In questo post (clic) Paolo Nori, che è nativo di Parma, dove il candidato sindaco Federico Pizzarotti è storicamente andato al ballottaggio, analizza la sezione cultura nel programma del Movimento 5 Stelle in quella città. Niente di che, si tratta di normale delirio, in linea con gli altri punti del programma, locale e nazionale. Mi domando anche io come sia possibile che a rappresentare il nuovo in un paese che dovrebbe essere moderno anche linguisticamente ci siano persone che si esprimono così. Aridatece i loschi magnaccioni di una volta... che si esprimevano vergognosamente uguale, ma almeno sapevi che erano vecchi, e potevi sempre sperare nell'avvento del nuovo...
diario in pubblico (si fa per dire, è come quando si fà la pipì in un angolo all'aperto di notte, inutile guardarsi intorno, tanto non c'è nessuno)
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mercoledì 9 maggio 2012
martedì 6 marzo 2012
Il fine giustifica, ma i mezzi rimangono mezzi
gente che discute del futuro della gente che discute del futuro della letteratura.
Leonardo Sciascia, faceva dire a don Mariano Arena, nel Giorno della civetta, che ci sono gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Chissà cosa penserebbe oggi don Mariano. Io penso che siamo andati oltre, che c'è un'altra categoria almeno, da aggiungere alla lista, la tragicomica categoria dei mezzi quaquaraquà.
Fatemi riflettere più o meno scherzosamente: se si comincia ad arrestare i critici, la letteratura si può salvare. Ma non basta: penso che almeno a titolo dimostrativo andrebbe arrestato qualcuno della filiera industriale, nonché qualche scrittore abusante della pazienza dei tele aspettatori (campa cavallo...); poi andrebbero arrestati bondanti i lettori che in libreria comprano solo minchiate.
Gian Paolo Serino, lo dico subito, è uno simpatico, così a occhio; tra l'altro la sua carriera è ora aperta a tutto, perché un uomo che è stato in prigione, in Italia, merita finalmente tutti gli onori; c'è da immaginare che lo vedremo presto da Bruno Vespa, che farà costruire il modellino della redazione di Satisfiction, anzi due modellini: il primo della redazione quando la rivista veniva finanziata da Vasco Rossi; il secondo dopo che Gian Paolo Serino ha dadaisticamente licenziato il suo editore. Potrebbe essere che ci sarà anche un terzo modellino, con la ricostruzione dell'appartamento di Serino - dove è avvenuto il suo arresto, preso con il sorcio in bocca - con particolari della camera da letto, dove sarebbero state scattate le foto hard oggetto dell'ignobile ricatto a una ragazza che secondo la versione del critico avrebbe dovuto consegnargli dei soldi per lavorare per lui (altro che dadaismo!).
Così, immediato, a difesa di Serino va subito detto che non si capisce perché la ragazza, della quale si conoscono solo le iniziali, abbia consegnato il danaro se non ha ricevuto in cambio le foto (la difesa dice che non esistono più). Viene spontaneo domandarsi: perché gli ha dato questo danaro, atto che subito dopo ha permesso ai poliziotti l'arresto del critico per estorsione? Sembra autofiction... Trovata pubblicitaria... Da uno come Serino bisogna aspettarsi di tutto, anche dal punto di vista dell'evoluzione della critica letteraria. Farà strada, siatene sicuri.
Serino fa critica su per giù a questa maniera: chi gli sta simpatico è bravo e se non lo compri sei un idiota; chi gli sta antipatico fa cacare se lo compri sei un criminale. Non a caso scrive(va?) sul Giornale... (che però, questa volta gli va riconosciuto il merito, ricostruisce l’arresto di Serino in modo esemplare, clic qui) Però se uno gli sta antipatico si inventa le immagini più sfavillanti. Per esempio i seguitissimi Wu Ming, il collettivo di scrittori Wu Ming, li definì così, senza mezzi termini: associazione a delinquere di stampo immaginario. Il libro di Silvia Avallone lo definì una bara senza maniglie. I lettori di Saviano sono i veri camorristi. E così via.
Quello che penso della sua recente entrata da dietro a stroncare le ginocchia dell'avversario, nella sua recente rubrica dal titolo i furbetti dell'inchiostrino, non gliel'ho mandato a dire: dissi direttamente a lui incrociato proprio quel giorno sul suo profilo facebook (clic per leggere il precedente post che avevo dedicato a Gian Paolo Serino). Si è trattato di una serie di articoli violentissimi sulla rivista on line Satisfiction, contro colleghi critici e giornalisti, che stigmatizzava loro pratiche, certo poco eleganti, ma del tutto legittime nel malcostume generale che si vive in Italia, secondo me da sempre, secondo me in modo irrimediabile. Fu subito interrotta, la rubrica. Anzi, il sito satisfiction.me, che faceva un lavoro quotidiano enorme, è stato immobile per diverse settimane, appena dopo l'avvio, immagino per ragioni paragiudiziarie (minacce di querela) o interne (liti per soldi e stipendi). A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si indovina, diceva... Difficile non notare che l'interruzione del blog e la vicenda giudiziaria avvengono una dopo l'altra poche settimane dopo l'apertura dell'inusuale rubrica sugli intrallazzi che avvengono sotto gli occhi di tutti nel sistema editoriale italiano, rubrica culturalmente e politicamente sbagliata (anche se dal contenuto vero). Gli dissi, a Serino, che prendersela con un singolo è sbagliato quando è l’intero sistema a essere marcio. Infatti, anche adesso non si tratta di prendersela con Gian Paolo Serino, al quale del resto auguro di dimostrare la sua piena innocenza, ma con l’intero sistema della cosiddetta cultura, con l’intero sistema della nuova letteratura, che come sappiamo agisce con il coltello tra i denti, che bene impera anche attraverso l’uso militaresco dei lit blog, adoperati a favore di una o l’altra fazione in campo (non è vero - direi purtroppo - che non contano nulla: influenzano ignari lettori, formano e sformano paradigmi, tendono a instaurarsi al centro del dibattito per ricavarne prebende, sottoforma di contratti editoriali. Tutto ciò è legittimo, per carità, ma questo è, questo sono, non l’opera pia della santa cultura che vogliono far credere di essere…). Ce lo vogliamo domandare dove siamo arrivati se un blog letterario e una rivista letteraria vengono gestiti in maniera gangsteristica, con il capo che chiede danaro a chi vuol collaborare con lui, anche adoperando mezzi di convincimento come il ricatto, anche facendo estorsione?
Serino opera in una città oscura come Milano, dove avvengono gran parte della schifezzerie politiche: lì nacquero il fascismo, il craxismo, il leghismo, il berlusconismo… e c’è da prevedere che quest’ultimo sarà una schifezza anche in uscita… A Milano pure operò (e opera?) Armando Verdiglione, mascalzone non privo di stile, autore di non imprescindibili testi teorici che editava la sua casa editrice, Spirali, stranamente ricchissima (poi si capì perché, quando i gendarmi misero a lungo in prigione il filosofo che teorizzava un nuovo rinascimento attorno alla moda, il design, le nuove imprese di comunicazione, in una parola il socialismo riformista e trasformista di Bettino Craxi, contenuto in questo involucro di modernità), che attorno all’omonima rivista promuoveva sontuosissimi congressi ai quali partecipavano intellettuali e scrittori importantissimi, provenienti da tutte le parti del mondo, finanche Borges. Quel Verdiglione lì che si diceva da se medesimo carissimo a un monumento del pensiero a lui contemporaneo come Jaques Lacan, ma invece, dimostrarono le inchieste, era caro più ai mariuoli di tangentopoli.
