diario in pubblico (si fa per dire, è come quando si fà la pipì in un angolo all'aperto di notte, inutile guardarsi intorno, tanto non c'è nessuno)

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martedì 31 gennaio 2012

Non succede mai niente (IV)


Quando c'è il merito c'è tutto


Il Presidente Mario Monti dovrebbe cacciare il viceministro Martone. Non tanto per via che dopo avere detto quello che ha detto si è scoperto che è raccomandato. Figuriamoci: la raccomandazione e l'Italia sono la stessa cosa. Quanto perché è un dilettante che non si è fatto raccomandare con le dovute cautele. Una persona perbene, oggi, si fa raccomandare a incrocio, vale a dire che baratta le conoscenze del proprio padre con le conoscenze del padre di qualche persona fidata.


Come si dice? Onore al merito? O il merito è una questione d'onore? Non mi ricordo



SATIRA DA MORI' DA I' RIDERE. Domando allo stimabile Senesi Vauro: rispetto alle secondo lui (anche secondo me) riprovevoli posizioni filoisraeliane e filosioniste, cosa differenzia la deputatessa PDL ed editorialista del Giornale diretto da Alessandro Sallusti, Fiamma Nirenstein, dal suo collega di lavoro in tv e vicedirettore nella carta stampata, Marco Travaglio? Il ben noto giornalista giudiziario, ad esempio, secondo il giornalista Paolo Barnard (che a sua volta ha una posizione politica che non mi piace, specie negli ultimi tempi, nei quali tende assai al complottismo, ma che tuttavia non è stato querelato  per diffamazione a mezzo stampa da Marco  Travaglio), dice questo:

“Israele non sta attaccando i civili palestinesi. Israele sta combattendo un’organizzazione terroristica come Hamas che, essa sì, attacca civili israeliani ”.

Fiamma Nirenstein, scrive cose così, come quelle sotto, in un articolo che ha questo titolo Guantanamo, il carcere che ha salvato l’Occidente (clic),  uscito sul Giornale, dal quale del resto proviene Marco Travaglio:

" È facile essere contro la tortura dopo tanti secoli di orrori, dopo che, dagli eretici alle streghe o semplicemente ai nemici, i diversi inquisitori hanno estratto così tante false ammissioni. La giurisprudenza moderna che discende dalla Convenzione di Ginevra, che regola fra l’altro la questione dei prigionieri nei conflitti, ha dunque proibito di farne uso. Ma questo è il vecchio scenario in cui i soldati catturati, deposte le armi, divengono docili prigionieri in attesa della pace. Guardiamo invece alla contemporanea guerra del terrorismo islamico, in cui alcuni uomini di Al Qaida non depongono mai l’arma principale, quella del fanatismo. Essi continuano fino alla fine la loro guerra, anche in detenzione, e sono ben allenati a affrontare la tortura e la morte. Proviamo a immaginare di avere catturato un terrorista che ha appena compiuto una strage. Egli stesso annuncia un nuovo attentato. Potrebbe essere proprio quello all’autobus che porta tuo figlio. Come estrargli la giusta informazione per fermare la strage? E come impedire che il terrorista continui nella sua guerra? "

Mah. Che vi devo dire?


Protesta di un detenuto in attesa di giudizio

Abbiamo un ministro della giustizia che sulle carceri la pensa come Fëdor Michajlovič Dostoevskij, che un paese civile non può avere carceri incivili.  E abbiamo Antonio di Pietro, proprietario della ditta Italia dei Valori (mobiliari e immobiliari), all'opposizione. la Lega Nord allo sfascio. Berlusconi fisso in tribunale. Il comico in declino Beppe Grillo ancora fuori dal parlamento. Napolitano Presidente della Repubblica, con consiglieri i suoi vecchi amici riformisti Emanuele Macaluso e Alfredo Reichlin. Cosa si può volere di più dalla politica?


disegno di Gerry Turano


Oggi inauguro questa rubrica giocosa. Partecipate numerosi. Chi indovina vince una paper ella.

" ...il web è un contenitore senza fine né inizio, ricettacolo di impunità, di pornografia, a volte di violenza e di truffe, spesso di vuote chiacchiere. Ma è anche sapere, occasione di scambio, strumento di civiltà e di conoscenza. Sta soprattutto a noi, ai cosiddetti intellettuali, dare il buon esempio, per fare del web un’arma pacifica, di tolleranza, di apertura verso l’esterno, sempre di più "




A me gli spettacoli di Romeo Castellucci e della Societs Raffaello Sanzio non sono mai piaciuti. Tanti anni fa, ad una recita romana di uno dei suoi soliti spettacoli provocatori lirici spirituali, alla battuta dell'attore “ siamo tutti angeli “ o qualcosa del genere, una spiritosa persona del pubblico, regista ricercativo a sua volta, si alzò gridando: QUA SIAMO TUTTI COMPAGNI! Ci fu una risata generale. Parte del pubblico probabilmente pensò che si trattava di una trovata registica.  Lo spettacolo andò avanti. Noi continuammo a ridere tra i denti, di più fuori (dai denti e dal teatro).  Ciò non significa che io non debba difendere il diritto di Castellucci di fare il teatro come più gli garba, e quello del pubblico di andarlo a vedere. Io non ci vado.

