diario in pubblico (si fa per dire, è come quando si fà la pipì in un angolo all'aperto di notte, inutile guardarsi intorno, tanto non c'è nessuno)

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lunedì 24 ottobre 2011

Epistola terza dal Contadino della sua terra

Alberto Savinio Roger et Angelique


Qualcheduno di voi, può essere che, già lo sa, chè ce l’ho detto io e mò non mi ricordo, o, può essere che, ce l’ha detto un altro, che l’era venuto a sapere da chi ce l’ho detto io, che tengo un giovane, nel fabbricato dove sta la terra mia, che mi aiuta nu poco a fare le cose che si devono fare, anche se non sa fare niente e non capisce nemmeno se ce lo dici centinare di volte. Questo giovine, mò fanno tre anni, tiene la laurea, ma non tiene il lavoro; e sta qua. Verso l’ultimi giorni del mese passato, mi ha fatto una richiesta, se si poteva permettere di dire a certi compagni sui, che non sono di qua, ma che so’ venuti al mare qua vicino, per fare le ferie dell’estate, che, poi, tutti l’altri mesi, no fanno niente, com’a lui, di venire a mangiare tutt’assieme, come un saluto a tuttu quanti, prima che partivano. E’ inutile che mi metto a dire le cose che non sono, perché, dopo tanta tempo, nu’ poco mi sto affezionando; e l’ho detto di sì, ma che io, pure se lui e, dice lui, pure l’altri, li faceva piacere che stavo con loro, non ci potevo andare, chè tenevo da fare ‘na cosa importante assai a lu paese. Il disgraziato non s’è messo a insistere nemmeno un poco, ma io me l’aspettavo, chè questi giovani moderni non è che so’ busciardi, come diciamo noi che teniamo un poco di anni più assai; so’ proprio stubbiti così. Nemmeno a fare vedere un poco: che cazzo potevo tenere da fare la sera di domenica a lu paese!!? L’ho guardato fisso; ma ho perso tempo, chè tanto n’ha capito niente, e l’ho dato pure il permesso, abbasta che non mi facevano trovare tutte cose sotto sopra, di mangiarsi il formaggio e la ricotta che tenevo nella cantina; e che, se non se lo scolavano completamente, pure il vino si potevano bere. ‘Nu poco di frutta buona, due fichi e certi meloni che non li potete trovà a nessuna parte, ce li avevo già raccolti io e ce li avevo messi già dentro al frigorifero, chè, se è vero che mò mettiamo tutto là dentro, pure le cose che non si possono mettere, che, se no, non so più buone, bisogna dire che, lo sapete tuttu quanti, ha fatto troppo caldo, ‘sta staggione, ed era meglio che stavano un poco al fresco. So tornato a vedere che avevano combinato, chè la casa è sempre la mia e la responsabile pure, e questi, se s’imbriacano, no capiscono niente più, peggio di quando non bevono, e stavano ancora là. Stavano sopra a tutta la cucina i cosi di plastica dove ti mettono la carne, e i salami, quando te li vai a comprare; tanta bottiglie vuote di birra straniera no l’avevo viste mai… E io che mi stavo preoccupato che si mangiavano le cose buone mie: che generazione, mi so’ messo a pensare. Forse, si credevano che tenevo tre, quattro servi che mi venivano a pulire loro. Oh, certo che è forte, quando ti capiscono che non devi dire nemmeno una parola: subito si hanno alzati e hanno riempito tanta buste di cos’avanzate, che li volevo dire se volevano andare a Napoli a iutare un poco i napoletani che so’ bravi…………… Mi so fermato un momento e mi so letto che ho scritto: mi dovete scusare, che parlo assai. Quanto mi piaceva, se sapevo scrivere come i scrittori veri! Invece, mentre che sto dicendo una cosa, mi viene un’altra; e non so capire che è inutile che la scrivo, perché, se no la scrivo, mi pare che non si capisce che voglio dire. E, invece, mò, mi pare che no si capisce niente, ma io mi volevo spiegare bene, chè mi dispiace assai, che non capite niente…………… Comunque, verso le due, che io a quell’ora tengo un sonno che non vi potete nemmeno immaginare, se no sò andati alle case loro. Solo lui è rimasto, chè non tiene un posto suo. Ci siamo messi a parlare nu poco, che quann pass il primo sonno ti senti che puoi rimanere in piedi, e lui, m’ha fatto la domanda se lo potevo raccontare una storia di quelle che, ha detto lui, mi so inventare io. 