Serino opera in una città oscura come Milano, dove avvengono gran parte della schifezzerie politiche: lì nacquero il fascismo, il craxismo, il leghismo, il berlusconismo… e c’è da prevedere che quest’ultimo sarà una schifezza anche in uscita… A Milano pure operò (e opera?) Armando Verdiglione, mascalzone non privo di stile, autore di non imprescindibili testi teorici che editava la sua casa editrice, Spirali, stranamente ricchissima (poi si capì perché, quando i gendarmi misero a lungo in prigione il filosofo che teorizzava un nuovo rinascimento attorno alla moda, il design, le nuove imprese di comunicazione, in una parola il socialismo riformista e trasformista di Bettino Craxi, contenuto in questo involucro di modernità), che attorno all’omonima rivista promuoveva sontuosissimi congressi ai quali partecipavano intellettuali e scrittori importantissimi, provenienti da tutte le parti del mondo, finanche Borges. Quel Verdiglione lì che si diceva da se medesimo carissimo a un monumento del pensiero a lui contemporaneo come Jaques Lacan, ma invece, dimostrarono le inchieste, era caro più ai mariuoli di tangentopoli.
Serino somiglia un po’ a Verdiglione, ci ha lo stesso cipiglio. Anche lui si dice sempre caro a questo e quello, in particolare si diceva caro a Vasco Rossi, uno che conta anche di più di Bettino Craxi, a mio parere: sono amico di Bettino Craxi ti trovavi un sacco di porte in faccia, nonostante tutto, e assai probabilmente la magistratura alla porta di casa (come fu); sono amico di Vasco Rossi ti apre porte e portoni, anche quelli dei cuori femminili dei quali Serino fa strage, come si vanta ancora in questa avversa circostanza (come fanno gli impotenti?), a casa sua in facebook.… Che tristezza… Uno gli amici li può anche mostrare, per carità, ma solo se ha sbattuto in faccia loro la propria tenda di casa. Secondo me. A meno che non siano amici disgraziati suoi pari.
Ci vorrebbe Simenon, per dipanare questa storia, che questa sì è storia della letteratura, in particolare della letteratura italiana attuale, letteratura fatta da critici che bisogna addirittura pagare per lavorare alle loro dipendenze... Un Simenon dei navigli, ci vorrebbe, ormai invecchiato oltre il naturale, assolutamente fuori servizio, anonimo come un pessimo nickname che tutti spernacchiano, arrivato per capriccio dalla sua protettiva Losanna, come fa da anni due tre volte a settimana, accompagnato e lasciato lì vicino dal suo autista, che non ha mai fatto caso ai capricci del suo datore di lavoro; un Simenon in tenuta da cieco, che si muove autonomamente ma a fatica, e che sta seduto tutto il giorno in una di quelle osterie che non sono più osterie, che vaffanculo son diventate winebar, dove non si può fumare la pipa, e nemmeno il sigaro (sigaro che come piaceva a Verdiglione piace mostrare a Serino): e allora cosa ci va a fare uno sano all'osteria se non si può fumare il sigaro, se non si può fumare la pipa e neanche una merda di sigaretta? Per questo le osterie sono divenute ben presto sanatori, rifugi per malati e per vecchi all’ultima attesa, come il Simenon che ci vorrebbe a noi, un Simenon calmo, oramai senza bollori sessuali, con il cuore ballerino sospinto da un imprecisato numero di by pass; un Simenon succube di tutti i divieti e precetti medici, capace di passare un intero pomeriggio a sorseggiare un unico calvados, e nemmeno finirlo, con l'oste che sbuffa mel sta sedu tut el giorn cu un bicièr... non spende un cazzo, questo vecchio di merda, e mi occupa un tavolo tutto il giorno... Fa niente se i tavoli sono quasi tutti liberi perché si riempiono solo la sera.
Insomma, questo Simenon qui che ci vorrebbe a noi, un pomeriggio vede arrivare una bella ragazza, sotto i cui grandi occhiali fumé intuisce begli occhi lacrimevoli, intuizione confermata poco dopo, a visiera protettiva abbassata, dalla visione ravvicinata delle splendide nere fessure, nella parte bianca arrossate da un pianto ancora a stento trattenuto. L'oste non ha pietà, e chiede subitaneo l'ordinativo. Lei ha fame, chiede un panino qualsiasi e un gin tonic, incauta combinazione alimentare, specie in quella circostanza. Il gin non quello qualsiasi, ma quello di quella speciale marca, il migliore. L'oste scrive, e bofonchia da avido commerciante ingobbito che c'è da pagare una maggiorazione, per kel gin lì. Lei non risponde nemmeno, forse non ha nemmeno ascoltato. Il vecchio scrittore vorrebbe suggerirle di prendere acqua, con il panino, al massimo aranciata: l'alcol infatti aumenta la lacrimazione, in particolare il gin. Se lo ricorda, era l'effetto che faceva a una mora quasi uguale, di bellezza faraonica imperiosamente trascurata, che aveva incontrato in circostanze simili in un club di Manhattan, negli anni più bui della sua infelicità. Ma lei, la ragazza di disperazione mora che ha ora di fronte, è di sicuro una che non ascolta le parole dei vecchi, nemmeno quelle non dette, che in fondo non ci vorrebbe nulla a rispondere con un sorriso anch'esso non fatto.
Il nostro Simenon fissa fisso, sotto i suoi tattici occhiali da cieco. È entrata zampettando su inverosimili tacchi a spillo, assolutamente inadatti all'orario, alla giornata piovosa, al luogo. Naturalmente con in mano il telefono di ordinanza, sul quale non ha mai smesso di spolliciare. Suonerie non se ne sentono, nemmeno vibrazioni. Si capisce che sta spedendo ma non ricevendo. Oppure sta ripercorrendo un archivio. Oppure ancora è collegata alla rete, che lo scrittore non sa proprio cos'è. Sì, qualche nipote gliel'ha fatta vedere, ma a lui la rete, i telefonini... sempre a scrivere... poi che cosa? Gli è sempre sembrata una scempiaggine scrivere senza guadagnare niente, perché per lui scrivere era stato guadagnarsi almeno quel che basta per sfamarsi, fin da ragazzino; poi, certo, si era arricchito, con quasi ognuna delle sue parole, come se ogni frase che riusciva a organizzare fosse una scheggia d'oro strappata alle pareti vive di una miniera.
Lui appena arrivato le parla di rinascimento culturale qui e là, una parola dietro l'altra, ritmo a carrarmato, senza pause. Dev'essere uno timido, abbastanza ignorante, perché si esprime con la sicurezza degli ignoranti, ché meno hai da dire più sei sicuro di quello che dici. Tanto... Lei s'è rimessa i grandi occhiali, forse per non far vedere che ora le scende da ridere. Boh. Lui è uno piccolo, mica tanto bello, sembra neanche ricco, appena benestante, ma un benestante traballante, come un ... Anzi, dall'aspetto, sembra un poveraccio, unghia sporche e tutto. Invece lei lindissima, nonostante la trascuratezza più esibita che reale: pelle bianchissima, pallore accentuato da un uso accorto del fondotinta, poco prima risistemato nel bagno, dove si era recata a tre morsi di panino mangiato, esibendo telefono in una mano e gin tonic nell'altra, e guardando diffidente il vecchio scrittore come a dire vecchio puzzolente non mi rubi mica nulla dalla borsa che lascio sul tavolo, che mica ci credo che sei cieco? La cinica ragazzina è certo che non fa il volontariato a comunione e liberazione… Esibisce tutti capi apparentemente costosi, e poi anelli, orologio, braccialetto, catenine, orecchini; ma potrebbe essere che si prostituisce, o qualcosa del genere, e che è una poveraccia pure lei, che per questo non ci fa caso a quanto sia strascicata ogni parola del suo interlocutore, strascicato ogni suo gesto. Lui è piccolo, lei è alta, ancora di più sui suoi tacchi. Se lei è una prostituta, si dice la vecchia celebrità letteraria di cui tutti sono ignari, lui potrebbe essere il suo magnaccia: ecco perché sembra di benestanza traballante. I magnaccia sono generalmente piccoli, se lo ricorda quando frequentava le bettole di Liegi e Anversa. C'è il business, le dice, c'è il business, cazzo! Glielo ripete in continuazione. To be continued. May be. Polèssere.
