diario in pubblico (si fa per dire, è come quando si fà la pipì in un angolo all'aperto di notte, inutile guardarsi intorno, tanto non c'è nessuno)

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martedì 13 settembre 2011

Massimo Rizzante esterna contro il presente assoluto (una delle conseguenze del realismo estetico)

momenti di dialettica letteraria nel  blog Nazione Indiana

In attesa che s'infiammi  la prossima polemica tra realisti e immaginisti, tra organici e inorganici, tra affidabili e inaffidabili, nell'internet cultura italiana succede poco, salvo l'affacciarsi di un nuovo sito che si chiama le Parole e le Cose, nel quale si esprimono menti di tutto rispetto, a partire da Walter Siti. La cosa più eclatante mi pare la seguente:   nel primario blog letterativo, Nazione Indiana,  infuria una ben significativa  polemica contro un commentatore “ paria “ come Ennio Abate, il quale,  un po' polemicamente, lo ammetto, invitava l'impegnato  blog, un mesetto fa, ad occuparsi di Libia, e il blog, in tutta risposta, disse a lui di scrivere un articolo sulla Libia, ma poi, quando lui l'ha scritto, gli hanno detto che non gli piace che è scritto male  e qui e là. Allora lui l'ha pubblicato da altre parti, il suo un po' troppo esteso articolo,  per esempio nel suo blog Moltinpoesia, nel quale sostiene a ragione che l'intervento della Nato a favore dei ribelli è una schifezza politica e giuridica; ma insiste con gli amministratori del blog NI dicendo scrivetelo voi, in base a quanto scriveste nello scorso marzo    è vostro dovere farlo che ci tenete tanto alla responsabilità evvia evvia. Loro lo infamano, povero Abate, esce tutto il servizio d'ordine per pestarlo (tutto in verità no, manca Alcor...), per dire che la Nazione, che io chiamavo scherzosamente fazione e dalla quale mi sono pur a dispiacere dimesso come commentatore, si comporta bene e che non censura e che ha diritto di parlare di cosa vuole  e di pubblicare uno scritto o meno a seconda dell'insindacabile giudizio dei suoi redattori (ci mancherebbe!). Vedremo come va a finire. Abate insinua che gli indiani non possano parlare di Libia chissà in base a quale superiore ordine al quale non possono fare a meno di ubbidire. Secondo me fa male a insinuare, a meno che non mostri le prove di quello che dice, anche se in definitiva  e in astratto una simile insinuazione potrei avergliela suggerita io stesso, l'avessi avuto a portata di conversazione...

Invece, uno dei pochi  indiani ai quali secondo me è sempre dovuta la massima attenzione, Massimo Rizzante, oggi esterna, come fa con misura certosina, anche se non con il migliore   dei suoi articoli; questa volta sulla biennale di Venezia e sull'arte contemporanea,  e soprattutto sull'appiattimento del tempo. Tra gli scrittori impegnati si parla finalmente di estetica (in verità lo fanno in pochissimi, Rizzante è uno di questi), però solo a  sorta di pecorelle messe tra un programma importante e l'altro... aspettando l'avvento dell'etica in prima serata, che  ci scasserà il cazzo per tutto l'inverno e anche primavera finché non faranno spazio a certi critici e scrittori, sedicentisi impegnati o promettentisi impegnandi, nei migliori scranni del sistema editoriale (dato che ci sono più culi che poltrone, tutto sta a vedere se Veltroni cederà qualche torre...), e, peggio ancora,  finché non finiranno le nuove trasmissioni tv di.

Si parla finalmente del presente assoluto nel quale sembra esser caduta la nostra disgraziata epoca, così culturalmente corretta. In verità sa bene, Rizzante, che la negazione e manipolazione del tempo passato è una tecnica politica ampiamente usata dal potere  di tutte le epoche a fini di dominio delle masse; come  sa bene che quello che lui descrive è l'effetto della manipolazione dell'arte per mezzo della cultura (in particolare del  realismo estetico!),  che non è affatto neutrale, sopra di tutto quando è finanziata dallo Stato, che ci ha i suoi luridi interessi a fare in modo che nella società, anche quella artistica, le cose vadano a suo favore, in un certo modo e non in un altro.