Insomma, considero orribile e a dir poco reazionario l'atteggiamento protestatario di certi politici e di certi credenti (che in ogni caso portano acqua con le orecchie alla compagnia teatrale di Castellucci, mettendola al centro del dibattito sul novativo teatrale, fatto che, come ho già detto, secondo me non merita, ma per ragioni di estetica teatrale, no di blasfemia). Però... C'è un però grosso come un pianeta: come si comporteranno gli intellettuali, mettiamo il sostenitore della Stato di Israele Gad Lerner, che lunedì scorso ha ospitato in studio il regista e la direttrice del teatro, Andrée Ruth Shammah, a sua volta legittima sostenitrice dello Stato di Israele, quando nella stessa situazione si troverà qualche artista considerato inopportuno da frange estremiste della comunità ebraica? Si avrà per esempio diritto (esteticamente non si potrebbe parimenti, ma tant'è) di fare uno spettacolo sulla carneficina di Stato, con la registrazione del martire pacifista  Vittorio Arrigoni che accusa lo Stato di Israele di essere criminale (secondo me abbastanza a  torto, o meglio, non completamente a ragione), e che invita Roberto Saviano, tutt'ora taciturno,  a prenderne le distanze, e che sullo sfondo di una foto di uno dei padri fondatori getta qualche cosa di liquido che evoca la merda?


Mi risulta che il nulla, al contrario del senso, e del bene... non ha mai fatto male  a nessuno



Aspettando Godot. In un articolo, il critico Vivian Mercier scrisse che Beckett "ha realizzato il teoricamente impossibile, un'opera in cui non succede nulla, ma che tiene incollati gli spettatori ai loro posti. In più, considerando che il secondo atto è una ripresa leggermente differente del primo, ha scritto un'opera in cui non succede nulla, due volte." Hai detto nulla!  Che genio che era Beckett.

E poi,  il nulla è parte non còlta del senso, nient'altro.



Scrittori giovani  schierati a difesa dell'autorevolezza critica


Potrebbe essere che certi letterati si sentono sempre attaccati perché sono in guerra permanente?

Giorgio Manganelli in articolo su potere e vilipendio nota che la parola infangare è di ambito militare: “ infatti neanche mamma esercito puoi insultare: più esattamente, ogni tentativo di dar osservazioni anche moderatamente eccitate rientrano nel verbo “infangare”, che pare specifico dell’esercito, così che, anche a provarcisi, è praticamente impossibile infangare qualsiasi altra cosa “.





Chomsky: “ una lingua è un dialetto con un passaporto e un esercito ”



Giornalista dell'Unità che per prudenza si colloca al centro della corrente


La mamma degli infangatori, notoriamente,  è sempre incinta.
Dice che ce l'ho con l'Unità. Per forza. Se ancora negli articoli di quel giornale si definisce Elemire Zolla intellettuale di destra (clic)... Praticamente consegnandolo legato mani e piedi allo spritualismo che fa da piattaforma estetica e ideologica ai nuovi fascisti. Per via del suo interesse per Tolkien, al quale Zolla fece la prefazione nel lontano 1969.

Ad ogni modo, Zolla, il grande studioso e intellettuale Zolla, la pensava così:

" Oggi mi sento libero, persino esultante perché sono scomparse le due forze che mi avrebbero volentieri chiuso in un campo di concentramento: nel 1945 ebbi la gioia di veder crollare il fascismo e ora di vedere svanire l' Unione Sovietica e il comunismo. Una volta sciolto, lascio i vecchi istituti politici azzuffarsi nel combattimento e ne distolgo lo sguardo? "

Passo tratto da un articolo commemorativo di Cesare Medail sul Corriere della Sera (clic), giornale (di destra?) sul quale Zolla scrisse a lungo.

Insomma, L'Unità, se vuole denunciare gli intellettuali di destra, non farebbe meglio a cercare tra gli intellettuali che razzolano attorno al PD e che a volte pubblicano sull'Unità, o vengono celebrati o intervistati o recensiti sull'Unità?  Tanti scrittori giovani, per esempio, che Goffredo Fofi (a proposito, ce l'ho con l'unità anche perchè non trovo più i magnifici pezzi di Fofi, che la domenica centellinavo qui l'archivio che consiglio a tutti di frequentare, ché ci sono articoli sia belli che bellissimi; invece che non pubblichino più i pezzi di Vincenzo Cerami non me ne frega nulla),  ha definito poco tempo fa, proprio dalle pagine dell'Unità, di destra? L'articolo aveva per titolo proprio questo:

I giovani scrittori sono di destra? (clic)




Rigore, secondo la notoria definizione di un grande  maestro di filosofia, il serbo Vujadin Boškov, è quando l'arbitro fischia. Ma poesia, quand' è? Secondo me, poesia è quando un essere umano emoziona un altro essere umano.