Post e autore del post non corretti.
Post e autore del post non corretti.
lunedì 6 febbraio 2012
Epistola prima a Christian Raimo (e ai giovani scrittori)
Credo sia la tenuta regolamentare da giovane scrittore italiano
Oggi credo di aver almeno in parte capito perché Goffredo Fofi lo scorso maggio, nella rubrica che teneva sull'Unità, scrisse quell'articolo molto duro con i giovani scrittori, domandandosi retoricamente se sono di destra (clic per leggere l'intero articolo).
Goffredo Fofi (dato che ci sono gli dico anche che è stato eccessivo a togliere il saluto ad Alfonso Berardinelli perché scrive sul Foglio)
Fofi, in quell'articolo severissimo, faceva delle analisi sui giovani (credo di rientrarci anche io, per poco, ma ci rientro) che mi sento di condividere, anche se scrivendo questo, prevedo, mi attirerò ulteriori offese di seminatore d'odio e qui e là. Dice sostanzialmente il decano della critica militante, dei giovani in generale:
- Senz’altro progetto che quello del privilegio per pochi e per i loro complici e servi e oggi, quel che è peggio, senz’alcuna preoccupazione per il futuro comune.
- Non è difficile distinguere all’interno di una generazione la destra, la sinistra e gli ignavi – questi ultimi “zona grigia” per eccellenza. massa più o meno supina o invadente, maggioranza silenziosa ieri, maggioranza chiassosa oggi nell’illusione che le dà il mercato di essere “protagonista” per il tramite del consumo.
Degli intellettuali e degli scrittori giovani, in particolare i secondi, dice questo:
- vedono che uno dei pochi modi per farsi strada è quello di inserirsi nei meccanismo della produzione di merci culturali o artistiche, dove persone non più intelligenti e dotate di loro hanno conquistato rapidamente fama e denaro.
- I giovani con ambizioni di scrittori sono oggi (chissà per quanto ancora) molto corteggiati e corrotti dal mercato, dalla “produzione”. Gli editori se li contendono e il risultato è l’invasione di merci ripetitive, scadenti, conformiste. Il flusso della merce impone superficialità e astuzia nella scelta degli stili e degli argomenti, gli editor spingono i migliori ad accettare la logica dei peggiori...
- Anche in letteratura domina “la destra”, e possiamo tranquillamente considerare i giovani scrittori come un altro dei tanti fenomeni “di destra” di questa Italia, visto che accettano questo stato delle cose e vi cercano il loro bene, il loro posto al sole. Non sempre è “giovane” chi afferma di esserlo e c’è oggi una gioventù scrivente e servile che è, benché perlopiù fatta da ignavi, perfettamente “di destra”.
Ora, Christian Raimo, che mi sembra si dichiari cattolico, la parola ignavia dovrebbe conoscerla molto bene. Ma fa finta di no. Almeno oggi, in una lunga articolessa uscita sul blog della casa editrice Minimun Fax (clic), Minima & Moralia, blog dal quale, curiosamente, appena dopo la vergognosa campagna che mi ha eletto... unico seminatore d'odio nelle patrie lettere, risulto interdetto. Per cui commento l'articolo di Raimo da qui, anche se mi sarebbe più comodo da lì, e sarebbe anche più serio... Ma, lo dico alle poche persone che mi seguono, non sono stato interdetto dai redattori di quel bel blog letterario. No, no, figuriamoci! Me lo dicono anche per mail che non ci pensano proprio a censurarmi, sopra di tutto se i miei commenti non sono offensivi. Infatti sono interdetto dal sistema, che mi ha oramai riconosciuto come spazzatura, e neanche i volenterosi e valorosi intellettuali di quella casa editrice possono farci nulla. In ogni caso, di essere spazzatura per il sistema lo so da sempre, quindi ci ho fatto l'abitudine a essere isolato, e non mi fa né caldo né freddo (almeno finché non mi vienghino a acchiappa' fino all'uscio di casa recando seco la forza pubbri'a... a que' punto potrei valuta' di fa' l'abiurativo)
Raimo dice e qui e là che l'hanno convocato a una riunione di grande editoria dove boss della Mondadori servivano il tè in livrea (la livrea ce l'avevano penso i boss) e camerieri potentissimi discorrevano del futuro del libro alla luce delle tecnologie e delle nuove forme di diffusione. Più o meno dev'essere andata così.
Raimo dice che mentre lemme lemme si recavano al grande albergo 5 stelle con il collega Nicola Lagioia, si domandavano come mai proprio loro avevano invitato a una riunione di gente così importante che doveva riflettere sui problemi universali dell'editoria. Non se ne faceva una ragione. Ma invece, leggendo l'articolo si capisce il perché. Si capisce nel senso che lo capisco io, perché Raimo - per via che oggi è colpito dall'ignavia stagionale, che di solito va via in due o tre giorni anche senza pigliare medicine, basta stare protetti al caldo sotto le coperte - da solo non ci arriva. Infatti, a un certo punto dice: " qual è il motivo, dicevo, per cui ho deciso di pubblicare con Einaudi? Dirlo è semplice: è che ci sono persone come Paola Gallo o Marco Peano, che mi stanno aiutando a diventare uno scrittore migliore ".
Raimo dice e qui e là che l'hanno convocato a una riunione di grande editoria dove boss della Mondadori servivano il tè in livrea (la livrea ce l'avevano penso i boss) e camerieri potentissimi discorrevano del futuro del libro alla luce delle tecnologie e delle nuove forme di diffusione. Più o meno dev'essere andata così.
Raimo dice che mentre lemme lemme si recavano al grande albergo 5 stelle con il collega Nicola Lagioia, si domandavano come mai proprio loro avevano invitato a una riunione di gente così importante che doveva riflettere sui problemi universali dell'editoria. Non se ne faceva una ragione. Ma invece, leggendo l'articolo si capisce il perché. Si capisce nel senso che lo capisco io, perché Raimo - per via che oggi è colpito dall'ignavia stagionale, che di solito va via in due o tre giorni anche senza pigliare medicine, basta stare protetti al caldo sotto le coperte - da solo non ci arriva. Infatti, a un certo punto dice: " qual è il motivo, dicevo, per cui ho deciso di pubblicare con Einaudi? Dirlo è semplice: è che ci sono persone come Paola Gallo o Marco Peano, che mi stanno aiutando a diventare uno scrittore migliore ".