–Ma non una storia triste, come fate di solito. Senza quel velo di malinconia che copre le vostre parole… Una storia divertente…


Primm’anzi tutto, l’ho risposto, che proprio me ne stavo per andare, tant’ i nervi che m’aveva fatto venire, fin’a mò hai detto, una continuazione, che era meglio che mi stavo fermo e zitto, che non è lu mestiero mio a scrivere le cose. Mò, te ne vieni che ti metti pure a criticare. Io non m’ho mai inventato, niente, rimbambito!.. Ti fanno venire la tristezza, a te, le storie mie?...è allegra la faccia ca tieni tu!...Chi era quella giovine che ti sei messo più tempo, a salutarla, e che non ti lasciava la mana e ti guardav ‘mmocc’ a  mmocca?... E siamo arrivati, ueh!...il critico…com’è che ti sei fatto rosso??!.. Vabbuò,non ti mettere a vergogna; senti se questa ti fa ridere un poco…

‘Na volta, qua, proprio esattamente com’avete fatto stasera, pure io ho fatto na bella cena con nu sacco di compagni miei. Potevano essere una otto, dieci ann che ci eravamo presi il diploma; dopo che co tanta insistenza, e da tanta mesi prima, mi avevo messo sopra a mio padre, come ‘na cambiale, per farlo dire si, a farci riunire qua, che lui la mattina presto teneva da lavorare, ci siamo riuniti. Potevamo essere poco sott’a una ventina; s’avevano, quasi tutti quanti laureati, meno due o tre, comm’a me, che non avevano continuato; chè, un poco, non li piaceva, ma, molto, nemmeno tenevano i soldi che tenevano l’altri. Era venuto pure Antonio, che tu non lo sai chi è, ma, mò, vedi che ti faccio capire quant’era antipatico, stu cristiano, e scemo e fissato… Già da quando andavam’ alla scuola, non lo potevo vedere, chè era uno raccomandato e non capiva niente, ma il padre, avvocato di qua vicino, lo conoscevano tutti quanti e lui andava avanti così, pure se no studiava, com’a me; solo che io venivo  rimandato, a due, a tre materie tutti l’anni, e tenevo pure a mio padre che diceva che dovevo venire a impararmi a lavorare la terra, che lui non mi vedeva tanto bene coi libri in mano, e lui veniva promosso e se n’andava alla spiaggia a fare il ciaciacco colle femmine… Quando abbiamo finito di mangiare, che poi io dovevo pulire, mò, almeno, voi avete fatto vedere che tenete nu poco d’educazione, è successa na cosa strana, che, a quel momento, non riuscivo a capire com’era possibile: stu Antonio s’è messo a dire se, per piacere, la fidanzata che teneva, una dell’alt’Italia che si erano conosciuti all’università, poteva rimanere a dormire, chè avevano cercato di sistemarsi nella case di parenti e quelli che li conoscevano, ma mancava nu posto; e diceva che lui si fidava di me, e, soprattutto, di lei, e lo faceva piacere se la facevo dormire qua, che, poi, la mattina presto, se la veniva a prendere. Dopo tanta tempo, so venuto a sapere che stavano d’accordo tutti quanti e che mi volevano fare uno scherzo, che io, secondo lu ragionamento che si avevano fatto, dovevo fare na brutta figura colla uagliona, che era bella veramente, e lei , poi, li doveva fare ridere a tutti quanti, quando