori da loro scelti, solo una qualità apparente, uno smalto ulteriormente mortificante spalmato sulle  marginalizzate opere che si vorrebbero invece mettere più vicine al centro, un simulacro di qualità utile a far comunque sovrastare i meccanismi della produzione di quantità, ma, in definitiva, i meccanismi oppressivi del sistema di produzione dominante?

Stamani mi alleo con Brecht. Mi alzo e vado a prendere gli scritti teatrali (che piacevano anche a Carmelo Bene, il quale, artisticamente parlando, non fu affatto un dissacratore, ma solo uno che applicava i migliori risultati della scienza sperimentale dei maestri che lo avevano preceduto, dei quali fu massimo testimone; certo, inventando a sua volta...). Fatto.
 
Ora la dico grossa. Se, secondo la figlia Lietta, uno dei dispiaceri più grossi della sua vita (di Giorgio Manganelli), è stato di non poter dire a Pasolini che scriveva male, che cosa, Manganelli stesso, si sarebbe oggi rammaricato di non poter dire ad alcuni critici che dicono di prenderlo a modello?  
Giorgio Manganelli fu, non solo a mio avviso, uno degli spiriti più magnificamente leggeri dell'ultimo secolo letterario e culturale. Ma questo lo si deduce dalla sua scrittura, non certo dalla letteratura critica su di lui, la quale si contraddice proprio a partire dalla scrittura (che vuol dire anche dal pensiero, non facciano i furbi parandosi dietro al fatto che non saper scrivere, al giorno di oggi, è una necessità dettata dal bisogno di sopravvivenza, che insomma, sarebbe solo un peccato veniale...).   
Apro gli scritti teatrali di Bertolt Brecht, PBE Einuadi, 1962. Vi cerco materiali a sostegno dei miei dubbi circa la non qualità del sistema di produzione dei fabbricatori della qualità. Pag 26: illudendosi di possedere un apparato che in realtà li possiede, essi difendono un apparato che non controllano più, che non è più - come essi continuano a credere – un mezzo che serve i produttori intellettuali, ma un mezzo che si rivolge contro di essi, contro la loro produzione (quando cioè questa produzione persegue tendenze proprie, nuove, non corrispondenti o addirittura contrarie a quelle dell'apparato). Essi sono ridotti allo stato di fornitori. Il valore della loro produzione finisce per essere misurato a una scala che ha per base la nozione della smerciabilità. Da qui l'uso invalso di esaminare ogni opera d'arte sotto l'aspetto della sua convenienza all'apparato, e di non preoccuparsi se l'apparato sia, o no, conveniente all'opera d'arte. Si dice: “ questa o quell'opera è buona “; e s'intende senza dirlo: “ buona per l'apparato “. Ma quest'apparato è determinato dalla società esistente, e assimila solo ciò che gli permette di sussistere in questa società. Si potrà dunque discutere di tutte le novità che non abbiano un carattere minaccioso per le funzioni sociali di quest'apparato, quella cioè del divertimento serale. Non si potrà invece discutere di tutte quelle novità che tendono a fargli mutare funzione, vale a dire situare diversamente l'apparato nella società, per esempio connettendolo alle istituzioni d'insegnamento o ai grandi organi di pubblicazione. Attraverso l'apparato la società assimila ciò che le serve per riprodursi. Così, nel migliore dei casi, l'apparato lascerà passare una “ novità “, che porti al rinnovamento, ma non mai al cambiamento della società esistente, buona o cattiva che sia la forma di questa società.
I più evoluti non pensano nemmeno a cambiare l'apparato, perché sono convinti di avere a disposizione un apparato che serve ciò che essi liberamente inventano, un apparato, dunque,  che si trasforma da sé con ogni loro nuovo pensiero. Il fatto è che la loro invenzione non è libera: l'apparato adempie la propria funzione con loro o senza di loro, i teatri lavorano ogni sera, i giornali escono x volte al giorno; essi assimilano ciò di cui hanno bisogno; e hanno semplicemente bisogno di una certa quantità di materiale (nota fondo pagina: I produttori, invece, sono totalmente condizionati dall'apparato, sia economicamente che socialmente,  esso monopolizza la loro azione, e i prodotti degli scrittori, dei compositori, dei critici, assumono sempre più il carattere di materia prima. Il prodotto finito è quello che esce dall'apparato).  
Fanculo a Brecht, che altro posso dire io? Ore 9.32, pubblico sul blog, poi vado a fumare.      Ps: il libro di Brecht è di 241 pagine... 

lunedì 17 ottobre 2011

La felicità non guarda in faccia a nessuno (nemmeno la cultura)

 vogliono la vostra felicità, non lasciategliela prendere 


Nell'ultima sua esternazione a favore di un risollevamento morale del paese e dei cittadini, Roberto Saviano ha parlato di diritto alla felicità. Essendo egli un uomo di cultura, di variegata cultura, saprà benissimo che questo diritto è un valore fondante della cultura politica americana, scritto dai padri fondatori addirittura nella dichiarazione d'indipendenza.