Post e autore del post in fase di correzione (Ah, Basaglia!) Hanno collaborato il cuginetto umorista in erba  Larry Svizzero e il critico letterario italo portoghese Larry Giuseppe Do Santos

lunedì 21 novembre 2011

Altamante Logli e gli zingari felici

Altamante Logli

Ennio è tenace, mi marca stretto e mi costringe a pensare alla poesia, dalla quale io mi tengo da  tempo a distanza di sicurezza. Sicché mi verrebbe da dirgli di tanti poeti che ho a lungo frequentato. Scremando scremando mi verrebbe  da dirgli sopra di tutto di Dino Campana, di Arthur Rimbaud, di Robert Frost, di Gottfried Benn, di Velimir Chlebnikov, di Isidore Lucien  Ducasse Comte de Lautréamont (dei cui canti modestamente facetti una ignota  messa in scena teatrale, a puntate, per altro protagonista il poeta attore forse più grande dello scorso secolo). Ma poi penso che Ennio pensi che faccio lo smargiasso. E mi taccio. Però stamattina, per giri mii, ho incontrato Altamante Logli – mi sembra stia bene: iddio o qualunque sottoposto  continuino a trattarlo  come merita – l'uomo  che paridemerito con Carlo più mi ha fatto amare la poesia e la lingua, ché “ la lingua  gli ha da s'onare, Larry,   ri'ordatelo! Ché te tu se' più sognatore che s'onatore... “. Allora al fortiniano Ennio gliene voglio parlare, del pistoiese scandicciano  Altamante, il poeta anziano della mia tribù al quale ho dovuto e debbo  il massimo rispetto, anche se mi capiva poco, pevvia che gli ero troppo 'ulturale... Ma mi voleva bene, Altamante, del quale avrei potuto essere nipote, giacché lui s'ammogliò giovane: “ gli è fra po'o sessant'anni che trombo sempre la solita! “ mi disse una sera fintamente sconsolato. Non gli credetti, pensai volesse delicatamente rimproverarmi per certe mie saltabeccherie, più supposte che reali: considerava tradimento anche chiacchierare a lungo con una donna... Voleva bene a tutti e non gli garbava da' dispiaceri, in particolare, in quel contesto,  che io dessi dispiacere alla mia compagna, santa ragazza che  del resto lo aveva spesso amorevolmente attovagliato al desco di  casa nostra, e che, in sovrappiù,  si faceva con noncuranza cianci'are un po'ino.


Lo sento ancora oggi come un vero compagno, Altamante, nel senso che ci  dividetti  spesso il pane, per fortuna anche il companatico, e il vino... E la congrega di umorici  sfaccendati, ci dividetti, amanti della compagnia, nel senso del mangiare insieme, quante volte...   “ Drin! - Sì - - Larry, stasera  si 'a a cena! - -  Va bene! -  Clic. “ Quante gozzoviglie nelle peggio trattorie fiorentine! A pensarci ora, mi vièn l'ansia: (p)anici miei... Conventicola di funamboli della smisurata conversazione, (s)cacciatori del silenzio, s'ande'a sfrisio sfrisio alla  benedetta disperazione, a sfinirsi fino a raggiungere il più recondito pertugio di tante inconcludenti notti.


Dispiace che il tempo ti fa fare le  esperienze fondamentali in modo scombussalato (anche quelle più cretine, che non vanno sminuite nemmeno loro), disponendole cronologicamente in senso progressivo.  L'avessi ora a portata di mano, Altamante, saprei bene di cosa cazzo parlarci, invece della merda di politica, che si finiva sempre lì... (anche con mio padre, ora, saprei di cosa parlare... ché quanto sarebbe meglio incontrare i padri a rovescio, loro verso l'infanzia, tu verso la vecchiaia? Lo dico se mi ascoltano quelli che stanno discutendo come riformare la vita. In ogni caso le  madri va bene come sta ora, non facessero scherzi, i riformatori,  di farci fare incontri a rischio sensualità con le madri, coetanei nel mezzo del cammino...). Come saprei di che parlare con un altro enorme personaggio  che si portò appresso per un certo periodo la componente tecnico idraulica  della combriccola, il tarantolato Antonio Infantino, varie volte complice nella carriera del pure compianto Enzo del Re: invece ci si annusò, ma ci si diffidò reciprocamente (ne parlerò, del ritroso poeta musicale  Infantino, ne vale davvero  la pena).


Era comunista, Altamante. Quasi tutti s'èramo comunisti. Io anche, ma scettico. Lui ortodosso. Io scettico. Una sera gni dissi scorbutico che alla democrazia cristiana noi artisti minori si doveva di più che al partito comunista, perché alla DC non gliene fregava nulla di come si faceva l'arte... Invece  al PCI  sapevano tutto, anche come si faceva la poesia, chi la doveva  fare e chi no. Gni dissi  che per la ponderata politica culturale del  partito lui non gli era un poeta da pigliare in considerazione, gli era solo folklore. Ci rimase male. Però non se la prese tanto,  il PCI 'un c'era nemmen più... “ Oh perché tu di' 'n questa maniera, Larry, se quande si 'a a cantare alle feste dell'Unità v'è sempre pieno?! “ Gli spiegavo che per il partito l'arte le dove'a favorire i' processo di de'omposizione della borghesia... “ Icchè vòl'egli dire, Larry? Accident' a te e le tu 'orna, tu se' troppo filosofi'o! “ A peggiorare provavo a digli che lo zdanoviano Togliatti, dopo il quale poco era cambiato nel partito rispetto alla concezione dell'arte,  voleva  anche lui riportare all'ordine gli artisti che avevano perduto la strada dell'arte... e per questo sceglieva personalmente uno per uno gli scrittori e i poeti e i teatranti e i cineasti e i pittori e i musicisti che il partito doveva  sostenere, che in prima fila metteva l'aristocratico Visconti, il ritrattista di signore borghesi Renato Guttuso... “ Chieee?!!! “ Non mi voleva seguire... Poi non aveva nessun piacere nel prevalere nella discussione. Al massimo ti mandava a pigliartela nel culo. E rideva. A un certo punto mi parve di capire che fosse sempre stato più un  poeta (e un po' fava, lo battezzò il sodale più dissacrante) che un comunista: " Togliatti t'ha' ragione, Larry, 'un m'ha da'o considerazione! "