Christia Raimo e Nicola Lagioia sorpresi dal flash appena prima di andare alla riunione con i boss dell'editoria italiana
Oh, ci siamo arrivati. Avete visto che aveva ragione Fofi? Questo giovani scrittori - nemmeno quelli che hanno doti intellettuali importanti, almeno così si dice - non si rendono conto che vengono usati da 'O Sistema per portare a fondo le loro strategie commerciali. Alla massa sempre crescente di scrittori che preme alle loro porte, adesso gli editori vogliono far credere che i servizi editoriali sono necessari, assolutamente fondamentali per diventare scrittori autorevoli e affermarsi. Certo, lo sanno anche loro che sarebbe più comodo e redditizio vendere i propri libri su Amazon o in qualunque altra vetrina virtuale. Ma affermano, diciamo meglio contrabbandano, gli editori maggiori (e minori...) che solo attraverso i loro servizi, in particolare nel caso dei grandi editori, si diventa scrittori: solo i grandi editori sanno valorizzare uno scrittore, questo è il teorema che deve passare. Io penso invece che è il contrario (vi prego di credere che non ne faccio una questione personale: io, pressato da parenti e conoscenti, ho mandato un testo breve a 4 editori piccoli - no a Minimun Fax! - che nemmeno mi hanno risposto; l'ho mandato anche a un editore grande, che molto cortesemente mi ha risposto, ed è la Giunti di Firenze). Del resto gli editori, prevedo di nuovo, ben presto venderanno servizi agli aspiranti scrittori, senza nessuna vergogna (e faranno bene!). A maggior ragione e costo lo faranno se i giovani scrittori più qualificati intellettualmente e più impegnati intellettualmente continueranno a legittimarli e a far loro gratuita propaganda. Gratuita per modo di dire, diciamocelo senza ipocrisia, perché verranno o furono ricompensati attraverso i normali contratti editoriali. Almeno così pare fare Einaudi. Certo, anche in base al merito, perché Raimo scrive bene, lo sappiamo tutti; non quanto il suo collega di scuderia Nicola Lagioia, ma scrive bene. L'importante, sembra pensare la casa editrice Einaudi, è che gli scrittori ammessi al catalogo istruiscano a dovere gli scrittori meno dotati intellettualmente. E, sopra di tutto, gli aspiranti scrittori che attualmente, gioco forza, sono loro ammiratori e pendono dalle loro labbra: " qual è il motivo, dicevo, per cui ho deciso di pubblicare con Einaudi? Dirlo è semplice: è che ci sono persone come Paola Gallo o Marco Peano, che mi stanno aiutando a diventare uno scrittore migliore ".
Per concludere, non bastava che pubblicassero con Berlusconi per fare resistenza e critica dall'interno... ora fanno anche pubblicità all'ottimo funzionamento delle industrie di... Berlusconi. Vabbè, loro dicono che è normale. Che in ogni caso loro sono impegnati nelle migliori iniziative sociali, dalla generazione di scrittori TQ al teatro Valle (secondo me, lo sa chi segue questo blog, esempi di involuzione culturale). Ma se poi arriva uno autorevole come Goffredo Fofi a dire provocatoriamente che gli scrittori giovani sono di destra, almeno nel senso che pensano solo ai fatti propri e a farsi una posizione, mica si devono troppo arrabbiare.
Non lavorerò mai! Gridava l'adolescente Arthur Rimbaud. Anche l'attore poeta Victor Cavallo gridava così. Anzi, no, il gioioso e disperato Cavallo gridava esattamente così: Non lavorerò mai! Con voi... Non lavorerò mai con voi...
Victor Cavallo
Post e autore del post in fase di correzione. Parola d'ordine: Ah, Basaglia! Seconda parola d'ordine: Bau!
Vialetto di casa della prossima residenza di Larry
Su Alfabeta 2 c'è una bella riflessione di Giorgio Mascitelli sulla questione editoria se(r)viziosa (clic)
dato che ci sono, oramai è il 12 febbraio, metto il commento che avevo lasciato su Alfabeta 2 intorno al giorno 8 febbraio. Anche loro devono avere un problema di SISTEMA, un problema di sistema grosso, ché i miei commenti non passano da tempo...
Bell'articolo, su cui riflettere a lungo (per sottrarsi alle grinfie degli industriali della carta stampata). Il dubbio che gli editori tendano a farsi grossi abbassando il livello degli scrittori editati, era venuto anche a me. E andrà sempre peggio, almeno a leggere questo articolo: a qualcuno si dirà che è giusto che paghi i servizi; ad altri che ringrazino iddio di essere pubblicati. Insomma, gli editori non cacceranno un euro... nemmeno quelli grandi, e guadagneranno a prescindere.
Mi permetto di lasciare il link a un mio modesto pezzo, che guarda la questione da un'altra angolatura, quella del collaborazionismo (parola forte, mi rendo conto, ma quando ci vuole ci vuole)
domenica 15 gennaio 2012
Esperimenti di nuova democrazia giudiziaria in Nazione Indiana
Simpatico momento di pausa durante la riunione in corso della Suprema Corte Indiana. Al centro il riservato Presidente della Corte (dovrebbe essere Helena Janeczek)
Nella riserva di democrazia culturale evoluta Nazione Indiana, si sta svolgendo un processo dove mi fanno l'onore di essere l'unico imputato. Il post si chiama, assai carinamente, Seminatori d'odio, e si trova facendo clic qui. Mi sembra di aver capito che in quella salvifica Nazione, secondo le sempre più novative e fantasmagoriche concezioni giudiziarie, il diritto dell'imputato è limitato, essendo che quello che dice il procuratore è la VERITA'. Questo, del resto, è più o meno l'insegnamento di uno dei loro principali guru, Roberto Saviano, che spesso si appoggia sul DOGMA " come dimostra l'inchiesta "... Ma una volta, cari indiani, quando c'erano le leggi vecchie, e quando gli intellettuali leggevano Kafka e Dostoevskij (e Foucault), l'inchiesta non dimostrava un bel nulla...
Il seguente è il post autodifensivo, ancora al vaglio della corte indiana; con qualche estemporanea aggiunta appena fatta:
(secondo tentativo di autodifesa nel PROCESSO: ieri sera lo stesso testo non è passato, ma penso, come dice l'ottimo architetto Gianni Biondillo - al quale vanno anche i sinceri rallegramenti per aver vinto il Premio Scerbanenco - che ci dà la possibilità di fare questo democratico confronto, sia una questione di apparati. Tecnici)
Per ora grazie alla direzione di Nazione Indiana per aver sbloccato il precedente commento, rimasto però a bagnomaria per troppo tempo. Lo metto qui, se no al centro come era rimasto non lo legge nessuno ( rimango dimissionario, ma spero mi sia consentito commentare questo post, dove l’UNICO aggredito sono io):
" Giusto per dire chi è l’autore dell’enunciato ritenuto criminale da Marco Rovelli, enunciato estratto dalla discussione del primo link a fondo commento, nella quale Larry Massino non fu affatto fuori tema, e nella quale aveva capito benissimo che l’articolo era del sociologo Marco Revelli (tanto da opporgli un ragionamento di un suo pari per ” autorevolezza “, Emanuele Macaluso), ma dopo alcuni infruttuosi commenti, per niente fuori tema, cercò di sbrigarsela perché riteneva poco interessante discutere con Marco Rovelli, la cui enfasi No Tav – e movimentista in genere – ritiene politicamente immatura, diciamo così, in termini dogvelliani, alla Tom Edison Jr.
http://www.nazioneindiana.com/2011/07/03/la-ragione-dei-barbari/
Veniamo ora al procuratore @Rovelli:
ma davvero credi in quello che scrivi? Non ti ricordi di aver definito FUFFA ciò che avevo scritto io? E di aver definito ad minchiam il paragone di Emanuele Macaluso, una persona autorevole non meno del rispettabilissimo Professor Marco Revelli? Davvero andando a leggere il thread dall’inizio non si capisce che l’aggettivo BECERO era riferito al tuo disprezzante modo di argomentare e non al fatto che con te si può discutere in modo becero? Mi sa che non sei un uomo di mondo… se tu avessi fatto i normali tre anni di corso dagli ermeneuti di Cuneo non incorreresti in questi incresciosi incidenti interpretativi. Il fatto è che tu, come capita a tutti (a me quasi mai), ti stizzisci e aggredisci ad personam quando qualcuno difende posizioni che non ti garbano. Io in quel contesto difendevo la posizione della sinistra istituzionale, quella del PD, per intendersi bene, al quale partito si riferisce il giornale su cui hai pubblicato il tuo pessimo articolo (confermo quello che ho scritto ieri sul mio blog: dispiace per chi ci lavora, ma a questo punto prima chiude e meglio è anche per il PD). La cosa peggiore del tuo articolo è che hai ristretto il passaggio in modo davvero mal(destro). Il passo intero è il seguente:
" Non mi ero accorto che l’articolo era dell’esimio Accademico Marco Revelli. L’avevo banalmente confuso con Marco Rovelli. Con l’Accademico Revelli non mi va di polemizzare in modo becero, perché ha una posizione a mio avviso sbagliata, ma metterglisi contro vuol dire ponderare e ponderare, che ora, per quanto mi sforzi, non mi viene " (in corsivo neretto la parte omessa).