ce lo raccontava, chè io ero un cafone che non sapevo stare co ‘na femmina così. Fatto sta che, pure se me lo sentivo che non era normale che stava succedendo, pure pe’ non fare la figura di quello che non è generoso coi vecchi compagni della scuola, ho detto sì. Devo dire la verità, sapeva fare bene la parte, perché non mi faceva accorgere di niente; mi ha pure aiutato a fare i piatti e a pulire a terra. A un certo punto, proprio com’hai fatto tu, stasera, mi ha domandato se ci potevamo sedere, se non tenevo molto sonno, sul divano, che potevamo stare più comodi, e potevamo parlare nu poco. Non te lo puoi immaginare quanta sudore freddo che ho cacciato, tanto non mi sentivo rilassato vicino a quella femmina. Ho cominciato a pensare che non sapevo che dovevo dire… che stavo per fare na brutta figura, che domani si mettevano tuttu quant a ridere dietro a me, e tenevano pure ragione, anche se io non lo sapevo che stavano d’accordo, e lo stesso, tenevano la capa di ridere dietro alle spalle mie. E pensavo che la letteratura non mi ricordavo niente, che poco sapevo, pure quando me la ricordavo; che no mi ero mai imparato ‘na poesia…che non sapevo i nomi delle canzoni e i cantanti… Che non sapevo dire di che marca era ‘na machina…. e non sapevo i fiori, i profumi… Chè ero stato a poche parti e non mi veniva niente da dire, chè mi sembravano che erano posti com’all’altri.. E il sudore freddo che tenevo si faceva a ghiaccio e mi stavo accorgendo che la cosa brutta non era che, poi, domani, quelli mi sfottevano che ero un cafone, ma che mi sentivo io che vedevo le cose diverse e che io non sapevo stare co una bella femmina. Ma la giovine, che sicuro se n’era accorta che non mi sentivo bene, s’era avvicinata di più e mi prese la mano colle sue piccole e bianche bianche. Era la prima volta che vedeva ‘na mana tanto grande e tanto dura, dicette; e me l’accarezzava come ‘na piuma morbida. E poi ha toccato lu polso, che teneva il segno bianco dell’orologio, che me l’ero levato per fare i piatti… Tu non ti puoi immaginare quanta cose che m’ha imparato… Io non l’avevo mai saputo che tenevo i deltoidi… e i tricipiti… e i quadricipiti… E toccava, toccava, chè mi voleva fare capire bene dove si trovavano e la forma che tenevano…. Mi ricordo, che, a un certo momento, mi credevo che era dottoressa… 

Ma è inutile che ti  racconto tutte cose, è vero? La mattina presto, è venuto a prenderla quel simpaticone del zito; appena ha aperto, che lei già stava pronta, che sembrava che se ne voleva scappare, come se aveva fatto una cosa che, mo, stava pentita, Antonio teneva la faccia che rideva; ma, dopo mezzo secondo, già la risata l’era passata… Certo, pensai a quel momento, che quando due si vogliono bene, non tengono bisogno di parlare assai. M’hanno salutato, che non ho capito che m’hanno detto; se mi ringraziavano o arrivederci. Non l’ho visti più. Poi, sono venuto a sapere che stavano già fidanzati ufficialmente, e già stavano vedendo per lo sposalizio, ma dopo uno due mesi si avevano lasciati.