Io diffido della felicità in generale, ma di una felicità distribuita dallo Stato, in particolare dallo Stato americano, ho totale ribrezzo. Gli americani, poi, a pensarci bene, mica mi sembrano tanto felici... Certo, quando gli va bene comprano a più non posso, ma in cambio sono costretti a essere ridicolmente patriottici e andare a fare guerre sanguinarie contro piccoli popoli, inventandosi pretesti assurdi. Per il resto mangiano abbastanza male, 'sti mericani, sono oltremodo grassi, campano in media quasi dieci anni meno di noi... per non dire che  il loro gusto artistico, nonostante tutto, non si impone come vorrebbero,   e produce poco in termini di percentuali di bellezza...  al contrario in bruttezza, anche politica, non si fanno mancare nulla, nemmeno 2 milioni di cittadini in carcere (proporzione bianchi  neri assolutamente sbilanciata a sfavore della minoranza  nera)...

Da questa felicità che vuole beneficiare tutti,  sono sempre stato il più possibile lontano, rivendicando piuttosto un diritto contrario, almeno quello a un'infelicità provvisoria. Più in particolare sono stato lontano dalla felicità “ concepita “ nei laboratori di comunicazione italiani, che si propaga mediante un'iconografia per me impauristica, quella della famigliola in armonia, del quartiere ordinato, del centro commerciale affollato, della gente in vacanza, delle gioie a comando dei programmi televisivi, e, peggio di peggio, dei dolori a comando, che ancora più legittimano il clima di falsa gioia che c'è in giro.

Se la vediamo da vicino, questa felicità che ci vogliono far ingurgitare a tutti i costi anche in Italia, non produce uomini e donne contenti: produce solo benessere economico nella fascia medio-alta della popolazione, e produce malessere più o meno marcato nelle fasce medio-basse. Il diritto alla felicità, insomma, altro non è che il diritto al benessere economico delle fasce medio-alte.

Nonostante i copiosi sforzi degli intellettuali, degli artisti e in particolare degli scrittori impegnati, le persone vive, sopra di tutto, chissà perché, quelle appartenenti alle fasce medio-basse della popolazione, che ne sono costituzionalmente escluse se non in minimissima parte, ritengono che il loro diritto alla felicità consista nell'accaparrarsi i migliori beni materiali: riparo, cibo, salute, foglio di carta per fare i concorsi o accedere ai piani alti del mondo del lavoro (a stipendi alti). Non lo scopro io che della vera istruzione e della cultura non gliene frega niente a nessuno. Tanto è vero che le persone vere, quelle vive, leggono pochissimo, si informano male, non vanno a teatro, ai concerti, alle mostre ecc. Non ci piace, ma è così. Queste robe qua sono riservate a una piccola avanguardia che fa parte o aspira a far parte della classe dirigente. Certo, tra gli interessati ai fatti espressivi sopravviverà una percentuale di persone appartenenti alla fascia medio bassa, che non nutrono nessuno ambizione di potere. Ma di che numeri stiamo parlando? Prendiamo ad esempio il teatro. In Italia si vendono 13 milioni di biglietti all'anno per eventi teatrali, che comprendono concerti, lirica, prosa, comici e musical nelle grandi arene o nei palazzetti dello sport, e quant'altro. Si tratta in media di una presenza a teatro ogni cinque anni. Non solo, siccome si tratta di numeri falsati, le presenze relative a fatti che abbiano un contenuto artistico almeno decente non credo superino il 20% della cifra suddetta. Quindi la presenza media a un evento teatrale con contenuto “ artistico “ decente si riduce a una ogni 25 anni. De che stamo a parla'? Gli italiani si recano a teatro sì e no 3-4 volte nella vita. Vuol dire che le persone vere, quelle vive, a teatro non ci vanno, alle proprietà salvifiche della cultura non ci credono. Vuol dire che il teatro si continua a fare nonostante l'ostilità del pubblico popolare, che evidentemente non si sente rappresentato da questa forma di arte, che ritiene appartenente alla élite borghese.