Aggiungo che c'è un altra incongruenza, nell'articolo diffamatorio nei miei confronti pubblicato dall'Unità (la diffamazione a mezzo stampa è a tutt'oggi un reato): Bertante scrive nel suo sgangherato articolo che si tratta di 50 commentatori dei blog letterari (falso!); tu, citandolo, dimentichi che lui si riferiva ai blog letterari, che peraltro elenca, e scrivi che si tratta di " cinquantina troll – disturbatori della comunicazione in rete – " (saranno di più, molti di più, ma io non lo so, perché internet mi interessa poco), poi te la prendi con uno solo... che però non è affatto un sabotatore, ma una persona che intende, in vari modi, fare critica dei processi culturali in corso. Insomma, volevi VENDICARTI per le critiche che ti ho fatto dal mio blog, e per le critiche che faccio alle varie iniziative culturali della quali fai parte, da Generazione TQ alle Classifiche Dedalus. Questo è.
Larry Massino (no missino)
Link al post su antica disputa tra Marco Rovelli e Larry Massino, dove si espresse l'amico del contendente Marco Rovelli con il nick Vick La Rosa, che definì Larry Massino ANTROPOLOGICAMENTE INSOPPORTABILE (clic)
ULTIMORA: SPAL-TARANTO 0-0
Per ora grazie alla direzione di Nazione Indiana per aver sbloccato il precedente commento, rimasto però a bagnomaria per troppo tempo. Lo metto qui, se no al centro come era rimasto non lo legge nessuno ( rimango dimissionario, ma spero mi sia consentito commentare questo post, dove l’UNICO aggredito sono io):
" Giusto per dire chi è l’autore dell’enunciato ritenuto criminale da Marco Rovelli, enunciato estratto dalla discussione del primo link a fondo commento, nella quale Larry Massino non fu affatto fuori tema, e nella quale aveva capito benissimo che l’articolo era del sociologo Marco Revelli (tanto da opporgli un ragionamento di un suo pari per ” autorevolezza “, Emanuele Macaluso), ma dopo alcuni infruttuosi commenti, per niente fuori tema, cercò di sbrigarsela perché riteneva poco interessante discutere con Marco Rovelli, la cui enfasi No Tav – e movimentista in genere – ritiene politicamente immatura, diciamo così, in termini dogvelliani, alla Tom Edison Jr.
http://www.nazioneindiana.com/2011/07/03/la-ragione-dei-barbari/
Veniamo ora al procuratore @Rovelli:
ma davvero credi in quello che scrivi? Non ti ricordi di aver definito FUFFA ciò che avevo scritto io? E di aver definito ad minchiam il paragone di Emanuele Macaluso, una persona autorevole non meno del rispettabilissimo Professor Marco Revelli? Davvero andando a leggere il thread dall’inizio non si capisce che l’aggettivo BECERO era riferito al tuo disprezzante modo di argomentare e non al fatto che con te si può discutere in modo becero? Mi sa che non sei un uomo di mondo… se tu avessi fatto i normali tre anni di corso dagli ermeneuti di Cuneo non incorreresti in questi incresciosi incidenti interpretativi. Il fatto è che tu, come capita a tutti (a me quasi mai), ti stizzisci e aggredisci ad personam quando qualcuno difende posizioni che non ti garbano. Io in quel contesto difendevo la posizione della sinistra istituzionale, quella del PD, per intendersi bene, al quale partito si riferisce il giornale su cui hai pubblicato il tuo pessimo articolo (confermo quello che ho scritto ieri sul mio blog: dispiace per chi ci lavora, ma a questo punto prima chiude e meglio è anche per il PD). La cosa peggiore del tuo articolo è che hai ristretto il passaggio in modo davvero mal(destro). Il passo intero è il seguente:
" Non mi ero accorto che l’articolo era dell’esimio Accademico Marco Revelli. L’avevo banalmente confuso con Marco Rovelli. Con l’Accademico Revelli non mi va di polemizzare in modo becero, perché ha una posizione a mio avviso sbagliata, ma metterglisi contro vuol dire ponderare e ponderare, che ora, per quanto mi sforzi, non mi viene " (in corsivo neretto la parte omessa).
Aggiungo che c'è un altra incongruenza, nell'articolo diffamatorio nei miei confronti pubblicato dall'Unità (la diffamazione a mezzo stampa è a tutt'oggi un reato): Bertante scrive nel suo sgangherato articolo che si tratta di 50 commentatori dei blog letterari (falso!); tu, citandolo, dimentichi che lui si riferiva ai blog letterari, che peraltro elenca, e scrivi che si tratta di " cinquantina troll – disturbatori della comunicazione in rete – " (saranno di più, molti di più, ma io non lo so, perché internet mi interessa poco), poi te la prendi con uno solo... che però non è affatto un sabotatore, ma una persona che intende, in vari modi, fare critica dei processi culturali in corso. Insomma, volevi VENDICARTI per le critiche che ti ho fatto dal mio blog, e per le critiche che faccio alle varie iniziative culturali della quali fai parte, da Generazione TQ alle Classifiche Dedalus. Questo è.
Larry Massino (no missino)
Link al post su antica disputa tra Marco Rovelli e Larry Massino, dove si espresse l'amico del contendente Marco Rovelli con il nick Vick La Rosa, che definì Larry Massino ANTROPOLOGICAMENTE INSOPPORTABILE (clic)
ULTIMORA: SPAL-TARANTO 0-0
giovedì 1 dicembre 2011
L'alfabetismo in arrivo è peggio dell'analfabetismo di ritorno
Altro che cervelli in fuga... bisogna ma combattere la piaga dei cervelli che restano!
Questi che la realtà e qui e là, quando essa non coincide con le loro stizzite teorie, dànno di barta (si dice a Firenze per dire che dànno in escandescenza). Come Tullio De Mauro, che è un'autorità riconosciuta del mondo della scuola e degli studi sul linguaggio - mi sembra sia stato anche ministro dell'istruzione, nonché traduttore del corso di linguistica generale di de Saussure.
Se sette italiani su dieci non capiscono la lingua, titola un'allarmata articolessa di Paolo di Stefano sul Corriere della sera (qui) sul peana lanciato dal linguista Tullio De Mauro circa l'analfabetismo di ritorno (sempre meno preoccupante dell'alfabetismo in arrivo...). Poi il pregiato critico letterario spiega che non sanno leggere, gli italiani, generalizzando al massimo, ma in buona sostanza intendendo indirettamente rammaricarsi del fatto che questi italiani qui non possono essere clienti degli editori che gli dànno lo stipendio (Di Stefano, si scherza! Io per altro come critico letterario la condivido quasi sempre, specie quando produce sintesi strepitose di questo tenore: " Mentre la Merini puntava tutto sull' ispirazione dall' alto, Saviano sembra scommettere sull' ispirazione dal basso, condannando gli altri veri scrittori alla sua stessa condanna: realtà e impegno. Come se bastasse un travaso acritico dal piano civile a quello estetico per fare vera letteratura. E come se l' etica non si trovasse altrove che nella realtà ". Ma in questo articolo sull'analfabetismo di ritorno, dottor Di Stefano, mi sembra un po' svogliato, come avesse dovuto farlo per forza). Immagino. Invece, io penso che se sette italiani su dieci non capiscono la lingua vuol dire che è sbagliata la lingua, non che sono sbagliati gli italiani... Ovvero è sbagliata la concezione normativa della lingua che hanno le massime autorità del mondo dell'istruzione. De Saussure, infatti, nel suo testo con il quale si fa convenzionalmente iniziare la linguistica come scienza moderna, dice espressamente che materia della disciplina è lo studio della lingua parlata (usata da persone vive), non l'imposizione di regole formali rigide attraverso la scuola, del resto a parlanti sempre prima formati dalla partecipazione alla vita sociale da soggetti riconosciuti (la soggettività sociale assegnata addirittura ai bambini è un'invenzione recente a fini di maggiori consumi; anche per maggiormente responsabilizzare gli adulti lavoratori, che se non fossero socialmente obbligati a venerare i bambini farebbero forse più marachelle di quante ne fanno: come succedeva una volta...). A me sembra per esempio che i bambini, prima di andare a scuola a imparare con l'abbecedario, parlino benissimo, facendosi capire e ben dosando elementi normativi appresi per emulazione (si dice così e si dice cosà, gli urlano in continuazione gli adulti, poco ascoltati...) coi naturali elementi espressivi e descrittivi (creativi). Poi si sciupano... Gli è strano... Sarebbe come se un bambino per strada sa giocare a pallone, poi più grandicello va al campo a giocare con la squadra e non sa più...