Mbè!? T’ha fatto divertì la storia?... Mi pare che tieni la stessa faccia da cadavere di prima… Non m’hai risposto, però: chi è la uagliona che ti sei messo molto tempo a salutarla? Ho visto che ti manteneva la mana come a quella che t’ho raccontato. E’ la fidanzata nuova, che m’avevi detto qualche cosa, dì la verità… E’ dell’alt’Italia pure lei? E quant’anni tiene… a me mi sembra che è un poco più grande di te… Che ti voglio dire, figlio mio… che ti posso dire? Io sto quasi sempre sulo, qua. Non lo so che ti posso consigliare; e non ti credere che non ti ho capito, che ti sei fatto vedere apposta vicino a lei, così io capivo e ti dovevo dire che cosa penso, se mi sembrate che andate bene, insieme, oppuramente no. Tu lo sai, che sono uno all’antica; che er’all’antica, pure se nascevo mill’ anni fa o fra mill’ anni… Che la capa è tosta ed è difficile che cambio pensiero… Ma non mi permetto di dire niente, chè nemmeno io so sicuro che tengo ragione, a ragionare come ragiono io… E ridi nu poco, mè! Una cosa penso che te la posso consigliare: assicurati che no’ dice buscie. Che se è busciarda t’arrovina l’esistenza. Quella ha fatto mezza vita sua, già. Mò, li piaciono le mani tue… ma se dice che mai aveva provato una cosa così ed è sicura che dovete stare sempre insieme, perché tutto lu tempo, fin’a mo, è come se non è esistito e si sente come se tu sei il più primo della vita sua… Statt’attento: non ci credere… Che non può essere mai, che no’ s’arricorda… nu cazz!

Contadino della sua terra

martedì 26 luglio 2011

Epistola seconda dal Contadino della sua terra


Se mi permettete, vi voglio raccontare ‘na storia; una, che voi dicete che sono strane, ma che a me mi sembra che so' normali, che se poi mi devo mettere a pensare che la storie strane mi succedono soltant’a me, e io so sicuro che so' normali, mi facete venire il pensiero che no so' normale io o che no state tanto a posto voi. Mò, se stava mia figlia, mi bloccava subbito, chè diceva “…papà, sei fatto proprio vecchio: sempre a dire le cose antiche…..”. Ce l’ho cercato di spiegare che le storie so' sempre antiche,  ma nu capisce e si diverte a dire così….. Mi posso mai ‘ncazzà co’ mia figlia…..

Chi già mi ha presentato, lo sa che tengo la terra, ma che so' pure nu poco istruito, chè ho fatto le scuole alte e mi ho preso il diploma, chè, dicevano li busciardi, poi, mi poteva servire, ma io lo sapevo che stavo buttando il tempo e i soldi, che no erano manco i miei. Fatto sta che, vi debbo dire la verità si no so busciardo pure io, mo' faccio ‘na bella figura, chè i cafoni che stanno a confine co’ me, e pure più allontanati, mi vengono a fare le domande, chè loro no capiscono niente. Nemmeno che chi tiene le scuole no capisce com’a loro; e io no mi conviene che ce lo dico, chè mi fanno sentire ‘mportante, pure che mi ho dimenticato tutte cose….. Mò è meglio che mi fermo, ca si no la storia no ve la dico più, chè tengo sonno. Fra tutte le cose che c’imparava il maestro, chè io no capivo niente, quando si metteva a spiegare come si facevano i conti, e a me mi sembrava che capivo tutte cose, no lo sentivo mai quando diceva che, a casa, dovevamo fare l’esercizi e i problemi. Ma io il tempo no lo tenevo; e mi credevo che le cose l’avevo capite.

Il maestro era bravo assai; solo che se lo diceva da solo, che era bravo, a me no mi sembrava ch’era tanto bravo a fare così. Un giorno maledetto, che no me lo posso scordare nemmeno se campo mill’anni, mi ha chiamato, vieni a la lavagna, e m’ha fatto l’interrogazione. Oh, voi no ci potete credere. Non sapevo rispondere a niente. Eppure le cose le capivo più meglio e più prima dell’altri….. “ Tu no fai l’esercizi e i problemi ”. Io no lo so chi ce l’aveva detto, ma teneva ragione. Si vedeva che mi avevo imparato la teoria, ma la pratica no tenevo tempo, chè in campagna stava sempre da fare….. “ Visto che no sai rispondere a niente, ti faccio la più facile delle domande, tanto per no metterti zero spaccato sopr’il registro: quanto fanno 1+1 e 1x2? ”. Lo so che mò vi state mettend’a ridere tutti quanti; e pure a me, mi sembra che no è possibile che no ho saputo rispondere….. Ma stavo confuso assai; no capivo niente più….. ” Dipende….. ”, l’ho risposto io, chè mi ero ricordato che, come dicevano i grandi, era meglio che no lo dicevi niente, se no lo sapevi bene ed eri sicurissimo, e, proprio per questa motivazione, quasi sempre: “ Domani, vieni con tuo padre…..”.
 