Ora,  stamattina, a pensare ai poeti, ai poeti che sono stati tutta la vita operai, o insegnanti, o impiegati, o dirigenti - o imprenditori, anche, perché no? -, chissà in quanti, come il destinato all'oblio Altavante Logli... o come l'invece celebrato   nei salotti marginali, in maniera a volte controproducente, più che altro per vieppiù lucidare il distintivo dei celebranti,  Luigi di Ruscio, del quale prescrivo la lettura a tutti gli inaffidabili del mondo, in particolare del libro appena sortito in Italia  “ Memorie immaginarie e ultime volontà ” (Senzapatria editore, se ne dà conto qui, con alcune anticipazioni del contenuto). Stamattina, a pensare ai poeti - dicevo prima di pigliare la curva -,  ai poeti che sono stati vivi vicino a noi, senza farla troppo lunga e senza nulla pretendere in cambio, né riconoscimenti né altro,   mi viene in mente di dire a Ennio e a Altamante:  c'ènno ' poeti e c'ènno le crassifi'he di qualità di poesia.


Quanto segue è preso da qui (clic)


Altamante Logli (1921-2007) di Pistoia, ma da sempre abitante a Scandicci. Una città cresciuta a dismisura nell'hinterland di Firenze, ma che ancora, nella sua zona collinare, mantiene l'impianto rurale.


Altamante Logli è uno dei principali maestri dell'ottava rima. Si dice che abbia insegnato l'arte a Roberto Benigni e, forse, anche a Francesco Guccini. In coda (e sulla stessa traccia di registrazione) della canzone capolavoro dell'ultimo album dei Gang, 4 maggio 1944 - In memoria, dedicata all'eccidio nazifascista di Monte Sant'Angelo, i Gang hanno inserito una sua composizione tra "Le voci della terra". Le altre voci sono quelle di Maria Cervi e di Gastone Pietrucci. Una composizione che non è riportata nel libretto dell'album, e che trascriviamo qui all'ascolto per la prima volta; non avendo titolo, glielo abbiamo dato noi.


ALTAMANTE LOGLI, IL POETA DI SCANDICCI


Ad avvicinare Benigni alla poesia estemporanea è stato uno che di rime in ottava se ne intende: Altamante Logli, pistoiese di nascita ma scandiccese di adozione, 85 anni da compiere proprio a maggio, di cui almeno una settantina passati ad inventar rime cantate. «Facevo il garzone a Cantagallo, avrò avuto sì e no 12 anni – racconta –. Fu lì che conobbi Nello Quaranti, un pecoraio che si dilettava a cantare in ottava. Fu lui a portarmi a una festa a Vaiano. Mi misero su un tavolino ed io partii. E non mi sono più fermato». All’epoca lo chiamavano il “poetino”, oggi è considerato il maestro nell’arte del contrasto, il duello verbale tra due poeti a colpi di rime alternate. «È un dono di natura, non si impara a scuola», dice Altamante, che di mestiere ha fatto l’operaio, un lavoro concreto perché, come ama ripetere, «il poeta un giorno mangia e tre sta a dieta». Una volta i contrasti erano su temi legati al mondo agreste: il padrone e il contadino, la nuora e la suocera (un tema questo per altro sempre attuale), maliziosamente allusivi (il doppio senso c’è quasi sempre, e nemmen troppo nascosto). Ma anche i poeti stanno al passo con i tempi: così sono nate le rime sulle torri gemelle, su Prodi e Berlusconi. «Sanno la Divina Commedia di Dante e tutto l’Ariosto a memoria e leggono quattro o cinque quotidiani al giorno – dice Lisetta Luchini –. Sono persone di grandissima cultura, anche se non l’hanno coltivata sui banchi di scuola». Nata con il teatro, brava chitarrista, Lisetta si è avvicinata agli stornelli quasi per caso.«La prima volta ho cantato a Firenze, al Giardino dei Ciliegi, per sostituire una persona – dice Lisetta –. Adesso quando canto mi sento libera. È il mio modo di essere veramente me stessa».


Lisetta è un po’ un’eccezione, di solito a far le rime si impara da piccini, ascoltando il babbo o il nonno. In casa Logli la tradizione potrebbe continuare: il nipote di Altamante, Mirko, si diletta a stornellare e sembra promettere bene. Ma il re dei poeti non è ancora pronto ad abdicare. Solo un mese fa era all’Università di Siena, a cantare davanti agli studenti. E il 1° maggio, fedele alla tradizione, andrà di podere in podere, a chiedere, ancora una volta, il permesso di cantare.