Io non ho mai incontrato una persona incapace di esprimersi. Come in teoria non c'è nessuno incapace di cantare, specie nell'Italia pizza e mandolino: e sarebbe bello, nella culla del canto e dell'arte, vivere in città dove si comunica cantando... Come non ho mai incontrato nessuno incapace di esprimersi attraverso il proprio corpo. Ma ho incontrato tante umili persone che per avverse circostanze materiali non avevano potuto studiare. Ho incontrato anche giovani lavoratori sostanzialmente espulsi dal gioco dell'istruzione scolastica perché convinti, da insegnanti al limite della pratica criminale della propria professione, di essere incapaci di studiare (guarda caso tutte persone di fascia sociale medio bassa). Spiegavo loro che li avevano fregati. Erano miei amici e mi facevano il favore - in un'epoca nella quale ancora non si erano espressi a pieno i trans, mischiando tutto e attenuando di molto l'omofobia - di non considerarmi finocchio, a quei tempi massima infamia, a causa del fatto che avevo sempre libri in mano, più che altro di letteratura, anche quando si giocava a carte e sul tavolo ingombravano. Mi riconoscevano addirittura autorità pensativa, come i popolani con Eduardo nel film L'oro di Napoli, dove spiega le differenze tra pernacchio e pernacchia (clic), e mi scuso per il paragone... Ci rimanevano male, i miei amici, quando capivano il ragionamento. Spiegavo loro che non era vero, che nessuno è incapace di studiare, né di apprendere, che è anche meno faticoso studiare belli rivestiti in una bella biblioteca che faticare indossando stracci in un brutto cantiere... che era solo una questione di pratica e di allenamento, come fare sport, che non c'è nessuno zuccone di natura, che ognuno può godere dei benefici dell'apprendimento, o della semplice lettura a scopo di svago. Del resto erano (e sono) tutte persone capacissime nella vita di svolgere attività più o meno impegnative, da costruire case, a fabbricare capi d'abbigliamento, a riparare macchine ecc. In genere capaci di apprendere attraverso la scrittura per quanto riguardava i loro interessi, dal motore dell'auto ai campioni dello sport. Qualcuno cominciò a leggere facendosi consigliare da me. Io li indirizzavo secco su Dostoevskij: non s'è mai lamentato nessuno. Ogni tanto, ridendo, arrivavano da me con uno nuovo da indottrinare: Larry, questo non ci crede, spiegagli che ci hanno preso per il culo!
Ho incontrato fior di appena alfabeti che sapevano cantare tutto il repertorio lirico italiano, altri che sapevano vagonate di poesia a memoria, a partire da Dante. Tutte persone che gli articoli di giornale non li capivano (secondo me si erano intestarditi a star lontano da gazzettieri, educati com'erano a star lontano da dulcamara e fanfaroni). Né tanto meno sarebbe stati promossi applicando a rigore le teorie culturali di quelli come il Professor De Mauro, che invece di allargare la lingua in modo da farci entrare più parlanti possibile, la restringono alle sue norme, e pazienza se dentro ci sta solo un cittadino su dieci (se va bene). Sarà un caso, ma risulta che anche gran parte della ricchezza sta nelle mani di un cittadino su dieci, i quali, a me pure risulta, hanno interesse come minimo a mantenere le cose come stanno. Potrebbe anche essere che tra questi uno su dieci ci sia almeno il 90% di classe dirigente (secondo me anche gran parte dei famigli dei professori italiani, per non dire i facitori della cosiddetta cultura).
Il fatto è che quelli come l'esimio Professor De Mauro gli italiani non li vogliono espressivi, ma sottomessi alle norme della lingua scritta, che sempre casualmente è quella che dominano loro, insieme a quattro gatti di docenti e giornalisti che attraverso questo capitale possesso si descrivono vicendevolmente al centro della società. E insieme a quelli che fanno da vero le sorti della società, dirigenti, industriali, professionisti, banchieri e politici. C'è, insomma, nell'atteggiamento finto neutrale e finto scientifico di De Mauro, un sentimento di superiorità antropologica, una vera e propria ideologia da far valere contro gli straccioni di italiani che non si sanno esprimere in straniero (la lingua italiana imposta dall'alto delle istituzioni alle popolazioni che si esprimevano e si esprimono benissimo nelle loro lingue, equivale a imporre la lingua dell'invasore).
Gli stessi tribunali - se ci capitate fateci caso – premiano gli imputati che si sanno esprimere nella lingua italiana scolastica dei giudici, e aggravano la posizioni di coloro che si esprimono nel proprio idioma, che per forza contiene odio nei confronti dell'autorità e delle istituzioni, dalle quali si sentono oppressi, a partire dall'imposizione di una lingua impoverita a fini di comunicazione, con la quale non si può esprimere un cazzo.
Pur non essendo un esperto di nulla, figuriamoci di una materia ostica come la linguistica, ho letto abbastanza per essermi fatto l'idea che la disciplina è stata sfigurata dai suoi applicatori sociali, a parte forse certe esperienze di sociolinguistica in America, fatte sul campo da insegnanti militanti, dove però, temo, ancora impera il generativo (di fatto spiritualista) Noam Chomsky, contro le davvero belle teorie inclusive del materialista William Labov. La sociolinguistica quantitativa-urbana, per esempio, tende a considerare tutte le espressioni linguistiche di pari qualità, almeno a fini espressivi e di giudizio sui quozienti intellettivi delle persone, in particolare degli studenti - i quali, detto fuori dai denti, non avrebbero nessun naturale obbligo di applicarsi nella lingua di comunicazione attraverso la quale si impongono socialmente i loro oppressori; certo, ce l'hanno se si vogliono fare spazio nella società nella quale le lingue di comunicazione sono inevitabilmente quelle dei dominanti; ma poi, questo spazio sociale, urbanamente e quantitativamente parlando, per gli oppressi o dominati c'è?
Una esperta di linguistica, pregiata inaffidabile mia collega di Accademia, che è stata una allieva del grande linguista e umanista rumeno Eugenio Coseriu, mi ricorda sempre che lui non finiva mai di ripetere che, come il cliente, il parlante ha sempre ragione. Ma se il parlante ha sempre ragione, il torto chi ce l'ha?