No vi voglio scuccià co' quello ch’è successo dopo….. So passati l’anni; la vita mia se ne sta andando che no lo so come se ne sta andando. La fatica è stata assai; quelle cose che mi trovo me l’ho sudate chè lo so solo io. E ho fatto l’esercizi e i problemi. Quanta cazz di problemi che ho dovuto fare. Sarà ch’è morto, mò, il maestro; se no, andavo e ce lo dicevo…… E, secondo te, che no sapevo le cose, se ti ficco due cazzotti nella faccia è uguale a due cazzotti soli? O ti fai l’ospedale, co’ due? E due carezze so’ come una carezza nu giorno e una la settimana dopo? E se tengo due figli, tengo i stessi pensieri e ci vogliono i stessi soldi che tengono due che tengono a uno? E se mi appaddo da due metri, mi faccio lo stesso danno che mi capita se mi appaddo due volte da un metro? E se il dottore ha detto che mi devo prendere due pinoli, chè no mi sento bene, tengo la stessa salute di due che il dottore l’ha dato solo ‘na pinola? E se tengo da campare solo un giorno, caccio la metà delle lacrime di chi ne tiene due? E se, come quando me la fidavo ancora, uno fa l’amore due, tre volte a fila….. è com’a uno che tre volte lo fa ‘na volta?

Povero maestro….. chissà se l’ha capito, fin’alla fine; secondo me sì, solo che no ci siamo visti più e no me l’ha potuto dire….. che 1+1 fa veramente….. dipende…..



Se volete leggere la prima epistola fate clic

martedì 15 febbraio 2011

Epistola prima dal contadino della sua terra

Carissimo signore Larry, col permesso vostro, vi faccio una promessa e, cioè, che la premessa che c'ho in testa è corta; chè le parole, lo sapete, possono diventare lunghe e si sa quando s'incomincia e no quando si finisce. A costruire è più difficile che a sfasciare; pure quando non ti puoi  stare zitto, chè le cose che stanno costruendo so sbagliate e fanno schifo e lo vedono tutti quanti.


Voi ve lo ricordate a Totò che si voleva vendere la fontana importante che sta a Roma? Mo, proprio in questi giorni, ho sentito di dire che certi volevano vendere tanti palazzi importanti; e che sono stati scoperti e arrestati. Poi, si volevano vendere il Colosseo, m'hanno detto pure, ma questa cosa non so sicuro; non si capisce più chi è il padrone del canale più grande che sta in mezzo a Venezia. Ma, per voi, queste cose so normali? Che ci stanno certa gente che tiene tanta soldi e tanta fantasia che si vuole andare a comprare certe cose? Per me, no. Io mi ero sempre creduto che certe cose sono di tutti; se no che vuole significare che dicono patrimonio all'umanità?... Lo so, non vi credete, che il discorso è un poco più difficile; ma non voglio dire questo fatto.....E' proprio che non mi piace che ci stiamo rassegnando che tutte le cose ce le possiamo, anzi dobbiamo, comprare......Non è una bella cosa.