Per questo indigna, davvero indigna, che gli occupanti dei teatri, che dovrebbero essere preparati, colti, intelligenti, non si rendano conto che essere avvicinati al centro del dibattito politico come rappresentanti principali delle proteste è una maniera furba per falsificare gli avvenimenti. È una furbizia alla quale ricorrono i padroni del sistema politico-editoriale per svalorizzare l'insorgere di cittadini insofferenti di fronte all'espandersi dell'ingiustizia economica. Per via che quelli della cultura vengono percepiti dai cittadini italiani come stravaganti, in senso affettuoso dalle persone bendisposte, in senso dispregiativo da tutti gli altri, la stragrande maggioranza, che anche se non possono dirlo esplicitamente li considerano ancora peggio dei teppisti cosiddetti black bloc.

Ma che glielo devo dire io a tanti fior di intellettuali che dai teatri ci si può al massimo rivolgere alle avanguardie delle élites dirigenti delle quali facciamo parte, o delle quali aspiriamo a diventar parte il prima possibile, mi si perdoni la malizia, a seguito di servizi resi...

Prendiamo il teatro Valle, una delle esperienze politiche che stanno in tanti markettizzando a proprio favore. Mi taccio sulla qualità dei contenuti artistici proposti in questi mesi dagli occupanti, dicendo solo che non rappresentano affatto il meglio del teatro italiano, quello fatto dagli artisti che rischiano di più sulla loro pelle e che sempre sono stati lontani dalla greppia statalista (e dal quantomeno poco morale sistema di casting televisivo e cinematografico). Parlo invece degli aspetti economici e organizzativi. Il teatro Valle era nel circuito ETI, ente teatrale italiano chiuso per decreto ministeriale pochi mesi fa. Ebbene, l'ETI, per tanti e tanti anni, ha mantenuto lo status quo promuovendo il teatro più ingessato, contribuendo assai all'erezione delle barriere di accesso, che impedivano e impediscono al pubblico di venire a contatto con contenuti più interessanti e valenti dal punto di vista artistico, e ai teatranti più innovativi di ottenere le necessarie ribalte. Della chiusura dell'ETI, dunque, bisogna essere tutti contenti, come lo sarebbe Carmelo Bene (uno che i teatri li riempiva ma dall'ETI era osteggiato), che si batté a lungo contro di esso, chiedendone appunto la chiusura.

Meno contenti bisogna essere della chiusura di un teatro, a prescindere. Ben venga l'occupazione. Che però, pare, è venuta a difesa di interessi particolari, non di interessi generali. Cioè a difesa dei lavoratori del teatro, che sarebbero stati spostati in altre istituzioni o non fatti lavorare più, immagino, nel caso dei precari. Chiaramente non c'è nulla di male a difendere il proprio posto di lavoro, anzi... Ma di questo si tratta, di questo pare si tratti. In campo, del resto, c'era la proposta di soggetti privati per gestire il teatro con formule innovative, non so quanto efficaci. Ma tanto...

I fatti, in termini economici, sono questi. Il teatro Valle gestito dall'ETI costava alla comunità 2 milioni e mezzo all'anno. Sono pochi sono tanti? Non so. Per un teatro che non produce, ma accoglie solo distribuzioni, sono tanti, qualcosa come 7.000 euro al giorno di perdita per un numero di recite che difficilmente poteva stare sopra le 200 all'anno. Sta a significare che ogni recita rimetteva 12.500 euro. Non poco... Mi azzardo a dire che un qualunque soggetto privato, ai quali sono tendenzialmente contrario, potendo perdere tale cifra per ogni recita, proporrebbe cartelloni assai superiori a quelli proposti fino ad oggi, direi addirittura stratosferici. Se non dovesse elargire favori alle compagnie teatrali “ protette “... magari dai vicepresidenti del consiglio, o assumere personale ingiustificatamente, o chissà che altro.

Però, impresari a parte, possibile che in centro a Roma, in un teatro storico come il Valle, dove si fa teatro tradizionale, non si riesca a ridurre drasticamente la necessità di denaro pubblico? Si tratta di un teatro che ha 630 posti. Facendoci 200 recite all'anno si potrebbero fare 126.000 spettatori. Siccome fare sempre esaurito non è possibile, diciamo meno un 10% (che potrebbero divenire biglietti omaggio per i poveri). Si tratterebbe di 113.400 biglietti venduti. Se lo si facesse a una media di miserabili 20 euro si otterrebbero incassi per 2.268.000 euro, ai quali si dovrebbero lo stesso sommare i contributi degli sponsor e delle amministrazioni pubbliche, ma per quanto riguarda queste ultime solo in misura minima.