Testo e autore del testo non corretti.
mercoledì 17 novembre 2010
No finanziamenti alla cultura no party
prova d'orchestra di Federico Fellini
Rosanna Thau, moglie di Angelo Balducci, orbita produttori cinema d'autore, produttrice cinematografica e fantastica autrice della storica e significativa frase intercettata: " ANCHE SE I FILM VANNO MALE NON SI PERDE NIENTE! ", film ovviamente finanziati dal Ministero e a volte interpretati dal Figlio Lorenzo Balducci (la frase, modificata nell'oggetto, potrebbe fare da epigrafe a qualunque impresa dei capitalisti liberisti italiani: " Se Alitalia va male non si perde niente! " " Se Telecom va male non si perde niente! " " Se il Ponte va male non si perde niente! ", anzi, una volta inseriti nelle cricche si guadagna per forza...);
Lorenzo Balducci attore in fulminante carriera figlio di... neanche a dirlo Angelo Balducci e Rosanna Thau;
Vanessa Pascucci - moglie del mitico Diego Anemone, quello che paga tangenti con classe funambolica, di tacco, tipo gli appartamenti fronte colosseo ai ministri a loro insaputa - orbita produttori cinema d'autore e anche socia della Rosanna Thau;
Andrea Occhipinti, proprietario di Lucky Red, uno dei più prestigiosi marchi coi quali il cinema d'autore circola in Italia almeno da un ventennio; amoreggia con Angelo Balducci via sms, risulta essere beneficiato da finanziamenti ministeriali e Rai Fiction alle sue produzioni;
Pupi Avati, che si è affrettato a dire che Lorenzo Balducci è uno bravo che lavora per meriti suoi... e che comunque lo conosceva poco, avendolo diretto solo in un film dove aveva solo una particina. A differenza della figlia Mariantonia Avati... che invece l'ha diretto da protagonista nel film " Anime ", finanziato dal ministero e prodotto dallo zio Antonio Avati insieme a Rosanna Thau, madre di Lorenzo Balducci; il regista Pupi Avati, pescato anche nella lista Anemone, sostiene di non aver ricevuto favori, e noi gli crediamo perché il suo cinema ci piace pure;
Gaetano Blandini, potentissimo ex direttore generale del ministero dei Beni culturali addetto al settore Cinema, che gestiva i circa 50 milioni che lo Stato destina al cinema di qualità; ora direttore generale di SIAE, la ricca società degli autori, nella quale si è rifugiato pare per sfuggire se possibile all'inchiesta Balducci-Anemone, della cui SIAE anche ce ne sarebbe da dire in merito alla circolazione di danaro....
Giancarlo Leone, megadirigente Rai oggi vice direttore generale ed ex direttore della potentissima Rai Fiction;
Angelo Barbagallo, storico coproduttore dei film di Moretti e suo ex socio, produttore di fiction prodotte dai Rai del cui cast ha fatto parte Lorenzo Balducci, che Barbagallo sostiene non sia stato raccomandato da Giancarlo Leone, come risulta da un'intercettazione, ma soltanto segnalato per un provino (che andò bene guarda caso);
Lorenzo Renzi, attore tv abbastanza noto, ma in questo caso amico di Lorenzo Balducci e addetto alla fornitura giovani compagnie ad Angelo Balducci;
Giulio Violati, proprietario a metà con Vanessa Pascucci in Anemone di Italian Dreams Factory (Idf), noto agli addetti ai lavori per essere il marito dell'attrice Maria Grazia Cucinotta, a sua volta produttrice cinematografica per esempio di " Viola di Mare ", sfortunato film al botteghino, ma finanziato dal ministero, come si è scordato di dire il generale Vincenzo Mollica nella lunga intervista alla Cucinotta stessa su questa maraviglia di produzione, andata in onda al Tg1 e presumo in altri programmi di approfondimento della rete ammiraglia;
Anna Falchi, la bella attrice ex fidanzata di un noto furbetto, che produce insieme al fratello, film di giovani registi interpretati guarda caso da Lorenzo Balducci e distribuiti da Lucky Red di Occhipinti, quasi interamente finanziati guarda caso dal ministero;
Patrizio La bella, attore giovane nel giro di amicizie di Lorenzo Balducci, spia per conto di Anemone circa un articolo che Fabrizio Gatti, del quale era conoscente, stava scrivendo per l'Espresso proprio sulla cricca.
Da notare che il presidente associazione produttori cinematografici italiani, Riccardo Tozzi, proprietario di Cattleya Film, altro storico marchio del cinema d'autore, aveva annunciato di voler difendere il sistema di finanziamenti pubblici e lo stesso Gaetano Blandini dal massacro mediatico, sostenendo che senza finanziamenti non si sarebbero fatti né il Divo né Gomorra. Poi non so come è andato avanti, e neanche mi interessa troppo.
Da non notare la presenza doppiovelata del Vaticano, sempre sul pezzo quando si tratta di orientare le coscienze degli italiani, che sostiene il lavoro artistico di Pupi Avati e di altri moderati del cinema, e con le quali gerarchie Angelo Balducci, uno dei capi della cricca secondo la magistratura, ha avuto intensi rapporti in quanto Gentiluomo di Sua Santità e consultore del dicastero vaticano delle Missioni.
Che dire? Tante facce di questo elenco andrebbero viste almeno in foto, nell'ottica grottesca della commedia all'italiana, per farsi almeno quattro risate. Per esempio le facce di Gaetano Bandini e Salvo Nastasi, i distributori di soldi pubblici a teatro e cinema negli ultimi anni, in quanto capi degli uffici preposti a decidere dei finanziamenti (suggerisco anche la foto del sottoposto di Angelo Balducci, Fabio de Santis. Si trova tutto in google immagini).
Con le informazioni mi fermo qui, anche perché fare nomi e cognomi alla Travaglio è sgradevolissimo per la mia coscienza: ora capisco perché il Robespierre nostrano guadagna tanto, tanto da non saperlo nemmeno lui, come dichiarò serenamente al programma Hanno 0. A questo punto non posso fare a meno di notare - a sostegno della mia dolorosa tesi contro i finanziamenti pubblici alla cultura - che se tutto questo viene fuori, quanto invece rimane sommerso circa le ruffianerie contenute nei soldi pubblici in circolazione in ambito culturale? In ogni caso si deve per forza sospettare qualunque tipo di malaffare sapendo che anche il miglior cinema italiano, se si esclude Sky e solo un po' De Laurentis che fa solo prodotti commercialissimi, è interamente prodotto coi soldi del Ministero e delle varie agenzie di cinema regionali, che complessivamente mettono in campo meno di 60-70 milioni l'anno (che non sono pochi!), il resto viene da Rai e Mediaset. Capitali a rischio zero, prima si fanno i contratti di vendita dei diritti poi si gira, prima soldi poi film, prima vedere soldi poi vedere cammello... Capito perché se si vuol fare cinema in Italia è meglio avere amici nella politica o, in subordine, avere sostegno " morale " dal mondo Cattolico Vaticano? Ma c'è una cosa che non capisco: ai sostenitori politici e " morali " cosa si deve dare in cambio?
PS: Riguardo al cinema un'altra cosa non posso fare a meno di trattare: le storie. Sono strane, a volte troppo strane, quasi impossibili da decifrare, come se fossero scritte in codice, come se fossero condizionate, se non commissionate, se non direttamente scritte da quelle entità nascoste di cui parla da qualche tempo San Wolter già protettore della cultura (ma la modica entità non è reato...), come se certe storie contenessero messaggi... Inutile approfondire, perché prove non se troverebbero, si entrerebbe nell'esoterismo dietrologico, tornerebbero fuori la P2, Gelli, l'Opus Dei, lo IOR, i servizi segreti deviati giù giù fino ai complotti delle giovani marmotte... Però certe coincidenze inquietano. Poche sere fa, per esempio, vedevo con mio moglie un gradevole film con Paolo Bonolis, Elena Santarelli, Stefania Rocca e Sergio Rubini, " Commedia sexi " di Paolo D'Alatri, regista spesso giustamente celebrato come fra i più bravi del nostro cinema giovane. Il film è del 2006. E' la storia di un potente politico che si barcamena tra famiglia e amante, storia perfetta, direi, per mandare messaggi (si dice, no, il film contiene messaggi? Soprattutto la sinistra e i cattolici si interessano ai contenuti, ai messaggi, appunto). A un certo punto il politico regala all'amante un attico nel centro di Roma. Siamo nel bel salone, si intravvede una grande terrazza. Mia moglie esclama: " vuoi scommettere che si vede il Colosseo? ". Oh, non ci crederete, sequenza successiva in terrazza, preciso il Colosseo, stessa vista del noto appartamento del ministro Scajola, probabilmente stesso palazzo. Strano, no?! Mia moglie, che non ha mai letto i giornali in vita sua, e quindi non è disinformata, mi deride...