A Massimo e a Roberto pure ve li ricordate, è vero? " Chi siete, che volete, che facete...un fiorino! ". Pure questa cosa che doveva fare ridere sta succedendo veramente; solo, non si mettono d'accordo a quanti fiorini devono domandare ai stranieri che ci vengono a trovare. Dice che pure all'altre parti fanno così. Ma non significa, secondo me: se uno è antipatico, dobbiamo fare l'antipatici pure noi? E ci volevano sti sindaci moderni per questa bella pensata? N'amico mio, Ciccillo u sognatore, l'aveva detto 40 anni fa: " Questi, i villeggianti, so scemi: vengono qua in campagna e si pensano chissà che cosa li fai vedere. C'avessimo fare pagare l'aria buona che li facciamo respirare ". Mo no fa più il contadino; ha detto che lui lo sapeva come si facevano i soldi, senza buttare il sangue da un anno all'altro. Non lo so bene, chè non me ne importa, pure se mi voleva mettere in mezzo anche a me, ma ha avuto certi soldi che s'è aperto una specie di trattoria dove fa mangiare le cose e l'animali che ancora si cresce. Sotto a Natale so andato a mangiare da lui con tutta la famiglia mia; abbiamo parlato nu poco. Sempre che si lamenta: chè i soldi non s'avanza niente, sta sempre ficcato là dentro, pure a tutte le feste. Che li piaceva più assai la vita di prima e che avevo fatto bene che non l'avevo sentito. Mentre parlava, è passato nu cliente..." Per il posteggio, viene un fiorino ". Io l'ho guardato strano: si stava prendendo i soldi, senza fare niente. A lui non lo sentivo più, ma la terra mi ha guardato e m'ha detto che non era na bella cosa.


Voi la sapete, signore Larry, la storia che a Napoli si vendevano l'aria nei boccacci della salsa? Non lo so se hanno fatto un film o nu libro sopra a sto fatto, ma così dicevano. Non sapete ancora ch'è successo nella Regione dove si trova la terra mia e da dove vi sto parlando. Hanno fatto, da poco, na bella legge come a quella dei sindachi moderni. Mo, immaginatevi che uno si trova all'ospedale; che tutti i professori parlano l'uno co l'altro e chiamano tutti i parenti. Che dicono che tiene, massimo, due ore di tempo; che il tempo suo s'è finito e che è più meglio che lo finisce tutto quanto nel letto dove dormiva quando si sentiva bene. Mettiamo che uno, pure che nessuno se n'accorge, sente a capisce tutte cose....Ve l'immaginate...uno, può essere, pensa ai figli, ai nipoti. A tutte le cose che teneva ancora da fare e che non le può fare dentro a due ore. Pure se era n'animale, è capace che vuole dire che si scusa per quella volta, a qualcheduno. Si ricorda, tutt'insieme, che da molto tempo non dava un bel bacio, come i giovani, alla moglie. Che la voleva dire, dopo tanta tempo che non aveva trovato l'occasione, che la voleva bene e che non doveva stare preoccupata...Ma che non teneva la forza per fare niente più e l'orologio, che fino a mo na giornata non si finiva mai, tanto era pesante, correva sempre più svelto. Li manca l'aria, l'ossigeno. Il professore ha detto due ore e due ore devono essere.....Non ricapita quasi mai, ma mettete che uno ce la fa ad alzarsi in piedi; che non si mette a dire niente, chè vuole risparmiare un poco di fiato. Va alla speziaria dove tengono l'ossigeno che li serve; l'aria nei boccacci di ferro.....Non ce lo danno, se non tiene un fiorino.....


Questa, veramente, non è na bella cosa.............E so comunisti.........


Contadino della sua terra

P.S.: signore Larry, se, per una motivazione qualsiasi, pensate che è meglio a non pubblicare niente, non lo fate. Chè mi sento un poco emozionato.

domenica 19 dicembre 2010

Caro Contadino Vi scrivo

 giovanni fattori bovi bianchi



Avete ragione Voi, Contadino della sua terra, Vi ringrazio per riportarmi al melmoso: parlare di quello che parlano e vivono tutti quanti, alla fine alla fine, è più giusto, e anche più divertente. Inoltre, Voi lo sapete,  vorrei che qui si parlasse nella lingua che parlano tutti quanti, con la quale pensano, tutti quanti: il dialetto. Vorrei scrivessimo ognuno nel proprio stile e dialetto (ideoletto, da idiota...), mediando magari un po', come si fa sempre, ma senza fare troppi sconti ai passanti, che tanto non è che ci paga nessuno. I passanti, del resto, in questa piccola piazza, sarebbero invitati a fare commenti in dialetto ideoletto, cioè nella loro  lingua, nella loro  originale forma di pensiero, quali che siano, errori e tutto, tanto non c’è il professore che da’ i voti.