Nel mondo reale, direi meglio  nei mondi reali, i processi storici avvengono lentamente e non in maniera lineare, ce lo hanno insegnato filosofi come Nietzsche e Foucault, storici come Braudel, biologi filosofi  come Jaques Monod (sticazzi!). Quindi Rizzante fa male a irrigidirsi sulla riapertura al tempo passato e al tempo futuro, che ci riporta al modernismo politico, alla teleologia cristomarxiana e al destino ultimo dell'uomo, all'evoluzionismo. Così  non se ne esce.  All'appiattimento  sul tempo presente favorevole alle soggettività  dominanti (i proprietari delle narrazioni, vecchie e nuove...)  si deve esteticamente ribadire  con il mettere in campo il tempo molteplice,  tempo disponibile all'infinito e al plurale. Certe cose non potrebbero succedere se solo  si adoperasse  un concetto più difficilmente manipolabile come quello di tempi, tempi al plurale, che pigliassero  forme sempre diverse a seconda della varie soggettività che in essi si rappresentano. A partire dai tempi interiori di ogni singola opera d'arte.

Nel mondo dell'arte, anche la cosiddetta contemporanea che ho conosciuto benino, la schiuma è tanta; a volte pare bella, ma schiuma rimane... se ci si entra a contatto ci si accorge che spesso,  appena sotto la cresta, contiene rifiuti e tanta roba marrone.  Quindi non capisco  perché uno studioso preparato e smagato come Rizzante si meraviglia tanto se Vittorio Sgarbi, dico, Vittorio Sgarbi, fa una biennale di merda.  Del resto,  a Rizzante gli piacevano di più le Biennali dei critici più titolati e più accomodati nel circo accademico? Non lo so. Temo però che la sostanziale collusione nella visione del mondo tra élites di benpensanti di destra e élites di benpensanti di sinistra sia roba che va avanti da più d'una generazione, anche artistica. Le élites, detto tra noi, hanno avuto e  hanno tutto l'interesse ad affermare esteticamente un presente assoluto nel quale loro sono al centro, nel quale si sono furbescamente affermati sia come gestori del sistema da demolire che come suoi riformatori...

Il presente assoluto, vorrei dire non solo a Rizzante, si va espandendo in questo cazzo di paese almeno da trenta anni, attraverso  certe mal interpretate teorie postmoderniste, che hanno fatto considerare impresa, politica, editoria, cultura e arte un tutt'uno, escludendo, fatalmente, ogni voce critica dal gioco, escludendo la possibilità stessa di fare critica, ma soprattutto escludendo dal gioco della produzione di soggettività intere categorie sociali difficilmente collocabili fuori da una concezione moderna della storia ( concezione giustamente e grazie, addio,  fuori gioco), mi riferisco prima di tutto agli operai, e, per estensione, a tutti coloro che aspirano ad avere un lavoro salariato, ai danni dei quali, soggetti deboli...  si è fatto un gioco molto raffinato, un'acrobazia che sembrava impensabile, escludendoli addirittura dal tempo, per meglio dire escludendo dal sistema editoriale che sempre alle élites appartiene le narrazioni dei tempi periferici nei quali si svolgono le loro vite. Ri sticazzi...

Insomma, Rizzante tanto di più non poteva fare, visto il contesto, ma la sua critica feroce di ogni forma di realismo estetico, che sarebbe impossibile senza un appiattimento delle narrazioni sul tempo presente (che sarebbe meglio dire centrale), è assai apprezzabile anche questa volta. Chissà in quanti gli risponderanno e vorranno dibattere con lui comprendendo il suo discorso... di solito sono pochi.

L'articolo è da leggere clic non fosse altro che per la citazione di Josif Brodskji: l’estetica viene prima di tutto, dell’economia, dell’etica, della politica (che fatta da un redattore di NI ci ha la sua valenza...)