(tratto da Una tradizione che si rinnova)
[Introduzione di Altamante Logli]


...Questa poesia l'ho scritta n'i'mille e novecento quarantaquattro. Dopo tornato dalla guerra, venuto via dalla Francia. Mi ributtai a cantà' di poesia e scrissi...tra le prime storie che feci, feci questa poesia. Scuseranno se c'è qualche...attacco a certa gente, però...[parola incomprensibile]. Allora... Senza leggere.


Se si pensa alla spaventosa guerra
voluta da de' perfidi sovrani
per avere i' dominio della terra
distrùggano villaggi e corpi umani.
A questa brutalità i' cuor si serra
voluta [...] nel ripensare a' casi disumani
voi già un'infame dinastia
mise l'umanità all'agonia.

L'ùrtimo sforzo della borghesia
ne' popoli si cambian le opinioni
i proletari gli hanno preso i' via,
trionferanno in tutte le nazioni.
E' giusto l'eguaglianza la ci sia,
non più le guerre o le distruzioni,
ma ci sia la pace e i'lavoro,
la giustizia sociale e i' decoro.

Infin' a ché a i' potere ci stan loro,
infinché gli è questa crasse dirigente,
se 'un si metterà artro lavoro
in questo mondo 'un si risorve niente.
Sono accaparrator d'argento e oro,
La guerra gli resta conveniente,
marzagrando [*] operai e contadini
ingrandiscano possesso su' quattrini.

Va ricordato poi di Mussolini,
sì pieno d'arderigia [**] e d'ambizione,
lui chiamava tutti cittadini
la voleva aggrandì questa nazione.
La guerra si portò oltre confine,
e marzagrando le popolazione,
pell'espansionismo della sua dottrina
nel mondo fece una carneficina.

Sulla ristessa [***] strada si cammina,
'e vogliano rifà i' romano impero,
povera Italia mia, terra latina,
a servizio tu sei dello straniero.
I' capitale e tutta quella trina
accompagnato sì dall'alto clero,
con tutto questo covo di signori
son l'agonia de' lavoratori.



[1944]




Altamante si interrompe e dice: Questa la piddiava (****) foco...L'è un'artra rima perché ho paura mi dìin noia, capito...e gli ho messo 'un po' i' fascismo...


Canto in ottava rima scritto ed eseguito da Altamante Logli
in Il seme e la speranza dei Gang [2006]




In questo filmato qui (clic) canta brevemente Altamante Logli, al centro,  con Realdo Tonti, a sinistra,  e un altro poeta, a destra,  che non conosco.


domenica 29 maggio 2011

Giovanni Giudici

        
Succedon robe strane nel nostran letterativo, sopraditutto quello che dovrebbe da essere il più avanzato (a chi?): mi riferisco ai blog, che se la cantan e se la suonan e pubblican di poeti che non si posson da guarda’, ma poi...  Infatti, la poesia qui la poesia là, Sanguineti su Sanguineti giù, poi muore uno non qualunque come Giovanni Giudici e nessun gli manda nemmen un saluto. Boh.

La classifica dei blog letterari qui. L’unico che si ricorda è il bravo Giuseppe Genna  qui, che  in classifica tra i primi trenta blog non risulta (rettifico, Primo Amore si era ricordato, qui.)

Io mi interesso poco di quelli che scrivon poesia, li capisco poco, l’ho già detto, qui nel blog e altrove: la poesia a volte mi garba, ma questa mania che han tutti di scriver poesie non la capisco. Pe’ limitismi mii. Però alcuni poeti mi garban smisurato. Giovanni Giudici era uno di questi. Mi conubbe qualche decina di anni fa, mi pare due,  partecipando a un convegno al quale IO, autorevolmente anonimo, assistevo. Uno di quei convegni che si facevano una volta, che la gente ci andava più che altro per scoprire le pècche di questo o quel famoso, per poter dire:  chi?! quello? Mhhh. Gli concessi qualche breve conversazione nelle pause. Di me gli garbò più di tutto l'irriverenza saputa (così mi rammèmoro che disse). Mi garbaron di lui il suo essere modesto e minuto, la gigionesca sembianza   di impiegato di retrovia, di quelli che fanno gli  avanzamenti di carriera per non altro merito che l'anzianità. Mi garbaron di lui il suo tragico umorismo, le poesie impastate con malta linguistica a buon mercato, da lui stesso lette, davanti a un pubblico miserabilmente colto che non pareva apprezzare abbastanza (ridevan poco, a fronte dell’umorismo parecchio di Giudici), forse perché non eran loro al centro dell’immaginario del poeta, che invece mi pareva avrebbe più facilmente  incantato  tra le nobili categorie di idraulici, estetiste, postini, rammendatrici, metalmeccanici, taxisti evvia evvia. Durante una delle pause, quando prese più coraggio,  parlammo della sua esperienza all’Olivetti, quello che fu un ineguagliato centro di cultura finanziato da un grande industriale. A quei tempi coltivavo l’idea forse sciagurata che i soldi per la cultura dello Stato fossero men attraenti dei soldi per la cultura delle aziende, come fu il caso appunto dell'Olivetti di Adriano Olivetti, e per farlo ridere, Giudici,  dichiarai iperbolicamente che almen in ambito culturale secondo me son  più sporchi i soldi dello Stato  dei soldi della mafia. Rise. Parecchio.