E' tornata la Vostra moglie? E' bello venire a  sapere che tanto l'amate. Passate 'na bbuona nottata.

venerdì 26 novembre 2010

Nineddoche 123

American Gothic is a painting by Grant Wood (grazie a GS)
Come qualcuno già sa, mi sono permesso di inventare alla bellemmeglio una figura retorica giocattolo, la nineddoche, che descrive l’atteggiamento positivo di chi  piglia il nulla per il tutto:  nella letteratura, nell’arte in generale,  ma pure nella vita. Nella breve raccolta di facezie a sfondo pensativo vorrei ospitare questa sintesi del Contadino della sua terra, da qualche giorno gradito ospite del blog, sempre che lui sia d’accordo:

Mia moglie dice sempre: " Statti seduto, non fare niente...ch'è meglio per tutti quanti “.

venerdì 19 novembre 2010

Sul teatro ancora (che palle!), in risposta ai detrattori del post precedente, in particolare al simpatico Johnny Doe

quadro di balthus che non so il titolo

Caro Johnny, nell’arte di torteggiare sta raggiungendo vette sempre più inimmaginabili. Però se ne fa accorgere che incarna  un personaggio, che sta dalla parte del torto per avere più ragione degli altri. Infatti ci parla del teatroprepizzeria del sincronico, dimenticando suoi idoli nel diacronico, come Carmelo Bene, del quale ho visto più che sentito dire. Il diacronico, però, in quanto tempo non riducibile agli interessi di Stato, è sempre attorno a noi. Per chi vuole oltrepassarne le porte l’ingresso è libero, naturalmente a suo rischio e pericolo, come stava scritto su avvisi appesi agli  alberi nel periglioso tragitto tra la città e l’immediata periferia dove si trovava il Globe di Shakespeare. 
théâtre des bouffes du nord di peter brook

Nel diacronico, Johnny, attuttoggi, le può capitare di incontrare artisti di grande calibro, ciò che rende il teatro [quello astratto che si fa, che è il contrario di quello concreto che non si va a vedere...], paragonabile, se mi permette il confronto,  alle sue migliori corse di cavalli, anche quelle che Woody Allen dovrebbe infilare nella breve lista delle cose per cui vale la pena non morire ancora. Parlo per esempio di Carlo Cecchi, Antonio Rezza, Danio Manfredini, Claudio Morganti, Alfonso Santagata, Arturo Cirillo; poi ci sarebbero certi russi... e c’è Peter Brook. Nell’inattuale immediato della mia memoria rifaccio il nome di Carmelo Bene, ma aggiungo subito Eduardo De Filippo, Tadeusz Kantor, Leo e Perla, Roberto Benigni del Cioni Mario, Victor Cavallo, Andrea Cambi, tutti artisti che hanno lasciato assolutamente incompiuto il loro lavoro, e dunque a noi una fantastica eredità.
benigni cioni mario