Pupi Avati, che si è affrettato a dire che Lorenzo Balducci è uno bravo che lavora per meriti suoi... e che comunque lo conosceva poco, avendolo diretto solo in un film dove aveva solo una particina. A differenza della figlia Mariantonia Avati... che invece l'ha diretto da protagonista nel film " Anime ", finanziato dal ministero e prodotto dallo zio Antonio Avati insieme a Rosanna Thau, madre di Lorenzo Balducci; il regista Pupi Avati, pescato anche nella lista Anemone, sostiene di non aver ricevuto favori, e noi gli crediamo perché il suo cinema ci piace pure;
Gaetano Blandini, potentissimo ex direttore generale del ministero dei Beni culturali addetto al settore Cinema, che gestiva i circa 50 milioni che lo Stato destina al cinema di qualità; ora direttore generale di SIAE, la ricca società degli autori, nella quale si è rifugiato pare per sfuggire se possibile all'inchiesta Balducci-Anemone, della cui SIAE anche ce ne sarebbe da dire in merito alla circolazione di danaro....
Giancarlo Leone, megadirigente Rai oggi vice direttore generale ed ex direttore della potentissima Rai Fiction;
Angelo Barbagallo, storico coproduttore dei film di Moretti e suo ex socio, produttore di fiction prodotte dai Rai del cui cast ha fatto parte Lorenzo Balducci, che Barbagallo sostiene non sia stato raccomandato da Giancarlo Leone, come risulta da un'intercettazione, ma soltanto segnalato per un provino (che andò bene guarda caso);
Lorenzo Renzi, attore tv abbastanza noto, ma in questo caso amico di Lorenzo Balducci e addetto alla fornitura giovani compagnie ad Angelo Balducci;
Giulio Violati, proprietario a metà con Vanessa Pascucci in Anemone di Italian Dreams Factory (Idf), noto agli addetti ai lavori per essere il marito dell'attrice Maria Grazia Cucinotta, a sua volta produttrice cinematografica per esempio di " Viola di Mare ", sfortunato film al botteghino, ma finanziato dal ministero, come si è scordato di dire il generale Vincenzo Mollica nella lunga intervista alla Cucinotta stessa su questa maraviglia di produzione, andata in onda al Tg1 e presumo in altri programmi di approfondimento della rete ammiraglia;
Anna Falchi, la bella attrice ex fidanzata di un noto furbetto, che produce insieme al fratello, film di giovani registi interpretati guarda caso da Lorenzo Balducci e distribuiti da Lucky Red di Occhipinti, quasi interamente finanziati guarda caso dal ministero;
Patrizio La bella, attore giovane nel giro di amicizie di Lorenzo Balducci, spia per conto di Anemone circa un articolo che Fabrizio Gatti, del quale era conoscente, stava scrivendo per l'Espresso proprio sulla cricca.
Da notare che il presidente associazione produttori cinematografici italiani, Riccardo Tozzi, proprietario di Cattleya Film, altro storico marchio del cinema d'autore, aveva annunciato di voler difendere il sistema di finanziamenti pubblici e lo stesso Gaetano Blandini dal massacro mediatico, sostenendo che senza finanziamenti non si sarebbero fatti né il Divo né Gomorra. Poi non so come è andato avanti, e neanche mi interessa troppo.
Da non notare la presenza doppiovelata del Vaticano, sempre sul pezzo quando si tratta di orientare le coscienze degli italiani, che sostiene il lavoro artistico di Pupi Avati e di altri moderati del cinema, e con le quali gerarchie Angelo Balducci, uno dei capi della cricca secondo la magistratura, ha avuto intensi rapporti in quanto Gentiluomo di Sua Santità e consultore del dicastero vaticano delle Missioni.
Che dire? Tante facce di questo elenco andrebbero viste almeno in foto, nell'ottica grottesca della commedia all'italiana, per farsi almeno quattro risate. Per esempio le facce di Gaetano Bandini e Salvo Nastasi, i distributori di soldi pubblici a teatro e cinema negli ultimi anni, in quanto capi degli uffici preposti a decidere dei finanziamenti (suggerisco anche la foto del sottoposto di Angelo Balducci, Fabio de Santis. Si trova tutto in google immagini).
Con le informazioni mi fermo qui, anche perché fare nomi e cognomi alla Travaglio è sgradevolissimo per la mia coscienza: ora capisco perché il Robespierre nostrano guadagna tanto, tanto da non saperlo nemmeno lui, come dichiarò serenamente al programma Hanno 0. A questo punto non posso fare a meno di notare - a sostegno della mia dolorosa tesi contro i finanziamenti pubblici alla cultura - che se tutto questo viene fuori, quanto invece rimane sommerso circa le ruffianerie contenute nei soldi pubblici in circolazione in ambito culturale? In ogni caso si deve per forza sospettare qualunque tipo di malaffare sapendo che anche il miglior cinema italiano, se si esclude Sky e solo un po' De Laurentis che fa solo prodotti commercialissimi, è interamente prodotto coi soldi del Ministero e delle varie agenzie di cinema regionali, che complessivamente mettono in campo meno di 60-70 milioni l'anno (che non sono pochi!), il resto viene da Rai e Mediaset. Capitali a rischio zero, prima si fanno i contratti di vendita dei diritti poi si gira, prima soldi poi film, prima vedere soldi poi vedere cammello... Capito perché se si vuol fare cinema in Italia è meglio avere amici nella politica o, in subordine, avere sostegno " morale " dal mondo Cattolico Vaticano? Ma c'è una cosa che non capisco: ai sostenitori politici e " morali " cosa si deve dare in cambio?
PS: Riguardo al cinema un'altra cosa non posso fare a meno di trattare: le storie. Sono strane, a volte troppo strane, quasi impossibili da decifrare, come se fossero scritte in codice, come se fossero condizionate, se non commissionate, se non direttamente scritte da quelle entità nascoste di cui parla da qualche tempo San Wolter già protettore della cultura (ma la modica entità non è reato...), come se certe storie contenessero messaggi... Inutile approfondire, perché prove non se troverebbero, si entrerebbe nell'esoterismo dietrologico, tornerebbero fuori la P2, Gelli, l'Opus Dei, lo IOR, i servizi segreti deviati giù giù fino ai complotti delle giovani marmotte... Però certe coincidenze inquietano. Poche sere fa, per esempio, vedevo con mio moglie un gradevole film con Paolo Bonolis, Elena Santarelli, Stefania Rocca e Sergio Rubini, " Commedia sexi " di Paolo D'Alatri, regista spesso giustamente celebrato come fra i più bravi del nostro cinema giovane. Il film è del 2006. E' la storia di un potente politico che si barcamena tra famiglia e amante, storia perfetta, direi, per mandare messaggi (si dice, no, il film contiene messaggi? Soprattutto la sinistra e i cattolici si interessano ai contenuti, ai messaggi, appunto). A un certo punto il politico regala all'amante un attico nel centro di Roma. Siamo nel bel salone, si intravvede una grande terrazza. Mia moglie esclama: " vuoi scommettere che si vede il Colosseo? ". Oh, non ci crederete, sequenza successiva in terrazza, preciso il Colosseo, stessa vista del noto appartamento del ministro Scajola, probabilmente stesso palazzo. Strano, no?! Mia moglie, che non ha mai letto i giornali in vita sua, e quindi non è disinformata, mi deride...
martedì 16 novembre 2010
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