Al contrario di quanto pensano i sentimentali, muoiono i poeti e muore la poesia. Ma penso e mi auguro che  Giovanni Giudici diventerà un classico della poesia italiana, al posto di Pasolini, per le stesse ragioni che usa Alfonso Berardinelli, citato nel bell’articolo commemorativo di Franco Cordelli, pubblicato dal Corriere della Sera, qui: «Giudici è un poeta senza miti, leggendo il quale a nessuno può venire in mente di mitizzare la poesia e i poeti. Si leggano i suoi versi, che sono probabilmente i più melodici, i più abilmente dissonanti della poesia italiana recente. E si dimentica la poesia-valore, la poesia-mito (...) Giudici è l'esatto contrario di Pasolini, che instaura incessantemente il mito di se stesso come poeta scrivendo un po' come viene, sicuro com'è di trovarsi sempre, per natura e per destino, nella grazia della poesia»



venerdì 20 maggio 2011

Cantautori (Leo Ferré)


La solitudine clic  per ascoltare

Io vengo da un altro mondo, da un altro quartiere, da un'altra solitudine. Oggi come oggi, mi creo delle scorciatoie. Io non sono più dei vostri. Aspetto dei mutanti. Biologicamente me la cavo con l'idea che mi sono fatto della biologia: piscio, eiaculo, piango. Innanzi tutto noi dobbiamo lavorare le nostre idee come se fossero dei manufatti. Io sono pronto a procurarvi gli stampi. Ma...
La solitudine...

Gli stampi sono di una materia nuova. Vi avverto, sono stati fusi domani mattina. Se voi non avete di questo giorno il senso relativo della vostra durata è inutile tramandare voi stessi, è inutile guardare davanti a voi, perché il davanti è il dietro, la notte è il giorno. Ma...
La solitudine...

Innanzi tutto le lavanderie automatiche, agli angoli delle strade, sono imperturbabili così come il rosso o il verde dei semafori. I poliziotti del detersivo vi indicheranno dove vi sarà possibile lavare ciò che voi credete sia la vostra coscienza e che non è altro che una succursale di quel fascio di nervi che vi serve da cervello. E pertanto...
La solitudine...

La disperazione è una forma superiore di critica. Per ora, noi la chiameremo felicità, perché le parole che voi adoperate non sono più parole, ma una specie di condotto attraverso il quale gli analfabeti hanno la coscienza a posto. Ma...
La solitudine...

Del Codice Civile ne parleremo più tardi. Per ora, io vorrei codificare l'incodificabile. Io vorrei misurare il pozzo di San Patrizio delle vostre democrazie. Vorrei immergermi nel vuoto assoluto e divenire il non detto, il non avvenuto, il non vergine per mancanza di lucidità. La lucidità, me la tengo nelle mutande!.... Nelle mutande!

sabato 26 febbraio 2011

Sono tutti contenti perché a Sanremo avrebbe vinto la poesia: Enzo del Re




Parliamo oggi di poesia e canzonette. Era tanto che volevo parlare di Enzo del Re. Al contrario, Roberto Vecchioni non lo classificherei tra i poeti, semmai, senza volere offendere,  tra gli insegnanti di scuola media di poesia, assolutamente  deleteri, in tutti i sensi, perché  in un primo momento allontanano i ragazzi da un pratica tra le più antiche e nobili, sia a causa della poca severità con la quale la insegnano sia  a causa dell’abbassamento del valore poetico alla propria quasi sempre moderata  intelligenza di professori-poeti. Più o meno.

Per non mandarla  a dire, a Sanremo non ha vinto la poesia, ma un professore di poesia, che è diverso, molto diverso. Vecchioni, che sappiamo tutti ha scritto canzonette belle come  Luci a San Siro,  non è Leonard Cohen, e se è per questo  non è nemmeno Tricarico, che se proprio volevano far vincere la poesia stava lì a portata di mano, pur con una delle sue canzoni meno riuscite  (se volevano far vincere la più  bella canzone, cosa  che non succede mai, facevano invece vincere i La Crus).

Hanno  voluto far vincere Roberto Vecchioni, ritengo,  perché rappresenta la poesia controllabile, affidabile, strumentalizzabile. Non per caso  il cantante professore si è affrettato a dedicare la vittoria alle donne e alla società civile.