Certo, Johnny, se parliamo del teatro di Stato, beh, ci ha ragione lei, anzi, ci avevano ragione Carmelo Bene ed Eduardo De Filippo, che chiedevano l’azzeramento delle sovvenzioni al teatro e la chiusura del ministero preposto (saranno stati fascisti?). Perché lo facevano? Non piacevano loro i soldi, non gli servivano per i loro spettacoli? Tutt’altro: Eduardo scriveva e metteva in scena commedie con un sacco di attori da pagare; Bene faceva anche lunghe prove e allestiva spettacoli con scenografie a volte  imperiose. Ma sapevano che la macchina di finanziamento statale riduce tutto al pastone indigesto prepizzeria, che anche la pizzeria poi non scherza nell’indigestivo... E volevano che lo Stato detassasse il teatro, in modo da poter vivere sia degli incassi del botteghino sia di risorse che le istituzioni culturali più importanti mettono lo stesso in campo a favore dell’arte teatrale, per esempio la biennale di Venezia, per la quale lo stesso Bene realizzò un clamoroso e costosissimo non spettacolo insieme a Pierre Klossowski (ne parlerò), di quelli che immagino a lei, Johnny, sarebbero molto garbati, di quelli comodi di cui sparlare, insomma, che non vanno mai in scena, che sono ancora meglio di quelli che che non si vanno a vedere ai fini della sparlatura medesima. Da notare, visto che ci siamo, che i disegni che Klossowski realizzò per lo spettacolo che non andò mai in scena, sono oggi contesi tra la Biennale e gli eredi di Bene: me li sento negli orecchi certi quisquillii   negli uffici di unoolaltro professionista salentino, i parenticomesidiceserpentistretti, a disquisire dell’arte dell’artista polacco parigino Pierre Klossowski... uno che nel suo castello, ereditato si dice dal fratello ricco, il pittore Balthus (Balthasar Kłossowski de Rola), pare avesse messo tanti tanti cartoni sul pavimento perché mai più voleva avere contatti con la terra...  Il contadino della sua terra, a proposito,   potrebbe forse allestirci un dialoco in salentino elecante sull’immaginata fesseria?

Insomma, Johnny, il teatro andrebbe riportato alle origini moderne, quelle del melodramma, dove i soldi per produrre costosissimi marchingegni canori, magari  di Gioacchino Rossini, venivano dai soci del teatro, cosiddetti palchettisti, maanche e soprattutto, dalle case da gioco appiccicate ai teatri, dove ora sono i cosiddetti ridotti, dove  i maschi si rifugiavano a recita finita, come ora in pizzeria, attesi forse anche da signore pocomorali che non si interessavano al teatro (come invece le ragazzeosignoredifamigliaperbene che facevano talvolta sesso irregolare nei palchi, coperte dai loro lecché a guardia  fòra dall’uscio), e che  lascerebbero pensare a una  archetipa pratica setteottocentesca del bunga bunga.  Oggi invece i biglietti non coprono neanche il 10% dei bilanci dei teatri, le case da gioco sono considerate immorali peggio del bunga bunga suddetto che invece io tenderei a trovare simpatico... infine  le pizzerie non sponsorizzano i teatri, forse perché,  come ha detto giustamente Roberto Saviano l’altra sera, appartengono alla mafia, che non ci ha nemmeno la sensibilità di finanziare gli artisti più poveri almeno un pasto... e quindi va combattuta e sterminata.
carlo cecchi in " sik sik " di eduardo de filippo

Per finire, Johnny, perché bisogna finire, le dico che secondo me il teatro è l’unica cosa che merita di esistere, non fosse altro perché se praticato come si deve porta il torto alle sue vette supreme. Parlo del teatro post Beckett, mica del teatro (s)consolatorio e scodinzolatorio che c’è in giro. Ci tornerò, perché a me il teatro mi piacerebbe, se ce ne fosse: il teatro, diceva Ennio Flaiano, è la vera piazza di un paese.
carlo cecchi e valerio binasco finale di partita di samuel beckett

 claudio morganti ultimo nastro di krapp di samuel beckett

 alfonso santagata

 
danio manfredini


antonio rezza 

Ps per Johnny: non sono un turista modello, si capisce, quindi può darsi che sia stato distratto, ma tra le testimonianze della nostra  civiltà ho visitato talvolta templi, tombe, chiese e teatri ancora vivi: ippodromi neanche uno (sempre pe' limitismi mii) .