Ho sentito e letto di statuti novativi, di fondazione di un vago centro per la drammaturgia italiana, ma di soldi si parla poco. Se parlassero di soldi, gli occupanti del Valle, nei termini appena detti, sì che sarebbero benemeriti, sì che diverrebbero credibili. Invece, temo, vorranno gestire il teatro come rappresentanti del popolo, assolutamente contraddicendosi perché in democrazia tali lo sono solo quelli eletti mediante  libere elezioni... Ma lo stesso esigeranno i soldi pubblici, da Stato, Regione e Comune, ignorando la potenzialità eversiva degli incassi... Lo faranno naturalmente in nome del diritto alla cultura e queste cazzate qui. Quello che è peggio è che gli otterranno, i pubblici anelli di finanziamento, ulteriormente danneggiando i teatranti più innovativi, sempre in nome del popolo che ha diritto sì a una cultura, ma, che cazzo, che sia una cultura comprensibile, vale a dire facile (cioè inferiore a quella degli occupanti e del loro pare ristretto circolo).

Andrà malinconicamente a finire, temo, che prima Renzo Arbore non aveva accesso al cartellone del Teatro Valle, e invece ce l'aveva il problematico Carlo Cecchi; poi ce l'avrà Renzo Arbore a danno di Carlo Cecchi, l'artista che fa il miglior teatro di tradizione, e infatti i teatri li riempie, ma senza fare sconti “ culturali “ a nessuno, tanto meno al cosiddetto popolo. Oppure andrà a finire che ci faranno la drammaturgia loro senza pubblico, ma però faranno la cultura... Dalla quale, da questo modo di interpretarla, mi sento pure di stare alla larga, di consigliare i miei cari di starne alla larga. Giacché la cultura, come la si pratica in Italia, è lo stesso della felicità: per affermare i propri non sempre indiscutibili principi non guarda in faccia a nessuno. 

Ps del 13 nov 2011: andatevi a leggere questo articolo, a proposito di rivoluzione culturale al Teatro Valle occupato. Anche questo, dove pontifica Franco Cordelli, che del resto ha un'ottima idea di teatro, al limite della celebrazione dei misteri di antica memoria, anche se di teatro teatro, della rivoluzione novecentesca avvenuta in questa disciplina artistica, se n'intende poco (come tutti i letterati prima di lui, Raboni compreso), per sua stessa ammissione... e forse da qui la sua originalità.

mercoledì 12 ottobre 2011

Gente che se la ride



umorista che festeggia la conquista di uno spazio  Rai da destinare alla cultura

Mettiamo che accenda il televisore e veda a tutto schermo una signora ridanciana  - una che comunque  sa fare assai bene il proprio mestiere (ma stroppia) - la quale in un moderno salotto rosso esalta le doti di scrittori suoi ospiti  che a me, pe' limitismi mii, paiono modeste;  del resto scrittori abbastanza seriosi, decisamente poco dotati di senso dell'umorismo. Mi dico: potrebbe almeno non ridere. Mettiamo inoltre che vienghi a sapere, ché le cose se vienghino sempre a sapere,  che la signora ridanciana  è sotto contratto di una nota casa editrice che produce il suo programma, della quale sono incresciosamente coproprietari gli scrittori intervistati. Mi dico: la signora è un'aristocratica, così si dice in giro, facendo a questa maniera dimostra quantomeno una caduta di stile. 

Vabbè, si tratta di fatti del passato, peccati venali.

Invece altri, massinalisti e repressi, avrebbero certamente  detto che il conflitto di interessi non lo si combatte con le parole e con le indignazioni, ma con i comportamenti. Miserabili  e retorici...  mettere in discussione la provata buona fede di questi  uomini e donne che tanto fecero  e si battettero  (voce del verbo battere) per la  cultura. Bisogna sempre essere all'altezza. Bisogna nascerlo... Loro, i massinalisti, miseramente, non lo nacquero.