Da tempo penso e in qualche modo so che lo show business italiano è tutto in mano a poteri che cercano di orientare la pubblica opinione  a favore di valori che sottostanno ai loro interessi, anche quelli poco trasparenti (tutti sanno che la cosiddetta camorra sta dietro al successo di alcuni artisti napoletani, essendo che ne hanno finanziato la nascita e, in alcuni casi, siamo venuti addirittura a sapere che piccoli boss sono autori di canzoni degli stessi artisti oramai di fama internazionale). Il mio dubbio è che la canzonetta  di Vecchioni non sia solo una canzonetta, che nasconda infatti  contenuti noti solo in certi circoli, contenuti prodotti e diffusi a fini propagandistici. In questo senso,  secondo me, uno dei  capi mandamento  della canzonetta italiana, Mario Luzzatto Fegiz, sul corrierone dei poteri a posto che non se ne può parlar male, semmai parlar male  del  capitalismo puzzone... classificò primo Vecchioni il giorno dopo il debutto sanremese. Dico contenuto criptico nel senso che la canzone probabilmente dice a chi deve ascoltare, immagino a fin di bene,   cose che a noi comuni immortali sfuggono. Un po’ come il Viva Verdi del periodo insurrezionale, che voleva dire, come  sappiamo tutti, viva vittorio emanuele re d’italia. Già ieri si cominciava  a scrivere che non si sa a chi è riferito il bastardo che sta sempre al sole  contenuto nel mediocre testo avvolto nella parola AMORE. Anche Benigni, il re dello show business embedded,  parla sempre di amore, facendo stranamente finta di ignorare, da praticante  di Dante Alighieri, ciò che diceva un secolo fa lo studioso Luigi Valli nel suo “ Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d'Amore “, cioè che quando Dante e i poeti dello stil novo parlano di amore, è alla loro difficile militanza politica che si riferiscono, non certo alle belle donne di cui da sempre si innamorano vano o invano i poeti medesimi.

Passiamo alle canzonette-poesie. Quando vedo e leggo questi poeti di ora lamentarsi che  i loro libri vendono poco perché, adducono, la poesia non interessa più a nessuno, mi irrito. Qualche volta dico loro pazientemente che non è possibile togliere la  poesia al popolo, nemmeno l'arte, purché sia stata prodotta per loro, come una qualunque cattedrale. Infatti, i ragazzi si ripigliano ciò che gli viene maldestramente tolto dalla porta scuola, rientrando dalla finestra  canzonetta, ascoltando di brutto i cantanti poeti, nostrani e foresti,  primo fra tutti Fabrizio De André.


Ma se di poesia nelle canzonette vogliamo parlare, bisogna parlare dei più bei dieci minuti della tv nel 2010. Mi riferisco alla partecipazione di Enzo del Re al concertone del primo maggio. Solo in scena, cantando a cappella,  accompagnandosi col battito delle mani su una sedia, il vecchio ragazzino riuscì a emozionare centinaia di migliaia di persone in piazza e non so quante davanti al teleschermo, io tra questi che  ignoravo l’esistenza dell’artista pugliese. Mi pensavo che i giornali di sinistra, nonché i programmi tv attribuiti alla sinistra culturale, si affrettassero a recuperare il tempo perso per far diventare Enzo del Re, in poche settimane,  un poeta conosciuto da tutti come evidentemente merita, del resto chissà da quanti anni. Invece no, miserabili come  e peggio di sempre, hanno taciuto, a dimostrazione ancora una volta che sono prima di tutto loro ad affossare la cultura, oscurando qualunque gesto artistico contenga naturale vitalità, magari collegabile a immaginari e bisogni popolari. Perché?




lunedì 13 dicembre 2010

Victor Cavallo ITEM 3


Caro Massimo, se questa qualità narrativa in Italia  è ancora nel limbo, avòja de scrive' l'epistole all'editori!  Puro li lettori, epperò,  se so' rimbambiti...

Item 3

Fase 4 scena Uno

Ero solo sui tapis roulants che portano alla stazione Ostiense a piazzale dei partigiani un tempo una giornata particolare piazzale Hitler. Qualche mese fa qui hanno accoltellato uno scellerato barbone. Vestiti e spiccioli. Prima anche vendevano sigarette monopol e la notte attorno al bar i tassinari falsi giocano a zecchinetta. Ero proprio solo e intorno i colori ai muri lo scorrere lento l'odore di immobilità. Era tutto diritto e grigiastro come una divisa sporca, tutto dritto, invece era una curva di solitudine sociale. Se ne veniva fuori persino. Mentre pioveva e i nomi delle strade erano sempre più assurdi e una fogna immensa impediva d'arrivare al giornalaio e il bar di fronte puzzava di paglia bagnata che era poi la stessa puzza dei tramezzini. Come pioveva. Un mio amico quando è così dice "tempo da poeti" ma no era di più e di meno insieme come sempre quando qualcosa sembra. E' arrivato un romano zoppo e vivace come un ragazzino, io ero seduto sotto la pioggia che diventava gnagnarella e bagnava il messaggero, il giornale. Dice ma tu nun sei piripì piripé e così e cosà nun t'aricordi quella vorta ar fico ecc. Si chiamava Roberto e diceva soprattutto questo io bevo e pippo la donna m'ha lasciato e quando qualcuno tradisce una volta tradisce sempre. Vuoi una sigaretta cubana me l'ha data una bella fica che te bevi? Damme un consiglio. Lentamente smosciava la pioggia che invece prima aveva ripreso a bestia. Lentamente veniva fuori un grigio come da sotto le ascelle degli sfortunati, intendo un camminare che senza che me ne accorgessi diventava malignamente ancora una volta tapis roulante. Il premio era un avocado duro e stasera che faccio e una voragine che faceva scomparire ogni cosa, per dire certo, perché la stazione dei treni era lì, ferma, col suo orologio fermo, poetico, rotto. Qualcuno s'era alzato di colpo dalla panchina e gridava: se fosse solitudine se fosse solitudine. Allora? C'era uno lì seduto il padrone di un kioskobar e presidente dei pastai e capo dei commercianti e non so che cazzo altro io scherzavo che dicevo che era il capo di tutto, grasso, bei giubbotti, un motorino nuovo a settimana, romanista e mi urlava: ma che cazzo vonno sti laziali. Io sorridevo come un guidabus che dimentica la strada. Già lui era a capo di una association credo di nome XXX e chiacchieravamo spesso insieme di calcio e dei vecchi quartieri, lì c'era quello, lì c'era questo. Sapeva tutto e inoltre al tavolino non mi faceva pagare la differenza. La moglie sempre in grembiule celeste. Lui viene e va, telefonina, firma assegni cambiali non lo so. E' un kiosko vicino alla curva del tram numero trenta, lì gira piano e si riposa al capolinea come un tonno ubriaco, come me. Per essere così, sia come curva che come tonno ci vuole qualche morto alle spalle, davanti cioè Mi disse: non si possono scegliere sempre le strade che vuoi d'un tratto sei a collatino e sei a collatino poi a tiburtino poi a casilino poi sulla tuscolana a piazza irnerio alla piramide al baretto ti sembra disse d'essere come al centro di una rosa (era un mercatino dove vendevano scatarri e marlboro cattive) invece l'indirizzo se cerchi scaldabagni usati o il pullman per velletri il bus per lo stadio la salita verso la farmacia la discesa per il tabaccai l'infinita tremolante pianura di via palmiro togliatti l'osteriola da puppo anche se vuoi andare non so cazzo dove tipo cacciatore di nuvole (ebbene ebbene l'incalzavo io allora insomma in finale che? che la geografia é più o meno crudele della storia matematica biologia scarpe di lusso padiglione maxifaccillo trapani disastri sfratti città senza mura) disse non vorrei essere subculturalmente pomeridiano, ma sei in un luogo e vai in un luogo. E' un'illusione cretina essere ansiosi per felicità, essere cattivi è meglio, rinunciare ai saluti, stare da soli come i gatti contropelo, visto e vidimato che ogni luogo é luogo, non scherzo più. Cazzo. Dalla finestra intesi una ragazza che chiamava Maurizio e come se niente fosse m'ero comprato una scatola di riso con sopra disegnata una bella mondina. Stasera all'olimpico gioca la Roma e lei disse se continui a fantasticare tournee in finlandia ti stacco le palle. Rideva e aveva gli occhi come i fuochi d'artificio finali. No. Non scherzo più. Né piattole giganti né bruscolini rosa. Correrò scosso il palio ascolterò zucchine foglie e radio solo musica italiana. Mi disse che il mio era un rocchettone destinato a mai sciogliersi. Non domani é un altro giorno oggi é un altro giorno. Le dissi si. Le vedevo diventare sempre più vane le littles illusioni quotidiane le cupole il giornale i calmanti gli eccitanti le voci lontane come se m'amassero di più perché non c'ero più. Di notte d'improvviso mi cucinai riso e zucchine. Sapevo di scendere e salire dimenticare e ricordare e possedevo un serramanico terribile (io un passeretto)......

pubblicato per gentile concessione di internet, non me ne voglia chi è proprietario dei diritti, presumo emiliano, a cui mando un abbraccio comunque, anche se si dovesse incazzare ma non credo.
     

mercoledì 3 novembre 2010

Enzo Vendrame

Ezio Vendrame dicevano che era un erede di Sivori, ma però  si soffiava il naso con la bandierina del corner: non ci aveva la testa, come si dice anche di tanti artisti non industrializzabili. Vendrame era uno dei pochi calciatori ribelli:  amico di Piero Ciampi,  durante un incontro allo stadio Appiani con la maglia del Padova fermò il gioco per salutarlo pubblicamente, dopo averlo riconosciuto per caso sugli spalti. Un'altra volta fece un tunnel al suo idolo, Gianni Rivera, e immediatamente dopo dicono abbia lasciato perdere l‘azione per inginocchiarsi ed esultare per l’impresa compiuta, e soprattutto per aver beffato il “Golden Boy” del calcio italiano. Un'altra volta ancora, superati tutti gli avversari,  si mise in piedi sulla palla per scrutare l'orizzonte  con la mano aperta a taglio sulla fronte.  Fece anche finta di fare un autogol, dribblando tutti, compreso il suo portiere, e fermandosi sulla linea di porta, giusto per dare un po' di brivido, durante una partita noiosa, secondo i suoi racconti combinata per il pareggio:  pare che un tifoso morì d'infarto sulle tribune. Cose così. Adesso scrive  anche libri che penso non ci sarebbe  nulla di male a  leggerli. 

Ps: il calcio piaceva anche a Pasolini, penso in particolare il calcio praticato da giocatori come Vendrame.

venerdì 13 agosto 2010

Poesie

La poesia mi piace, ma questa mania che hanno tutti di scriver poesie non la capisco.