sabato 24 settembre 2011

Nietzsche e i guidatori di bolidi


un bel libro

Nel popolo italiano quelli della cultura sono pochi pochi, lo sappiamo tutti. Esso  è formato da incolti, da appena appena alfabetizzati che se va bene leggono i libri di barzellette (quelli mediocri, intendiamoci). Nel mezzo a minoranza colta e maggioranza  gnorante resiste  un'esigua rappresentanza  di scettici, li componenti della quale vorrebbero tanto ci fosse più cultura, almeno nel senso dell'amore per l'arte e l'espressione, ma non si fidano della minoranza mercantile che praticando la cultura ne vuole ottenere il massimo di beneficio, anche in termini di diritto a condurre la società; di quella minoranza che prima cerca di imporre alle maggioranze il principio che debbono comandare i colti (l'illuminismo pragmatico scalfariano), poi si descrive e si fa descrivere, in genere  da propri dipendenti o fiancheggiatori,  come massimamente colta...

Sappiamo tutti che fra quelli della cultura non c'è alcun accordo, che anzi, la tendenza è quella di dividersi per visione del mondo, capacità intellettuale, corrente artistica, relazioni importanti, età, esperienza, titoli, opere prodotte, risultati di pubblico, appartenenza a logge, loggette e porticati. Quelli accusano quegli altri, e si tolgono il saluto, e te vendi perché fai schifo, e te sei invidioso, e io mi rivolgo alle masse, e il mio pubblico... sono abbastanza patetici... Non a caso, per trovarne uno intellettualmente onesto, tra quelli della cultura, bisogna farsi spazio tra miriadi di teste di cazzo che tendono a proteggere la propria o perina o l'appartenenza a uno o l'altro dei branchi in campo.

Ora, i considerati analfabeti, sapessero quello che sanno certi scettici, avessero visto quello che hanno  visto
certi scettici, la prosopopea di quelli della cultura la farebbero letteralmente sparire, presi dalla furia ne farebbero sparire anche tante testimonianze (fu il terrore di Nietzsche alla notizia falsa che circolò in Europa circa la distruzione del Louvre da parte dei comunardi; rispetto alla quale falsità giornalistica il filosofo baffuto si rifiutava di incolpare la povera gente per l'eventuale atto iconoclasta, e si domandava: sono o no colpevole quando godo della cultura di cui la classe povera è priva?). Ma non lo sanno... ancora, non lo sanno... altrimenti gli analfabeti si incazzerebbero parecchio, e brandirebbero contro i sedicenti colti qualcosa di più pesante dei libri di barzellette... Possibile che i componenti la minoranza colta  questo non lo capiscono? Possibile  non capiscano che possedere la cosiddetta cultura, peraltro  quasi sempre in senso narcisistico, è al giorno di oggi soltanto una questione di gusto, che in nulla supera il gusto di chi sa giocare a pallone o nuotare o guidare un bolide? Possibile che i sedicenti colti vogliano acquisire il diritto definitivo al comando inducendo i barbari analfabeti alla distruzione di qualche opera di cultura, in modo da accusarli per sempre di essere colpevoli del crimine contro la cultura e poterli governare quali esseri inferiori?

I guidatori di bolidi, appunto: prendiamo loro come esempio, questi individui particolari, questi tipi singoli  che penso piacerebbero allo stesso Nietzsche. Essi sono forse  gli individui con più autorevolezza riconosciuta dalla maggioranza dei cittadini,  maggioranza  che sarebbe meglio definire stramaggioranza, la quale  fino ad oggi mantiene il diritto al voto... Mettiamo che i guidatori di bolidi, avendo preso il posto dei guerrieri di una volta, intendessero occupare il centro della società e governarla coi propri principi: noi più intellettivi non avremmo il diritto di essere scettici, nonostante le loro indiscutibili capacità e nonostante  il consenso dal quale sarebbero circondati?  E sì che nella visione del mondo dei guidatori di bolidi non mancherebbe nulla, né in termini scientifici né in termini umanistici, per organizzare la società in modo efficace e forse anche bello. Infatti,  un guidatore di bolidi deve avere doti umane non comuni e sfruttare tutte le proprie capacità per avere successo, psicologiche e fisiche (non risulta ci sia una metafisica dei guidatori di bolidi); del resto, dal punto di vista scientifico, nel mondo dei guidatori di bolidi si fa tanta ricerca, e difficilmente un buon ricercatore viene escluso perché non fa parte di un branco, men che mai può venire escluso a priori un buon guidatore (lo so che in certi casi bisogna investire molto per dimostrare le proprie doti; ma non è uguale nel circuito della cosiddetta cultura?)

Vabbè, non mi paga nessuno, chi vòle capi' capisce...